L’Italia mette in stand-by la tassa sui pacchi low cost e aspetta il dazio europeo
L’Italia frena sulla tassa sui pacchi low cost. Il Governo sarebbe, infatti, prossimo a fare marcia indietro sull’imposta pari a due euro da applicarsi ai pacchi extra-Ue dal valore inferiore ai 150 euro e che era stata introdotta con l’ultima legge di bilancio per porre un freno al flusso ininterrotto di micro-spedizioni dagli e-commerce a basso costo, soprattutto asiatici (si pensi a Shein e Temu, su tutti).
Una sospensione destinata a concretizzarsi con una correzione all’interno del decreto Milleproroghe – ora in prima lettura alla Camera – e che risponde all’intento di allinearsi al nuovo dazio doganale europeo di 3 euro su cui Bruxelles ha già raggiunto un accordo per l’applicazione a partire dal prossimo primo luglio.
Mantenere la tassa italiana attiva già da ora, per poi doverla sostituire o faticosamente integrare tra pochi mesi con quella comunitaria rischierebbe di creare un cortocircuito normativo e burocratico per gli operatori doganali.
Inoltre, sussiste anche un timore legato alla competitività della logistica nazionale. Con l’Italia a rappresentare l’unico Paese ad applicare un sovrapprezzo immediato, si stava già assistendo nell’avvio dell’anno a fenomeni di deviazione nel traffico merci, con operatori internazionali che iniziavano a sviare le proprie rotte verso altri hub europei (come Germania o Olanda), per poi smistare i pacchi via terra una volta immessi in libera pratica in un altro Stato membro, beneficiando della libera circolazione delle merci in quanto proveniente da Paesi dell’area Schengen, penalizzando così aeroporti e dogane tricolore.
Ad ogni modo, il tema si pone con una certa urgenza: secondo la Commissione europea, nel 2025 sono stati importati circa 4,6 miliardi di articoli sotto la soglia dei 150 euro, equivalenti a 12 milioni di pacchi al giorno. Una cifra raddoppiata in soli due anni: nel 2023 la cifra si fermava a 2,3 miliardi nel 2023 e nel 2022 a 1,4.
E dietro questa crescita esponenziale ci sarebbe proprio il modello di business degli e-tailer asiatici, ancor più del fast fashion europeo, basato proprio su una quantità enorme di micro-ordini low cost e spesso spediti singolarmente.
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