Testo Unico Ambientale: la cornice normativa della tutela ambientale italiana va riformata?
Il Testo Unico Ambientale è stato pensato per essere l’architrave normativa della tutela ambientale in Italia. Approvato nel 2006, ha riunificato e sistematizzato discipline frammentate, definendo obiettivi, strumenti e responsabilità per la protezione dell’ambiente e della salute pubblica… ma ora necessita di una revisione
Il Testo Unico Ambientale è stato approvato con il Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, in attuazione di una delega contenuta nella legge n. 308 del 2004. L’obiettivo era razionalizzare il quadro normativo, anche in coerenza con l’evoluzione del diritto ambientale europeo e con i principi di prevenzione e precauzione.
Il decreto si compone di sei parti che disciplinano, tra l’altro, la valutazione di impatto ambientale, la tutela delle acque, la gestione dei rifiuti, la bonifica dei siti contaminati, la difesa del suolo e la qualità dell’aria.
Il Testo Unico Ambientale aveva l’obiettivo di garantire la tutela dell’ambiente e della salute umana, promuovendo un uso sostenibile delle risorse naturali. L’equilibrio tra sviluppo economico e salvaguardia ambientale era centrale, nel solco di una tradizione giuridica che valorizza la responsabilità pubblica e privata.
Nel corso degli anni, il decreto è stato oggetto di numerose modifiche e aggiornamenti. Questa evoluzione testimonia il ruolo del Testo Unico Ambientale come strumento vivo, chiamato ad accompagnare la trasformazione dei modelli produttivi e delle politiche ambientali nazionali ed europee.
Un’evoluzione che oggi, forse, andrebbe ulteriormente accelerata perché il testo orginale è troppo orientato alla gestione dell’emergenza piuttosto che alla prevenzione. Come testimoniano anche i drammatici fatti di Niscemi, ultimo esempio di mancanza di prevenzione sul territorio.
Perché il Testo Unico Ambientale deve essere riformato
Ecco allora l’opinione di Maurizio Ferla, dell’associazione idrotecnica italiana e partner Accadueo, che spiega a GreenPlanner il suo punto di vista sull’evoluzione del Testo Unico Ambientale.
La Parte III del D.Lgs. 152/2006, dedicata alla difesa del suolo, alla tutela delle acque e alla gestione delle risorse idriche, nasce dall’accorpamento di norme stratificate nel corso di decenni, da esigenze di recepimento di importanti direttive comunitarie come per esempio la Direttiva Quadro Acque, ma anche in risposta a eventi calamitosi o a procedure di infrazione europea.
Questo processo ha prodotto un quadro regolatorio complesso, non sempre coerente, nel quale il principio dell’unità del bacino idrografico – fondamento della moderna ingegneria idraulica e della pianificazione territoriale – fatica ancora a tradursi in una governance realmente integrata ed efficace.
Nel frattempo, lo scenario climatico è radicalmente cambiato. L’Italia è oggi uno degli hotspot climatici del Mediterraneo: le temperature medie continuano ad aumentare, i giorni di pioggia diminuiscono, mentre crescono l’intensità e la concentrazione delle precipitazioni piovose nel corso degli eventi estremi.
Alluvioni e siccità non sono più fenomeni eccezionali, ma componenti ricorrenti di una nuova normalità. Gli eventi che hanno colpito l’Emilia-Romagna nel 2023 e nel 2024 rappresentano uno spartiacque: oltre 350 milioni di metri cubi d’acqua fuori alveo, più di 540 chilometri quadrati allagati, decine di migliaia di frane, danni stimati in miliardi di euro e conseguenze sociali drammatiche.
Dati che dimostrano come i riferimenti statistici del passato non siano più adeguati per valutare il rischio e pianificare il territorio.
Eppure, la normativa vigente continua in larga parte a basarsi su tali riferimenti, con scarse indicazioni metodologiche per integrare in modo sistematico gli scenari di cambiamento climatico nella definizione delle pericolosità, nelle soglie di rischio e nelle scelte pianificatorie.
Questo limite emerge con forza anche nella gestione della risorsa idrica: negli ultimi vent’anni il nostro Paese ha sperimentato siccità sempre più frequenti e prolungate, con impatti significativi sull’approvvigionamento idropotabile, sull’agricoltura e sulla produzione di energia.
Nonostante ciò, la pianificazione della scarsità idrica resta debole e disomogenea. Il riuso delle acque reflue e il bilancio idrico (equilibrio tra disponibilità e fabbisogni) continuano a rappresentare nodi irrisolti. Per quanto riguarda le perdite in rete nel settore idropotabile si segnalano recenti progressi attraverso gli interventi finanziati con il Piano nazionale degli interventi infrastrutturali e di sicurezza nel settore idrico (Pniissi).
I dati sullo stato delle acque sono altrettanto eloquenti. Circa un terzo dei corpi idrici superficiali è ancora interessato da inquinamento da nutrienti di origine agricola, solo poco più della metà degli impianti di depurazione rispetta pienamente gli standard europei e una quota significativa delle acque sotterranee è contaminata o sovrasfruttata.
A questo si aggiunge il consumo di suolo, che continua ad avanzare anche in aree a pericolosità idraulica e da frana, aumentando l’esposizione al rischio e riducendo la capacità naturale del territorio di adattarsi agli eventi estremi.
Tutto ciò evidenzia come l’attuale impianto normativo sia ancora troppo sbilanciato verso una logica reattiva, nella quale si interviene dopo i disastri, anziché prevenirli. La prevenzione richiede invece pianificazione di lungo periodo, restituzione di spazi ai fiumi, soluzioni basate sulla natura, integrazione tra politiche ambientali, urbanistiche e infrastrutturali, investimenti stabili nella conoscenza e nel monitoraggio. Richiede, soprattutto, una normativa capace di tenere insieme tutela ambientale, sicurezza dei cittadini e sviluppo economico.
L’Associazione Idrotecnica Italiana ribadirà, anche nel contesto della fiera Accadueo (26 e 27 novembre 2026 alla Fiera del Levante a Bari) la necessità di una revisione strutturale della Parte III del Testo Unico Ambientale (D.Lgs. 152/2006), coerente con il nuovo quadro costituzionale, con le direttive e le strategie europee sulla resilienza idrica e climatica, e con le evidenze scientifiche oggi disponibili.
Non si tratta di un semplice aggiornamento tecnico, ma di un cambio di paradigma culturale e politico: dall’emergenza alla prevenzione, dalla frammentazione all’integrazione, dal breve al lungo periodo.
Crediti immagine: Depositphotos
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