La clavicola di Missiroli, Yasmina Reza, e il feticcio contemporaneo della prima persona

Prima, leviamoci di torno i pettegolezzi editoriali. Dicono i saperlalunghisti che la rottura della sua clavicola che Marco Missiroli ha narrato domenica su La lettura, dorso culturale del Corriere, non vada considerata come cronaca della clavicola ma per la parte in cui Missiroli sembra dirsi ohibò, io sono un intellettuale, mica uno che fa autobiografia spiccia, aspettate che vi appoggio qui una breve ricognizione dei narratori del sé.
Dicono i saperlalunghisti che quelle tre pagine vadano intese come lancio della candidatura allo Strega di uno degli autobiografi che Missiroli cita fingendo che sia per caso. Non Carrère, non la Ernaux: Alcide Pierantozzi, il cui romanzo “Lo sbilico” è edito da Einaudi, Einaudi che è sì editore di Missiroli ma soprattutto Einaudi che quest’anno è di turno allo Strega.
Einaudi che però prima avrebbe promesso il premio a Marcello Fois, e poi si sarebbe resa conto che c’è un libro di Michele Mari, ohibò, è anche un po’ meno ostico del suo solito, perfetto per far sentire intelligente il ceto medio riflessivo che compra il vincitore: possiamo convincere lo Strega a premiare un milanese (per il più romano dei premi, un alieno), possiamo far vincere il più capace dei viventi italiani, che Mari sia.
Solo che, se Mari deve vincere, non è che puoi sperare in tre Einaudi in cinquina, ma forse neanche in dozzina. E quindi, devi proteggere Fois, l’avevi illuso e ora almeno la dozzina gliela devi. Senonché arrivano i guastafeste a decidere che no, bisogna candidare Pierantozzi, in nome d’una vita difficile che altro che clavicola rotta.
E quindi i saperlalunghisti hanno passato la domenica a cercare di convincermi a guardare la luna dei traffici attorno ai premi e non il dito di Missiroli che si fa mettere una fasciatura meno scomoda e poi si meraviglia che la frattura non si sia ricomposta, ma lo fa in un modo dal quale non si capisce cosa voglia dire ma si capisce che non si aspetta che sbuffiamo.
E le saperlalunghiste hanno passato il lunedì a dire che certo, comunque questa guerra intestina Einaudi è il ritorno del patriarcato, è la coda lunga del Bajani dell’anno scorso, è lo Strega che ritorna ai maschi bianchi etero cis (una dicitura che mi fa sempre molto ridere).
Mentre le Luminari Culturali mi guardavano con sussiego, vai a sapere se perché ridevo o perché non capivo il punto, io continuavo a pensare alle assenti. Assenti dai ristoranti in cui mi trovavo, ma presentissime nella mia testa mentre leggevo la ricerca della clavicola perduta.
La quarta femmina cui ho pensato, leggendo della clavicola di Missiroli, è stata Coline Serreau. “La crisi!” è un suo delizioso film del 1992, che probabilmente non avete visto perché non è su nessuna piattaforma, e che spiega meglio di qualunque saggio la percezione di cosa sia destra e cosa sinistra: è di destra l’impresentabile che, alla pubblicitaria che cerca una nuova vocazione e vuole andare in Africa, domanda cosa se ne faranno lì di lei; è di sinistra quello che pensa che al barbone vadano innanzitutto spiegati i congiuntivi.
All’inizio del film, Vincent Lindon viene lasciato dalla moglie e licenziato dal lavoro. Il che fa sì che, per tutta la prima metà del film, lui – che essendo autenticamente di sinistra pensa solo al proprio ombelico – cerchi di raccontare a tutti i suoi problemi; ma tutti i suoi amici e conoscenti, che sono autenticamente di sinistra, hanno i cazzi loro cui pensare, e nessuno lo ascolta (il che non gl’impedisce di continuare a monologare).
Finché finalmente arriva sua madre, che ha anche lei cose sue cui preferisce pensare (s’è fatta l’amante) e gli esplicita i segnali che lui non era fin lì riuscito a decodificare: dei tuoi problemi, dice la mamma, non me ne importa niente.
La quarta cosa cui ho pensato è che nessuno – non il Corriere che pubblica Missiroli, non le rassegne stampa che lo citano, non il ceto medio riflessivo che lo cuoricina – è la mamma di Vincent Lindon, che sembra stronza ma è l’unica a volergli abbastanza bene da prendersi l’incomodo di dirgli che le sue lagne non sono interessanti.
C’è un problema, nell’essere diventato il racconto in prima persona l’unico modo di convincere lettori sempre più analfabeti a leggerti, e quel problema è la disperazione di chi fino all’altroieri ha scritto i romanzi classici, o ha scritto le interviste usando bislacche formule verbali impersonali, e adesso si trova in un mercato che gli chiede di dire «io».
Non vi sto dicendo della mia clavicola per dirvi della mia clavicola, giura Missiroli a lettori del tutto disinteressati alle sue motivazioni, vi sto dicendo della mia clavicola per dirvi di noi, dei mondo, della rava, della fava. Il lettore sbuffa, in attesa che arrivi quel momento che è l’unico che dà il senso al dire «io», ma vallo a spiegare ai novizi della prima persona: il momento in cui il narratore si sputtana.
Non arriva mai, e neanche arriva Maddalena, che sarebbe stata – la mamma di Vincent Lindon avrebbe dovuto essere così generosa da svelarlo a Missiroli – l’unica ragione per leggere tre pagine di «mi sono rotto la clavicola». Non vogliamo sapere del tuo amico medico e dei diversi tipi di fasciature, vogliamo sapere di tua moglie cui è toccato accudire uno che si mette a letto con trentasette e mezzo di febbre.
A maggio esce “La cura”, il libro di Concita De Gregorio sul suo tumore che, se non rimette in sesto i conti Einaudi, vuol proprio dire che il malato era incurabile. Concita è il secondo nome femminile – prima di Maddalena, la signora Missiroli, e prima di Coline Serreau, la regista di “La crisi!” – cui ho pensato mentre leggevo Missiroli.
Nella scheda con cui Einaudi presenta “La cura” c’è un dettaglio micidiale, ed è quello di lei che, prima di andare a curarsi il cancro, deve lasciare istruzioni a marito e figli che senza di lei non sanno ritrovare le cose dentro casa. È qui, su questa immedesimabilissima lamentazione collettiva, che le lettrici annuiranno fino a slogarsi il collo. Concita, la più brava di quelle passate dalla mistica della cronaca al feticcio dell’io narrante, non avrebbe mai lasciato la pazienza di Maddalena fuori dalla cronaca della clavicola del marito.
Il primo nome cui ho pensato, leggendo Missiroli, è il più importante nome della letteratura francese di questo secolo, cioè non la Ernaux e non Carrère. A fine mese esce un nuovo Adelphi di Yasmina Reza, sono due testi vecchi che noi fanatiche avevamo già letto, ma stavo sfogliando la nuova edizione perché devo recensirla.
Sono testi abbastanza vecchi da risalire a prima del mio fanatismo, che come il fanatismo reziano di tutti i miei conoscenti origina da “Felici i felici”; sono così vecchi che è come leggerli per la prima volta, e scoprire – dopo aver passato anni a pensare che Yasmina fosse l’autore totale, quello capace di inventare Darius Ardashir ma anche Loula Moreno – che c’è stato un punto della sua evoluzione letteraria in cui persino Yasmina ha detto «io».
Sulla copertina di “Da nessuna parte” c’è una bambina sdentata, penso l’abbiano scelta da un catalogo di foto perché è irresistibile, e invece no, me lo dice il risvolto: «In copertina la figlia dell’autrice all’età di circa sei anni. Fotografia di Yasmina Reza».
Quindi Yasmina Reza ha una figlia. Quindi Yasmina Reza ha una vita. Quindi Yasmina Reza esiste al di fuori dei libri. Ero così abituata a pensarla l’idea astratta di autrice, una Elena Ferrante di cui esiste qualche foto e qualche indiscrezione di caratteraccio, che non mi sarebbe mai mai mai venuto in mente di prendere alla lettera la descrizione della bambina che va a scuola, di pensare che «io» significasse «io».
Lo so che “La vita normale” era pieno di «io», Yasmina diceva di sé molte cose, della sua casa veneziana, dei suoi incontri con Calasso e con altri, ma io neanche per un attimo ho pensato che «io» significasse «io». Sospetto che la differenza non sia tra il romanzo tradizionale e il memoir (in analfabetese: autofiction). Sospetto che l’unico criterio applicabile sia: se pensano che «io» significhi «io», sei uno scrittore scarso. Dei miei «io», pensano sempre che siano il mio diario: vieni, Missiroli, abbracciamoci.
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