Torture nel carcere di Torino, sette poliziotti condannati: il ministero della Giustizia dovrà risarcire le vittime
Quelle nel carcere torinese Lorusso e Cutugno sono state torture ai danni dei detenuti. Lo ha stabilito il tribunale di Torino, presidente Paolo Gallo, giudici a latere Giulia Maccari ed Elena Rocci, che hanno condannato otto agenti di polizia penitenziaria per violenze avvenute dietro le sbarre tra il 2017 e il 2019 nel padiglione C, area destinata ai detenuti ristretti per reati di natura sessuale, ai danni di almeno undici detenuti.
Sette degli otto condannati rispondono del reato di tortura, uno per la sola rivelazioni di atti di ufficio. La pena più alta inflitta è stata di tre anni e quattro mesi di reclusione, la più bassa di due anni e otto mesi.
Il sostituto procuratore Francesco Pelosi aveva chiesto pene fino a sei anni di carcere per i 14 imputati alla sbarra: gli agenti rispondevano a vario titolo dei reati di tortura, abuso di autorità, lesioni, violenza privata, stato di incapacità procurato mediante violenza, favoreggiamento, omessa denuncia e rivelazione di segreti d’ufficio.
Sei di loro sono stati prosciolti dalle accuse tra assoluzioni per non aver commesso il fatto, perché il fatto non sussiste e per intervenuta prescrizione.
Alcuni imputati, insieme al ministero della Giustizia, dovranno inoltre risarcire le vittime, l’associazione Antigone e il Garante comunale, regionale e nazionale delle persone private della libertà personale. Le cifre saranno definite in un successivo processo civile, ma il giudice ha disposto intanto risarcimenti provvisionali immediatamente esecutivi per complessivi 40mila euro. “Ci riserviamo di leggere le motivazioni ma è una sentenza nella quale in punta di diritto la fattispecie di tortura non ci sembra integrata”, ha commentato l’avvocato Antonio Genovese, legale di uno degli imputati.
A far scattare le indagini erano state le segnalazioni dell’allora garante comunale di Torino, Monica Gallo. Per l’attuale garante dei detenuti, Diletta Berardinelli la sentenza emessa oggi ha svolto “una funzione fondamentale, ovvero quella di fare luce su fatti che a volte rimangono nell’ombra”. “Nel procedimento – spiega Berardinelli – sono emersi comportamenti e dinamiche interne alla casa circondariale a quei tempi, che erano stati documentati e testimoniati da fonti autorevoli e imparziali, quali i garanti nazionale, regionale e comunale in carica in quel periodo, che confermano ancora una volta la necessità di un monitoraggio continuo a tutela dei diritti delle persone private della libertà. È su questo terreno che l’attenzione di un garante deve essere costante, rigorosa e indipendente”.
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