L’illusione della depurazione

Le cosiddette diete detox continuano a riscuotere un notevole successo mediatico e commerciale. Alla base della loro diffusione vi è una promessa semplice e seducente: perdere rapidamente peso e «ripulire» l’organismo da presunte tossine accumulate. Per molti consumatori, la rapida diminuzione del peso corporeo è di per sé sufficiente a legittimare queste pratiche, indipendentemente dalla loro reale efficacia o sicurezza biologica. Un’analisi attenta mostra però che il concetto di detox alimentare entra in contrasto con la fisiologia umana e con i principi della nutrizione scientifica.
Le diete detox consentono spesso una rapida riduzione del peso corporeo, talvolta fino a tre-quattro chilogrammi in una sola settimana. È fondamentale chiarire che si tratta di perdita di peso e non di perdita di grasso. Questi protocolli prevedono un introito calorico estremamente basso – spesso compreso tra seicento e ottocento chilocalorie al giorno – basato quasi esclusivamente su alimenti a bassissima densità energetica, con elevato apporto di fibre e drastica riduzione o eliminazione delle fonti proteiche. La diminuzione del peso osservata è dovuta prevalentemente alla deplezione delle riserve di glicogeno, alla perdita di acqua corporea e alla riduzione del contenuto intestinale. Il tessuto adiposo viene coinvolto solo in misura marginale.
Brevi periodi di moderata restrizione calorica, soprattutto dopo fasi di eccesso alimentare, possono contribuire a migliorare il bilancio energetico complessivo settimanale o mensile. Il problema nasce quando la restrizione diventa estrema e prolungata, come accade nei protocolli detox di quarantotto-settantadue ore o più. L’eliminazione delle fonti proteiche rappresenta un elemento critico: alcuni aminoacidi sono fondamentali per sostenere la funzione epatica, inclusi i processi di detossificazione. Privare l’organismo di questi substrati può affaticare il fegato, ostacolando proprio quelle funzioni che tali regimi dichiarano di voler potenziare.
Un altro aspetto riguarda l’introduzione massiva e non graduale di fibre. Molti soggetti passano da un consumo abituale minimo, talvolta inferiore a una porzione di frutta o verdura al giorno, a un’alimentazione esclusivamente basata su alimenti vegetali. Questo cambiamento repentino può determinare meteorismo, gonfiore addominale, aerofagia e disagio gastrointestinale. Effetti che vengono talvolta interpretati come «segni di depurazione», ma che riflettono semplicemente una scarsa tolleranza intestinale a un carico fibroso improvviso.
Tra i numerosi protocolli detox figurano anche quelli basati su alimentazioni liquide o semiliquide: centrifughe, spremute e frullati. Se una dieta solida da seicento–ottocento chilocalorie presenta già un potere saziante ridotto, una dieta che fornisce le stesse calorie esclusivamente in forma liquida amplifica ulteriormente il problema. Ne consegue un aumento significativo della fame fisiologica e psicologica. Dopo alcuni giorni sostenuti dalla motivazione iniziale, il rischio concreto è una perdita di controllo alimentare con episodi di iperalimentazione compensatoria. Questo meccanismo favorisce una diseducazione alimentare e può rappresentare un fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi del comportamento alimentare.
Se si chiede a una persona se ritiene di essere «intossicata», nella maggior parte dei casi la risposta è affermativa. Vengono citati pesticidi, metalli pesanti, inquinanti ambientali e altre sostanze non meglio definite. Questa percezione è sfruttata dal marketing detox, che fa leva sull’idea che il corpo umano non sia in grado di eliminare autonomamente le sostanze nocive. In realtà, l’organismo dispone di sistemi di detossificazione altamente efficienti, il cui fulcro è rappresentato dal fegato.
Il fegato è uno degli organi metabolicamente più attivi del corpo umano. Riceve sangue proveniente dall’intestino e dalla circolazione sistemica e lo sottopone a un continuo processo di trasformazione chimica. La detossificazione epatica avviene attraverso tre fasi integrate. Nella fase uno, detta trasformazione, gli enzimi del citocromo P450 modificano le sostanze lipofile rendendole più reattive. Nella fase due, o coniugazione, le molecole vengono legate a composti endogeni come glutatione, solfati, glicina e acido glucuronico, diventando meno tossiche e idrosolubili. Nella fase tre, infine, le sostanze vengono eliminate attraverso la bile e le urine. Si tratta di un processo continuo che rende priva di significato biologico l’idea che le tossine si accumulino nel fegato e debbano essere «lavate via» mediante interventi dietetici straordinari.
Alla luce della fisiologia epatica, non esistono evidenze che un alimento, un succo o un protocollo alimentare possano sostituire le reazioni enzimatiche del fegato o accelerarne selettivamente l’attività. Al contrario, diete estremamente restrittive possono ridurre l’apporto di nutrienti essenziali – proteine, vitamine e minerali – necessari al corretto funzionamento degli enzimi epatici, compromettendo la capacità di detossificazione.
Uno o due giorni di alimentazione molto ridotta o basata esclusivamente su frutta e verdura non comportano, nella maggior parte dei casi, conseguenze gravi per un individuo sano. Ciò non implica però che tali pratiche siano utili o scientificamente fondate. Preservare la funzione epatica significa ridurre i fattori che ne aumentano il carico metabolico – eccessi alimentari, abuso di alcol, sedentarietà – e adottare un’alimentazione equilibrata, adeguata dal punto di vista energetico e nutrizionale. In questo contesto, la priorità non è introdurre strategie di presunta depurazione, ma promuovere comportamenti alimentari coerenti con le evidenze scientifiche.
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