I poco ricchi, l’ascensore sociale, e il privilegio di non dover oltrepassare il pianerottolo

Cominciamo da una cosa che una persona che tenesse alla propria reputazione non svelerebbe mai in pubblico, una cosa privata che essendo il Rhett Butler di questo secolo io invece sfacciatamente riferirò in pubblico.
Cominciamo dal fatto che non solo io ordino spessissimo cibo a domicilio ma che, le moltissime volte che il fattorino non trova l’indirizzo nonostante abbia le cartine stradali sul telefono, o che non gli va di salire, o che ci mette mezz’ora a fare tre minuti di strada, ogni volta io dico la stessa parola: Prissy.
Prissy era la schiava bambina di “Via col vento”, lo specifico perché chi vuole andare a ululare sui social «Soncini è per lo schiavismoooo» non si debba incomodare a cercare su Google. Ma soprattutto era, chi ha visto un paio di film nella sua vita lo sa, colei che se la prendeva comodissima mentre tutto intorno a lei era emergenza, guerra, doglie, necessità altrui assortite delle quale lei era naturalmente vocata a non preoccuparsi.
Adesso che abbiamo stabilito che sono una persona orribile, procediamo col resto: partiamo da lunedì per arrivare a domenica. Lunedì la procura di Milano ha chiesto l’amministrazione giudiziaria per Glovo, le cui paghe sarebbero sotto la soglia di povertà, e io ho pensato subito al comunismo americano, altrimenti detto capitalismo bolognese.
Per i fattorini delle app di consegna funziona, credo, come per i camerieri di ristorante negli Stati Uniti d’America: non dalle paghe, dipendono, ma dalle mance. Non a caso è un drammaturgo americano quello che ha definito il concetto di «dipendere dalla gentilezza degli estranei».
È un concetto trasversale tra New York, dove i ricchi al ristorante lasciano centinaia di dollari di mancia e a fine mese un cameriere, sebbene sottopagato dal ristoratore, guadagna meglio d’un insegnante, e Bologna, dove i ricchi si occupano del welfare, finanziando dalle mense per i poveri ai reparti per curare il cancro negli ospedali.
In un articolo d’un paio di settimane fa su quanto ormai sia diffusa la consegna di cibo a domicilio, e in cui quantificava in tre su quattro i pasti che i ristoranti preparano per consegnarli invece che per servirli a un loro tavolo, il New York Times raccoglieva il lamento d’un fattorino di Uber Eats (che in Italia ha chiuso; era l’unico sulla cui app potevi selezionare l’opzione «no, io non scendo, devi portarmelo tu al piano», e ha chiuso: sono sempre i migliori che se ne vanno).
Il tizio si chiama Austin – tenetelo a mente, poi tornerà – e dice che le mance sono «di pochi dollari». Gli esseri umani sono fatti al novantacinque per cento di abitudini, e in Italia la non consuetudine con le mance ti fa sentire un munifico magnate se allunghi cinque euro al fattorino: in America, ormai abituati a mance del venti o trenta per cento, che su un conto di ristorante vogliono facilmente dire più di cento dollari, sulle tue monete ci sputano.
Esistono ancora le classi sociali? Ci interroghiamo spesso sull’ascensore rotto che ti portava da una all’altra, ma io subito dopo aver pensato «Prissy» in genere penso non esistano più le classi sociali. Perché le app accusate di capolarato e di schiavizzare i fattorini a me dicono sempre che quelli che loro chiamano rider non son tenuti a salire (ma, se volevo far le scale, andavo a pranzo fuori: se ordino, è per non avventurarmi oltre il pianerottolo), e insomma che ne è della mia superiorità di classe nell’ordinare?
Una mia conoscente ricca guarda con gran disprezzo le lamentele rispetto alle app di consegna: se usate una cosa da poveri, dice, non lamentatevi che non vi tratti da ricchi. Ogni volta che lo dice penso a quel mio vicino che si fa portare i piatti del suo ristorante preferito da un ncc. È comunque poco ricco (altrimenti avrebbe un autista suo da mandare al ristorante, mica uno a noleggio), ma ha la vita che vorrei: quella in cui non badi a spese e non hai personale di servizio che ti gironzoli intorno quando non ti serve.
Però, nell’inettitudine dei fattorini con cui entro in contatto, vedo anche una spiegazione del mancato ascensore sociale: se non sai trovare un civico e suonare un campanello e fare una scala quando il tuo lavoro è fare consegne, come potrà la società affidarti mansioni più complesse e meglio retribuite? (Soncini anche abilista, oltre che schiavista: non ha nessun rispetto per la discalculia di chi non riconosce i civici stradaliiii).
Ma d’altra parte siamo nel secolo in cui nessuno sa fare nessun mestiere, e in cui tutti non si accorgono di quel che hanno davanti agli occhi: l’articolo del New York Times nasce da una richiesta ai lettori. La giornalista all’inizio di gennaio chiedeva di spiegarle perché ordinassero, visto che è un settore prospero e lei invece avrebbe giurato che finisse con la fine della pandemia.
Amica giornalista, vivi forse nella capanna di Unabomber? Solo così si spiega. L’umanità che c’è nell’articolo che hai tratto dalle testimonianze è abbastanza ordinaria. Vuoi dirmi che, prima di scriverne, non conoscevi coppie che facessero ordinare i figli direttamente dalle app invece di preparar loro da mangiare? Vuoi dirmi che non conosci nessuno che ordini assai più di quanto potrebbe permettersi col suo reddito? Vuoi dirmi che non hai amici? Vivi pure a New York, non esattamente una città in cui la gente passi quattro ore al giorno a preparare manicaretti.
Poiché la vita è sceneggiatrice, la notizia della decisione della procura di Milano è di lunedì, e domenica notte era andato in onda il Super Bowl. Che, come immagino sappiate, è molto famoso per le sue interruzioni pubblicitarie. Si producono apposta spot spettacolari che tutta l’America vedrà. Uno di quelli di domenica scorsa l’ha diretto Yorgos Lanthimos.
È una tavolata di gente con estetica buñueliana che chiede chi ingoierà le spese: a tavola sono state servite le fees, le spese di consegna, e insomma who will eat the fees. Si calmano solo quando l’inquadratura arriva a capotavola, dove c’è George Clooney, figo come suo solito e vestito normalmente, che risponde: «Grubhub will eat the fees».
Grubhub è una delle grandi società di consegna che usano negli Stati Uniti, e lo spot serve ad annunciare che, sopra i cinquanta dollari di cibo, le spese di consegna saranno gratuite. Ed è in questo momento che io mi ricordo di una cosa che credo di avere persino già scritto, perché le polemiche del presente sono sempre le stesse, e giornali che pagano i collaboratori tre euro a pezzo scrivono continuamente quant’è scandaloso che i fattorini siano pagati due euro a consegna, e insomma è un tema ricorrente giacché è dai tempi di Di Maio (ve lo ricordate?) che sembra che in Italia gli unici lavoratori in condizioni non ideali siano quelli che ci portano la pizza.
La cosa che credo di aver già scritto è che io ordino a domicilio da prima delle app. A Milano, a parte alcuni (pochi) ristoranti che avevano un sito tutto loro, c’erano due siti che raccoglievano gli ordini per vari ristoranti. Ordinavi e non c’era tracciabilità, a volte la cena arrivava dopo tre ore, e cionostante pagavi sette, otto euro di consegna, e il minimo di ordine era di cinquanta euro.
Io me li ricordo, quei tempi lì: nessuno si preoccupava della sussistenza dei fattorini, forse anche perché ordinare costava talmente tanto che lo facevamo in pochi. Se adesso è un problema così sentito da scomodare i politici e le procure e i giornali, è perché ordinare è diventata un’attività di massa (se n’è accorta persino l’Unabomber del New York Times). Lo è diventata perché è abbordabile. È abbordabile perché chi la fa è sottopagato.
Non serve un Nobel per l’Economia, per capire che non c’è un’alternativa al dualismo servizio sottopagato e quindi abbordabile, o servizio più costoso che viene utilizzato da meno persone: basta aver fatto le scuole elementari, si tratta di addizioni e sottrazioni.
Poi certo, c’entra anche la disponibilità psicologica della gente a spendere i propri soldi, che funziona in modi misteriosi: magari ormai si sono talmente abituati a non cucinare che, se gli rimetti le consegne a otto euro, li pagano volentieri (attualmente, la cifra da pagare per avere un mese di consegne gratuite su Glovo è di cinque euro e novantanove).
Magari sono come me, che sono convinta che cucinare a casa costi di più che ordinare, è ovvio che è così, non capisco come facciate tutti voi che non ordinate a non accorgervene e a continuare a buttare soldi facendo la spesa, non capisco dove sia il mio Nobel per l’Economia.
Magari finiremo tutti come Austin, che racconta al New York Times che lui di mestiere fa l’informatico, ma la ragione per cui si è messo ad arrotondare facendo consegne per Uber Eats è che ha bisogno di pagare i debiti. Li ha contratti ordinando troppo spesso cibo a domicilio.
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