Superficiali e ingenui: la due giorni fallimentare di un calcio italiano affetto dalla sindrome di Peter Pan
Una due giorni da incubo per le squadre italiane nell'Europa più nobile
C’è qualcosa di profondamente italiano nel modo in cui le nostre squadre abitano l’Europa. Non la conquistano: la attraversano. A volte con eleganza, spesso con una certa leggerezza esistenziale. Come se le coppe fossero una gita scolastica più che una spedizione militare.
La settimana appena passata sembra un piccolo trattato di filosofia applicata al pallone.
I DIFETTI DELLE ITALIANE
La Juventus prende cinque gol a Istanbul contro il Galatasaray, in una partita che è insieme stanchezza, scarsa profondità della rosa e quel filo di ingenuità che in Europa si paga con interessi da usura. Non è solo una questione di condizione fisica: è la gestione del momento difficile. In certe notti continentali bisogna sapere soffrire, rallentare, sporcare la partita. Invece si è scelto di restare esposti, quasi orgogliosamente vulnerabili. E l’Europa, si sa, non è un luogo che premia l’orgoglio romantico.
L’Atalanta perde 2-0 in casa del Borussia Dortmund, ma il vero rimorso sta altrove: nei punti lasciati per strada contro Athletic in casa e Union Saint-Gilloise fuori. E così la sconfitta in Germania si presenta con le sembianze dell’inevitabile, come in una sorta di karma calcistico: perché se hai la chance concreta di andare direttamente agli ottavi e non la sfrutti, poi arriva la cambiale. E l’Atalanta, oggi, sembra pagare il duro prezzo di chi ha buttato nella spazzatura il biglietto vincente della lotteria.
Poi c’è l’Inter, che cade 3-1 a Bodø contro il Bodø/Glimt con un secondo tempo che sa di sufficienza. Non di inferiorità tecnica, che sarebbe più rassicurante. Ma di atteggiamento. In Europa puoi essere più forte, ma non puoi permetterti di sembrare più forte. La differenza è sottile e decisiva: quando giochi con l’idea di avere il controllo per diritto naturale, il pallone prima o poi ti smentisce. E lo fa senza diplomazia.
COMPLICARSI L'EUROPA
Il paradosso, dunque, è che un anno dopo siamo di nuovo qui. Saremmo dovuti passare con Juventus, Milan e Atalanta lo scorso anno in tre incroci su tre ampiamente alla portata; e abbiamo fatto zero su tre. Saremmo potuti passare agli ottavi con Atalanta, Juventus e Inter quest’anno, ma toccherà prodursi in rimonte tra l’improbabile, il quasi impossibile e il senza dubbio complicato.
D’accordo, il talento non è più quello di un tempo. Ma le rose sono competitive, gli allenatori preparati, l’esperienza internazionale diffusa. Eppure ogni stagione sembra riproporre lo stesso enigma: perché in Italia siamo maestri nel complicarci l’Europa?
LA MALATTIA DEL NOSTRO CALCIO
Forse il punto è culturale. L’Europa contemporanea è feroce, verticale, emotiva. Non ti aspetta. Non ti concede una giornata storta. Non perdona la superficialità né l’autocompiacimento. È un’arena che richiede lucidità quando sei stanco, concretezza quando sei bello, umiltà quando sei favorito.
E allora il problema non è perdere a Istanbul, a Dortmund o in Norvegia. Il problema è il modo in cui si perde. Con la sensazione che, in questi match d’andata, si potesse fare diversamente. Con l’impressione che quel poco di talento rimasto non sia stato accompagnato dalla furbizia, e l’esperienza non sia diventata saggezza.
L’Europa non è più un palcoscenico esotico: è uno specchio. E in questo momento lo specchio dice che il calcio italiano non è più il giovane adone di un tempo, che non si avanza per diritto divino o evidente superiorità rispetto agli altri. L’anno scorso in un doppio incrocio con l’Olanda e col Belgio. Quest’anno, di nuovo, contro Belgio (il Saint-Gilloise per l’Atalanta più che il BVB), Turchia e Norvegia.
Servirebbe, insomma, la maturità necessaria per accettare di essere sfioriti; una bellezza in decadenza che ora, anche contro club di nazioni che insistiamo nel considerare inferiori a noi, tocca metterci il miglior vestito possibile per far bella figura. Superare, insomma, questa specie di sindrome di Peter Pan calcistica che ci fa credere, ancora oggi, di poter far conquiste in giro per l’Europa con il minimo sforzo. Non è più così. E infatti, dopo i primi 90 minuti, si torna a casa con le pive nel sacco. Tutti, nessuno escluso.
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