Affrontare i fantasmi del passato, alla soglia dei trent’anni

Febbraio 3, 2026 - 07:30
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Affrontare i fantasmi del passato, alla soglia dei trent’anni

Le prime foto ritraggono i miei all’altare. Le espressioni non sembrano quelle di due novelli sposi, sono parecchio seri, ma nelle successive sorridono, si abbracciano, si tengono per mano – erano felici, e si vede. In Kenya, per il safari della luna di miele, su una jeep che attraversa il deserto, in posa a pochi metri da un leone, una giraffa, una zebra. Poi in ospedale: mia madre sdraiata, mio padre chino su di lei, entrambi stanchi, sfatti, entrambi contenti, gli occhi umidi, con mio fratello neonato, infagottato come un involtino alla crema, tra loro. Lorenzo cresce foto dopo foto: la sua prima poppata, il primo compleanno, i primi passi. E una trentina di scatti dopo eccomi: un coso piccolo e, in vero, piuttosto brutto: un mostriciattolo con il capo ricoperto da una fitta peluria nera, gli occhietti gonfi e le labbra distese in quello che sembrerebbe il mio primo sorriso. 

Mi fa effetto vedermi così piccolo, sento il desiderio di abbracciarla, questa creaturina, dirle che le cose non saranno facili, ma ci saranno brevi momenti di una felicità strana, del tutto incomprensibile, per cui varrà la pena affrontare il resto. Cresco anch’io: mi vedo fare i primi passi, accanto alle nonne, piangere davanti a Babbo Natale, carezzare un gatto che non riconosco, dormire sul divano vicino a Lorenzo. E mentre i miei invecchiano e prendono peso, i nonni svaniscono e fa la propria breve apparizione Fox, il labrador di famiglia, fuggito tre anni dopo la sua adozione e mai ritrovato. Ecco, mentre la vita procede mi vedo avvicinarmi inesorabile a ciò che sono ora. 

E vorrei fermarlo, il Teo in foto, dirgli no, aspetta, non andare oltre, pigliati ancora un po’ di tempo, va’ più lentamente, ché, anche se ti sembra il contrario, e lo so, di fretta non ce n’è. Fermati, vorrei dirgli, però non posso e Teo cresce. E oggi nella camera dei miei genitori, con lei malata, in una casa e in una città in cui non vivo da quasi dieci anni, tornato per il matrimonio del mio migliore amico assieme agli altri del gruppo, che abitano, anche loro, in posti diversi, corpi diversi, idee diverse, oggi, in questa nuova esistenza, strana ed estranea, non sono capace di capire che cosa ci sia successo. Che fine ha fatto tutto il tempo che avevamo? E che fine ha fatto l’amore, quello che abbiamo dato e abbiamo ricevuto? Che fine hanno fatto le persone che eravamo? E quelle che avremmo voluto o potuto essere? Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo?

Ogni tanto lancio un’occhiata a mia madre, che, invece, tiene lo sguardo saldo sulle foto – fa su e giù, soffermandosi su quella, quell’altra – e noto, o così mi pare, che spesso cerca di stirare le labbra in quel suo tentativo sghembo, triste di sorridere. Mi fa tenerezza e vorrei abbracciarla, ma continuo a sfogliare.

«Questa è la gita a Torino!» sussulto davanti a una foto.

«Dio, ti ricordi?» le chiedo. «Eravamo alle elementari, siamo andati col pullman e tu sei venuta assieme alle altre mamme che dovevano controllarci e…» avevamo pranzato in un ristorante

pessimo, e al ritorno in pullman noi bimbi avevamo dato di stomaco. «Invece qui eravamo…» continuo, indicando una foto che ritrae la famiglia nel portico di una casa, che dalle conchiglie al muro pare al mare. «Dov’eravamo, scusa?» le domando. «A Orbetello?»

Mia madre alza le sopracciglia, storce la bocca.

«No?»

Curva un po’ di più le labbra. «Pu…» prova. «Pu…»

«In Puglia, vero!»

Stende il viso, io le sorrido, andiamo avanti.

Feste di compleanno, cene di Natale, escursioni in montagna.

Giro pagina.

Viaggi in Sila, in Trentino, in Sicilia.

Giro pagina.

Picnic a parco Deledda, barbecue in veranda, anniversari.

Giro pagina.

L’estate dei miei otto anni, quella successiva ai tre mesi con Federico.

Il cuore salta un battito.

Siamo al mare, tutti in costume – sorridenti e impanati di sabbia. Mamma e papà – è strano scriverli così, “mamma e papà”: da anni ormai sono “mia madre e mio padre” –, accovacciati

sulle punte dei piedi, provano a non farci scappare e a tenerci davanti all’obiettivo; Sparpagliati ovunque, secchielli e palette. Lorenzo mi posa due dita sul capo per farmi le orecchie da coniglio, papà prova a fermarlo allungando la mano. Io me la rido mostrando due file di dentini storti, ancora un po’ sepolti nelle gengive, e provo a correre via, ma sono bloccato dall’abbraccio di mia madre, che ride a capo reclinato. È un bel ritratto, ma mi fa calare addosso un peso enorme, un peso familiare ed estraneo al tempo stesso.

Federico. In questa foto, pur invisibile, con noi c’è anche lui.

Giro pagina.

Io e mio padre mangiamo un gelato – Federico è vicino a me.

Giro pagina.

Siamo in auto, chissà dove andiamo – Federico siede tra noi.

Giro pagina.

Lorenzo mi tiene la mano, in giardino – Federico ci osserva.

Sento il cuore galoppare, la bocca prosciugarsi e il fiato farsi mozzo. Ho le vertigini, le cosce formicolano, le dita, impegnate a sfogliare l’album, d’un tratto si sono fatte deboli – le pagine sono pesanti. Procedere lungo il corso della mia vita da Federico in poi è difficile, doloroso, sfibrante, ma vado avanti – ma sono andato avanti. Sento il bisogno di alzarmi, allontanarmi dalle foto, da mia madre: nella stanza strisciano delle cose, con la coda dell’occhio le vedo insinuarsi ovunque, stendere i loro artigli sul piumone, puntandomi. Vogliono farmi prigioniero, e non credevo sarebbe capitato in questi giorni in città – pensavo d’aver messo la giusta distanza tra me e loro. Ma mi sbagliavo: devo fuggire.

La vita giovane, cover

Tratto da “La vita giovane”, di Mattia Insolia, Il Saggiatore, 2026, 20€, 384 pp.

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Redazione Redazione Eventi e News