La Russia non ha più la capacità di reclutare soldati senza pagare un prezzo interno

Da anni gli analisti geopolitici che un tempo lodavano Putin ci hanno raccontato che la Russia avrebbe vinto la guerra in Ucraina perché aveva uno degli eserciti più potenti del mondo, più mezzi, più spazio, più esperienza militare. Quando l’invasione è cominciata, questa sicurezza si è scontrata con la realtà. L’esercito ucraino non è crollato. Ha resistito grazie a una difesa capillare fatta di trincee, uso intelligente dei droni e una capacità di adattarsi rapidamente a una guerra molto diversa da quella prevista da Mosca. Quella che doveva essere un’operazione rapida si è trasformata in un conflitto lungo e logorante che dura da quasi quattro anni.
Caduta l’idea della vittoria lampo, gli analisti geopolitici ci hanno assicurato che l’Ucraina potrà anche resistere, ma alla fine dovrà cedere dei territori perché la Russia ha quattro volte il numero di abitanti di Kyjiv e Putin continuerà a mandare soldati al fronte senza limiti, accettando perdite elevate senza temere conseguenze politiche serie all’interno del Paese. Oggi anche quella certezza non appare più così indiscutibile.
Lo ha fatto capire il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, in un’intervista concessa a Fox News, spiegando che il 2025 è stato il primo anno dall’inizio dell’invasione in cui la dimensione complessiva delle forze armate russe ha smesso di crescere, dopo due anni di espansione continua ottenuta attraverso una combinazione di mobilitazione parziale, contratti incentivati e arruolamenti straordinari. Negli anni precedenti il Cremlino riusciva a firmare in media circa 40.000–43.000 contratti al mese, una cifra sufficiente a compensare le perdite al fronte. Quest’anno invece, per la prima volta, i nuovi ingressi hanno iniziato a eguagliare le perdite irreversibili sul campo: non solo morti, ma anche feriti non più reclutabili per il combattimento.
Ogni progresso dell’esercito russo sul campo avviene con perdite elevate: sono almeno 800.000 e forse addirittura 1.000.000 i morti e feriti complessivi dall’inizio dell’invasione, un livello che rende sempre più difficile sostenere il fronte affidandosi solo al reclutamento volontario, soprattutto in un Paese che affronta un declino demografico strutturale e un mercato del lavoro già sotto forte pressione. La soluzione più semplice potrebbe essere quella di chiamare tutti gli uomini al fronte, anche i non volontari, ma secondo Zelensky il Cremlino continua a evitare una nuova mobilitazione generale per il timore di instabilità sociale, fughe all’estero e proteste come quelle seguite alla chiamata alle armi del settembre 2022.
Le autorità russe raccontano una realtà diversa, ovviamente. Mosca sostiene di aver reclutato nel 2025 oltre 417.000 soldati a contratto, secondo quanto dichiarato da Dmitry Medvedev, una cifra inferiore a quella del 2024 ma presentata come prova della sostenibilità dello sforzo bellico. Questi dati, tuttavia, includono tutte le firme di contratti, comprese le riconferme, i contratti brevi e i rientri di personale già addestrato, e non consentono di valutare quante di queste persone restino effettivamente al fronte nel medio periodo. Zelensky si riferisce invece al saldo netto, cioè alla differenza tra nuovi combattenti e perdite. È su questo equilibrio che emergono segnali di stagnazione.
Il reclutamento non è più solo una questione militare, ma anche economica. Per evitare una nuova mobilitazione di massa, il Cremlino ha fatto largo uso di incentivi finanziari. In oltre il 60 per cento delle regioni russe, tra il 2023 e il 2024, i bonus di arruolamento hanno superato il milione di rubli (circa 10.000 euro), arrivando in alcuni casi a 3-3,6 milioni di rubli (circa 30.000-36.000 euro), cifre pari o superiori a diversi anni di salario medio locale. Questo sistema ha trasformato la guerra in una fonte di reddito soprattutto per le regioni più povere e periferiche, ma ha avuto un costo crescente. Nel corso del 2025 almeno dieci regioni hanno ridotto drasticamente i bonus, citando deficit di bilancio e mancanza di fondi. In alcuni casi, come a Samara o in Mari El, i pagamenti sono scesi da oltre 3 milioni di rubli (circa 30.000 euro) al minimo federale di 400.000 rubli (circa 4.000 euro), segnalando una difficoltà strutturale nel sostenere nel tempo il modello degli incentivi economici.
La riduzione degli incentivi ha coinciso con un aumento delle pressioni sui potenziali soldati. Organizzazioni per i diritti umani e osservatori indipendenti segnalano un uso crescente di metodi indiretti e coercitivi, tra cui coscritti spinti a firmare contratti nonostante il divieto formale di inviarli in combattimento, riservisti richiamati per presunte “esercitazioni speciali” e uomini fermati per reati minori indotti ad arruolarsi come alternativa a procedimenti penali più severi. Agendo così, il Cremlino non ha avuto ancora bisogno di una mobilitazione ufficiale per evitare ulteriori malumori nella popolazione.
Il Cremlino ha introdotto la coscrizione di fatto permanente, consentendo alle commissioni militari di operare tutto l’anno, e ha ampliato l’uso dei riservisti per la protezione delle infrastrutture critiche. Ufficialmente si tratta di difendere raffinerie, depositi e nodi energetici dagli attacchi ucraini, ma secondo l’Institute for the Study of War queste norme equivalgono a una mobilitazione silenziosa, perché creano un bacino di personale già valutato, addestrato e facilmente trasferibile in unità combattenti.
Senza contare che c’è poi un problema meno visibile, ma cruciale, che peserà nella società russa dopo la fine della guerra: il rientro dei combattenti potrebbe rappresentare un fattore di destabilizzazione interna, per l’impatto su criminalità, salute mentale e tenuta dei servizi pubblici, in modo simile a quanto accadde con i veterani della guerra sovietica in Afghanistan.
Le stime parlano di oltre 700.000 militari presenti o passati dal teatro ucraino, tra mobilitati, contrattisti, volontari e detenuti arruolati, con centinaia di migliaia di feriti e traumatizzati. Il sistema sanitario russo, già sotto pressione, non ha la capacità di assorbire un’ondata di cure per disabilità permanenti e disturbi post traumatici, mentre le forze dell’ordine affrontano una carenza strutturale di personale superiore alle 170.000 unità.
Per ridurre il rischio politico, il Cremlino ha scelto di scaricare gran parte della responsabilità della reintegrazione su regioni ed enti locali, imponendo quote di assunzione ai datori di lavoro e creando fondi speciali come quello per i “Difensori della Patria”, che però finora hanno mostrato ritardi, inefficienze e forti disparità territoriali. Messe così le cose, prolungare la guerra e mantenere i soldati al fronte non è solo una scelta militare, ma anche un modo per rinviare un problema sociale che Mosca sa di non essere pronta ad affrontare.
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