È iniziata la settimana decisiva per la difesa dell’Unione europea

In meno di cinque giorni, tre incontri metteranno alla prova la capacità dell’Unione europea di agire come attore strategico. Tre incontri per tre nodi fondalmentali ancora da sciogliere: se continuare a sostenere l’Ucraina alla vigilia del quarto anno di guerra, come finanziare il riarmo europeo in maniera definitiva e non episodica, quanto ridefinire il rapporto con la Nato dopo le scellerate parole di Donald Trump a Davos. Da come questi nodi verranno gestiti, capiremo se l’Europa diventerà, faticosamente, responsabile della propria sicurezza.
La settimana della difesa europea si aprirà a Bruxelles, mercoledì 12 febbraio, con il Consiglio Affari Esteri che riunirà i ministri della Difesa dei 27 Stati membri. Un solo punto all’ordine del giorno: il sostegno militare all’Ucraina. La volontà europea di aiutare Kyjiv non è mai stato in discussione, il problema è operativo: come sostenere nel tempo uno sforzo militare ad alta intensità mentre il contributo statunitense è diventato discontinuo. La riduzione degli aiuti decisa dall’amministrazione Trump, insieme a scorte europee limitate, impone scelte rapide. Negli ultimi mesi la produzione industriale europea è aumentata, ma resta lenta e fortemente dipendente da tecnologie e componenti statunitensi, in particolare nella difesa aerea e nei sistemi avanzati di comando e controllo.
Il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov presenterà ai partner europei le priorità immediate, a partire dalla difesa aerea. I sistemi Patriot e NASAMS restano essenziali perché sono oggi l’unico strumento in grado di ridurre in modo significativo l’impatto degli attacchi russi contro reti elettriche, nodi logistici e aree urbane. Senza un rafforzamento di queste capacità, la pressione militare russa continuerà a fare molto male.
Come ha spiegato Politico in un interessante approfondimento, nelle cancellerie europee sta prendendo sempre più forma l’idea di un “piano B”: provare a costruire una capacità propria militare che non dipenda interamente dalle decisioni degli Stati Uniti. Una strada da percorrere potrebbe essere aumentare la cooperazione con l’Ucraina su tecnologie che possono essere sviluppate e adattate rapidamente, rispetto alle forniture militari tradizionali. Tradotto: droni per l’attacco e la ricognizione, sistemi per intercettare i droni russi, sensori e strumenti di guerra elettronica. Rispetto ai grandi programmi d’armamento si può reagire in settimane o mesi, invece di anni. E in questo campo l’Ucraina ha dimostrato di saper compensare, almeno in parte, la minore quantità di mezzi rispetto alla Russia con rapidità, sperimentazione e adattamento continuo.
Una volta capito cosa finanziare, rimane il problema di come farlo. Teoricamente il 4 febbraio gli ambasciatori dei Ventisette hanno definito un prestito da 90 miliardi di euro per coprire gran parte dei bisogni ucraini nel biennio 2026-2027. Due terzi delle risorse saranno destinati a spese militari, con l’indicazione che gli acquisti avvengano prioritariamente presso industrie europee o ucraine, salvo deroghe in caso di urgenza. Ma l’accordo ha un grandissimo limite politico: l’Unione non è riuscita a trovare un’intesa sull’uso dei beni russi congelati e ha scelto di finanziare l’operazione attraverso nuovo debito comune. L’effettiva erogazione dei fondi non è scontata: dipenderà dall’approvazione del Parlamento europeo e dalla capacità della Commissione di muoversi rapidamente sui mercati, con un primo pagamento previsto non prima di aprile.
Il secondo passaggio chiave della settimana della difesa sarà giovedì, quando i leader dei Ventisette si riuniranno nel castello di Alden Biesen, a Rijkhoven, nelle Fiandre, per un ritiro informale dedicato alla competitività del mercato unico. Nell’incontro si parlerà quindi di politiche industriali e riduzione delle dipendenze strategiche, partendo da una opinione condivisa: senza crescita e senza una base industriale più integrata, l’aumento della spesa per la difesa deciso negli ultimi anni non è sostenibile. Se la sicurezza europea richiede una spesa stabile nel tempo, quella spesa può reggere solo con crescita economica, consenso politico e margini fiscali adeguati. Se le catene del valore sono fragili, lo è anche la capacità di sostenere uno sforzo di difesa nel lunghissimo periodo.
Il formato e il luogo del summit ci fanno capire che la questione è politica, non tecnica e va discussa forzando i leader in vertice informale, lontano dai soliti riflettori. Lo ha fatto capire tra le righe António Costa, nella sua letterà di invito ai leader dei 27 Stati membri. Il presidente del Consiglio europeo ha spiegato che il mercato unico deve tornare a funzionare come moltiplicatore di scala. Il risultato migliore sarebbe un accordo politico sulla riduzione delle barriere nazionali e la semplificazione regolatoria, magari creando quel “28º regime” per consentire alle imprese di crescere più facilmente oltre i confini nazionali.
Per convincere i leader europei in questo momento storico, Costa ha invitato due italiani che negli ultimi mesi si sono occupati eccome della questione: Mario Draghi ed Enrico Letta. Nei loro rapporti, entrambi hanno sostenuto che la debolezza europea non deriva da singole politiche sbagliate, ma da una struttura economica frammentata che limita la scala degli investimenti e la capacità di competere. Se la difesa diventerà una priorità permanente, anche l’architettura economica europea dovrà adattarsi di conseguenza. In altre parole: serve un accordo sull’Unione del risparmio e degli investimenti capace di convogliare capitali verso i settori produttivi europei. Ad aumentare il carico politico ci sarà anche la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde che presenterà ai leader un elenco di riforme considerate indispensabili per rilanciare crescita e competitività.
Il commissario europeo all’Industria Stéphane Séjourné ha proposto di introdurre una “preferenza europea” nell’uso delle risorse pubbliche: quando l’Unione spende fondi comuni, questi dovrebbero andare in via prioritaria ad aziende che producono all’interno dell’Europa. L’obiettivo è rafforzare la base industriale del continente, sostenere l’occupazione e ridurre la dipendenza da fornitori esterni, soprattutto nei settori considerati strategici come la difesa, l’energia e le tecnologie avanzate. L’idea è sostenuta dalla Francia e guardata con interesse anche dalla Germania, perché entrambe dispongono di grandi industrie che potrebbero beneficiare di una maggiore domanda interna europea. Per diversi Stati più piccoli, però, la proposta è problematica. Temono che una “preferenza europea” finisca per avvantaggiare soprattutto le economie più grandi, che hanno già un apparato industriale più sviluppato, e renda il mercato unico meno aperto e competitivo. Anche questo sarà un nodo da sciogliere.
La settimana della difesa si chiuderà da venerdì a domenica a Monaco di Baviera, con la Conferenza sulla Sicurezza, l’appuntamento in cui il tema sarà inevitabilmente il rapporto con gli Stati Uniti e con la Nato. L’Europa può davvero ridurre la propria dipendenza da Washington senza esporsi a rischi maggiori? Secondo Mark Rutte, no. L’ex premier olandese e attuale segretario generale della Nato, ha già chiarito che un’Europa militarmente autosufficiente, nel breve e medio periodo, non è realistica senza il contributo americano. A Monaco dirà che gli europei devono spendere di più e coordinarsi meglio, ma all’interno di un sistema di sicurezza che resta guidato dagli Stati Uniti.
La buona notizia è che in Germiania non ci sarà Donald Trump, che secondo Munich Security Report 2026 è «il più potente tra coloro che prendono l’ascia contro le regole e le istituzioni esistenti». Dopo la ramanzina del vice JD Vance di un anno fa, non vedremo quella stile Davos del presidente degli Stati Uniti, e questa è già una buona notizia. Ma non si può sperare di meglio: iil segretario di Stato Marco Rubio probabilmente ribadirà la linea della Casa Bianca, in maniera più elegante e diplomatica. La speranza è che faccia capire cosa chiede concretamente Trump agli alleati, dopo averli biasimati e insultati.
Il sostegno americano non è incondizionato, sembra chiaro a tutti, ma quanto spazio di manovra avrà allora l’Europa per costruire una capacità credibile prima che le incertezze transatlantiche diventino strutturali? A Monaco, più che risposte definitive, emergerà un perimetro. Quanto tempo resta agli alleati per colmare le proprie lacune militari e industriali. Quanto possono ancora fare affidamento su Washington. E quanto rapidamente dovranno trasformare le decisioni prese a Bruxelles e Rijkhoven in politiche pragmatiche reali, prima che il contesto strategico diventi ancora più ostile. Una settimana in cui capiremo molto del nostro futuro.
L'articolo È iniziata la settimana decisiva per la difesa dell’Unione europea proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0




