Rogoredo, poliziotto mentì dicendo di aver “chiamato i soccorsi”

Febbraio 21, 2026 - 05:00
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Rogoredo, poliziotto mentì dicendo di aver “chiamato i soccorsi”

Carmelo Cinturrino, il poliziotto indagato per l’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo, avrebbe mentito ai propri colleghi dicendogli di aver già chiamato i soccorsi, contrariamente al vero, mentre il 28enne era a terra agonizzante dopo essere stato colpito alla testa. È quanto si apprende in relazione agli interrogatori resi giovedì in Questura a Milano dai quattro agenti indagati per favoreggiamento dell’assistente capo del Commissariato Mecenate e per omissione di soccorso per via della telefonata al 118 partita oltre 20 minuti dopo lo sparo letale. I colleghi avrebbero scaricato il 42enne sostenendo di non essere coinvolti nella dinamica dell’omicidio e sostenendo che Cinturrino avrebbe gestito da solo le fasi successive alla sparatoria in cui il presunto pusher è stato colpito da circa 25 metri di distanza.

Pusher era al telefono mentre veniva ucciso

Abderrahim Mansouri, il pusher ucciso da un colpo di pistola sparato dall’assistente capo del commissariato di Mecenate Carmelo Cinturrino a Milano lo scorso 26 gennaio, sarebbe stato al telefono mentre veniva ucciso. Ne è convinta la Procura di Milano che indaga sul 42enne per omicidio volontario e ha iscritto e interrogato giovedì per ore altri quattro agenti per favoreggiamento e omissione di soccorso. Come anticipato da La Stampa e confermato da fonti, proprio l’utilizzo del cellulare da parte del 28enne avrebbe permesso agli investigatori della squadra mobile di Milano coordinati dal pm Giovanni Tarzia e dal Procuratore Marcello Viola di datare con precisione il momento dell’unico sparo letale da parte del poliziotto, esploso con l’arma di ordinanza dopo essere accordo nel ‘Boschetto di Rogoredo’ dalla zona di Corvetto. Una telefonata, forse con un amico spacciatore che lo avvisava della presenza di forze dell’ordine nell’area, bruscamente interrotta dal proiettile mortale. Da quel momento, fino alla chiamata ai soccorsi e al 118, sarebbero trascorsi oltre 20 minuti. Lasso temporale che, assieme ad altre evidenze raccolte nelle indagini, fanno immaginare agli inquirenti che gli agenti abbiano inscenato un conflitto a fuoco iniziato per legittima difesa dopo aver visto Mansouri impugnare a sua volta un’arma, che si è poi verificato essere una replica di Beretta caricata a salve fotografata accanto al cadavere durante le prime operazioni.

L’ultima telefonata del 28enne, “c’è la polizia” poi squilli a vuoto

“Vattene, c’è la polizia”. È questo il senso dell’ultima telefonata ricevuta da Abderrahim Mansouri prima di essere ucciso dal poliziotto Carmelo Cinturrino con un colpo esploso con l’arma di ordinanza nel pomeriggio del 26 gennaio a Rogoredo. Da quanto si apprende sulle indagini per omicidio volontario a carico del 42enne, favoreggiamento e omissione di soccorso su altri quattro colleghi, sono circa le 17.30 quando il 28enne marocchino, pusher di uno clan che gestiscono l’attività nella piazza di spaccio di Rogoredo a Milano, è al telefono nella zona di via Impastato. Al cellulare un amico, anche lui spacciatore, che lo avverte sulla presenza delle forze dell’ordine in zona. “Vai via, non è aria”, la sintesi delle sue parole. È lui il testimone che sente esplodere il colpo d’arma durante la chiamata. Cade la linea. Prova richiamare ma da quel momento il cellulare dell’amico squillo a vuoto. È a terra agonizzante nel bosco della droga, la chiamata al 118 per chiedere i soccorsi partirà oltre 20 minuti più tardi. È proprio dalla testimonianza dell’uomo individuato dai difensori della famiglia Mansouri, gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, che dal primo istante hanno messo in dubbio la versione della legittima difesa fornita dall’agente, che gli agenti della squadra mobile di Milano diretti da Alfonso Iadevaia hanno potuto datare con precisione il momento dello sparo letale. Le dichiarazioni sono state incrociate e riscontrate dai dati dei due cellulari. Ora, dopo gli interrogatori durati ore giovedì in Questura con i quattro agenti accusati di favoreggiamento e falso, la decisione su come procedere nei confronti di Cinturrino è nelle mani del pubblico ministero Giovanni Tarzia che coordina le indagini con il Procuratore di Milano, Marcello Viola.

Ipotesi tensioni fra agente e pusher, pm indaga su richieste ‘pizzo’

Secondo quanto si apprende ci sarebbero state “tensioni” e “dissapori” nell’ultimo periodo fra Carmelo Cinturrino e il pusher Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio a Rogoredo da un colpo di pistola sparato dal primo. La Procura di Milano con la squadra mobile ha al vaglio l’ipotesi che l’omicidio di cui è accusato l’assistente capo della polizia di Stato possa essere maturato anche nell’ambito di richieste di ‘pizzo’ da parte del 42enne allo spacciatore 28enne. Ipotesi che allo stato sembrano più fondate che non un’eventuale minaccia di Mansouri di denunciare il poliziotto all’autorità giudiziaria. Venerdì mattina il Procuratore di Milano, Marcello Viola, ha fatto il punto sull’indagine con il capo della squadra mobile della Questura, Alfonso Iadevaia, mentre al pomeriggio ha incontrato per circa 40 minuti in ufficio il sostituto Giovanni Tarzia, titolare dell’inchiesta su Cinturrino e sugli altri quattro agenti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Dagli accertamenti precedenti agli interrogatori che si sono tenuti giovedì e dalle immagini delle telecamere sarebbe confermato che uno di loro, un 28enne, mentre Mansouri era agonizzante a terra in via Impastato, avrebbe fatto rientro al Commissariato Mecenate per poi tornare al boschetto della droga di Rogoredo indossando uno zaino. Le verifiche degli inquirenti ora si concentrano sul cercare di capire se all’interno vi fosse la falsa pistola Beretta caricata a salve trovata poi accanto al cadavere del marocchino e su cui sono stati rinvenuti almeno due diversi profili genetici già identificati.

Salvini: “Io sempre dalla parte delle forze dell’ordine, approfondire se qualcuno sbaglia”

“Ci sono stato più volte a Rogoredo”, a Milano, “e ci tornerò con Fs Security e Rfi. Non entro nel merito di quell’episodio di cronaca” della sparatoria. Sto sempre dalla parte delle forze dell’ordine. Ogni giorno si alzano e sperano di cercare di tornare a casa centinaia di migliaia di ragazzi in divisa, che a volte si prendono bastonate e coltellate, martellate e sputi alle manifestazioni. Se qualcuno sbaglia, per carità di Dio”, il caso “va approfondito”. Lo ha detto il vicepremier, ministro delle Infrastrutture e dei trasporti e leader della Lega, Matteo Salvini, a Telelombardia.

Piantedosi: “Compiaciuto che la polizia non farà sconti a nessuno”

“Risvolti Rogoredo? Sono compiaciuto che la polizia di Stato sia in grado di fare chiarezza al proprio interno e non fare sconti a nessuno. Accetteremo con assoluta serenità quello che emergerà”. Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi a margine dell’inaugurazione dell’ufficio Polmetro a Roma.

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