Per Bad Bunny la musica è sempre stata una battaglia culturale

Negli Stati Uniti la finale della National Football League non è soltanto l’evento sportivo più seguito dell’anno, ma un appuntamento che somiglia a una grande festa, e al tempo stesso una vetrina per esibizioni musicali e messaggi politici. È in questo contesto che, durante l’Halftime Show del Super Bowl, l’artista portoricano Benito Antonio Martínez Ocasio, noto come Bad Bunny, ha trasformato il Levi’s Stadium di Santa Clara in una celebrazione collettiva.
Con un outfit ideato da lui e realizzato da Zara, l’esibizione è stata costruita come un omaggio esplicito alla cultura portoricana. La scena era dominata da colori, ritmo e riferimenti diretti all’isola: un matrimonio celebrato in diretta, la flora tropicale come cornice, sedie di plastica bianca — su una delle quali era seduto Ricky Martin — e continui richiami visivi al suo ultimo album Debì Tirar Más Fotos, un omaggio alle origini portoricane e ai ricordi dei suoi luoghi d’infanzia. Anche i costumi della performance rimandavano alla tradizione. Lady Gaga, ospite dello show, ha cantato la versione latina di Die with a smile, indossando un abito celeste con una spilla rossa raffigurante il Flor de Maga, il fiore simbolo di Porto Rico. Molti ballerini portavano la pava, il cappello di paglia tipico dei jìbaros, i braccianti agricoli dell’isola. Nel 1938 questo copricapo venne adottato dal governatore Luis Muñoz Marín, il primo eletto democraticamente a Porto Rico, come simbolo del Partito Democratico Popolare, in rappresentanza delle lavoratrici e dei lavoratori.
Sul suo social Truth, Donald Trump ha definito l’esibizione «lo show più brutto di sempre, uno schiaffo in faccia all’America», sostenendo che nessuno avesse capito una parola e descrivendo il ballo come “disgustoso”, «soprattutto per i bambini». Il riferimento era al perreo, o sandungueo, uno stile di danza nato a Porto Rico negli anni Novanta, basato su movimenti marcati del bacino e su uno stretto contatto tra i partner. Il termine deriva da “perro”, cane, per l’imitazione dell’accoppiamento animale.
Ad innervosire Trump non è stato tuttavia il provocante ballo portoricano, ma la perentoria presa di posizione dell’artista durante lo spettacolo. Sullo sfondo delle operazioni dell’ICE a Minneapolis e della cattura di Maduro in Venezuela, la denuncia più netta non è arrivata dalla politica istituzionale ma dalla musica. Dal palco del Super Bowl, Bad Bunny ha ribadito che l’America non coincide con gli Stati Uniti, richiamando l’attenzione sui Paesi dell’America Latina relegati al ruolo di “cortile di casa”. Verso la fine dello show ha sollevato il pallone da football che aveva tenuto con sé per tutta l’esibizione, mostrando la scritta “Together, we are American”.
È lo stesso messaggio già espresso ai Grammy, dove Debì Tirar Más Fotos (“Avremmo dovuto scattare più foto”) venne premiato come miglior album dell’anno, il primo in lingua spagnola a ricevere un tale riconoscimento. «Prima che io ringrazi Dio, dirò: ICE fuori – ha detto riferendosi ai fatti di Minneapolis –. Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo alieni, siamo umani e siamo americani». Bad Bunny è preso di mira dai conservatori, tanto che il commentatore politico e youtuber conservatore Benny Johnson lo ha più volte definito «un attivista anti-Ice». Per questo motivo, l’artista portoricano ha deciso che il suo tour mondiale non passerà dagli Stati Uniti, per paura che il suo pubblico latino possa essere preso di mira dall’Immigration and Customs Enforcement.
Secondo la piattaforma di dati Luminate, negli Stati Uniti la musica latina ha raggiunto lo stesso numero di streaming della musica country, e Bad Bunny è il sesto artista più ascoltato negli Stati Uniti, con seicento milioni di streaming ottenuti in poche settimane. Secondo l’ex economista di Spotify Will Page, questo fenomeno si inserisce in un più ampio ritorno alla musica locale: «In un mondo di infinite possibilità, offerto da TikTok e YouTube può prendere piede una “claustrofobia dell’abbondanza”, che riporta le persone a ciò che è familiare», ha detto al New York Times. Secondo la NBC, l’Halftime Show di Bad Bunny è stata la performance del Super Bowl più vista di sempre: con 134,5 milioni di spettatrici e spettatori ha superato il record del 2025 ottenuto da Kendrick Lamar. Per questo motivo, il governatore della California Gavin Newsom in un post su X ha ribattezzato l’8 febbraio 2026 come “Bad Bunny Day”.
Ma la visibilità di Bad Bunny eccede ormai il perimetro musicale ed è legata a un attivismo culturale che dura da anni. L’artista ha progressivamente abbandonato il reggaeton dei tormentoni stagionali, dai contenuti frivoli e tamarri, rivendicando il genere come espressione di una cultura popolare a lungo stigmatizzata. In Debì Tirar Más Fotos, per esempio, affronta il tema della gentrificazione e dell’impatto del turismo di massa su Porto Rico, descrivendolo come una forma di colonialismo contemporaneo. L’artista denuncia la mercificazione dei territori, un tipo di turismo che ignora le difficoltà che attraversano il Paese, e la superficialità dell’esperienza di viaggio. «Una foto bellissima, un tramonto mozzafiato / Un piccolo balletto, la tua catena d’oro / Eravamo così vicini, guardandoci negli occhi / Dimmi se hai visto la tristezza del mio cuore rotto», scrive in Turista, l’undicesima traccia del suo ultimo album.
Lo racconta anche in Lo que pasò à Hawaii, una canzone che racconta di aver sognato, in cui fa un parallelismo tra la storia della sua isola con quella delle Hawaii. «Vogliono togliermi il fiume e anche la spiaggia / Vogliono il mio quartiere e che l’anziana se ne vada / No, non lasciare la bandiera, non dimenticare il lelolai / Perché non voglio che facciano con te ciò che è successo alle Hawaii», scrive nel brano.
Nel 1893, con la deposizione della regina Liliʻuokalani, le Hawaii furono annesse al sistema statunitense. Da allora la lingua locale è stata progressivamente sostituita dall’inglese, e le tradizioni indigene si sono perse. Bad Bunny vede in questo processo un presagio di quanto sta accadendo oggi a Porto Rico: sebbene i portoricani siano cittadini statunitensi dal 1917, chi vive sull’isola non può votare alle elezioni presidenziali né ha rappresentanza diretta all’interno delle istituzioni federali. Porto Rico è attraversata da una profonda crisi economica, che traina il fenomeno dello spopolamento delle aree interne e della migrazione dei suoi abitanti.
Per provare a invertire l’emigrazione da Portorico, nel 2025 Bad Bunny ha coinvolto alcuni musicisti locali nella produzione dell’ultimo album e nell’organizzazione di No Me Quiero Ir De Aquì (“Non voglio andarmene da qui”), una residenza artistica di trenta date al Coliseo Rico José Miguel Agrelot. L’iniziativa, radicata nelle comunità locali, ha generato un indotto economico significativo nonostante si sia svolta durante la bassa stagione turistica. Delle ventuno date del tour a Porto Rico, nove erano riservate ai residenti, coinvolti direttamente nell’organizzazione degli eventi. «Non siamo più qui per i film e le catene / Siamo qui per le cose che sono importanti per davvero / Per il reggaeton, la salsa, la bomba e la plena», scrive nel brano Lo que pasò à Hawaii.
In un reportage per Rolling Stone, la giornalista Julyssa Lopez ha raccontato come, alla vigilia dei concerti, San Juan – la capitale di Porto Rico – fosse attraversata da un’euforia diffusa, con strade piene di auto da cui venivano diffuse le canzoni di Bad Bunny a tutto volume; graffiti rappresentanti il suo volto e altri murales raffiguranti il Concho, il rospo presente in molti suoi videoclip, una specie endemica dell’isola che oggi è a rischio di estinzione.
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