Non era scandaloso indagare un poliziotto per un increscioso incidente di servizio?

Febbraio 21, 2026 - 07:00
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Non era scandaloso indagare un poliziotto per un increscioso incidente di servizio?

Dopo che il 26 gennaio scorso, in un’operazione di polizia nel boschetto dello spaccio di Rogoredo, un agente uccise uno spacciatore e la procura di Milano avviò un’indagine per accertare quanto fosse successo, l’intera destra politico-giornalistica insorse contro questa decisione, ribadendo la necessità di introdurre – come lungamente promesso – uno scudo penale per le forze dell’ordine, per sottrarle all’onta del sospetto.

Era tutto chiaro, no? Lo spacciatore aveva puntato contro il poliziotto una pistola (giocattolo: ma chi poteva pensarlo?) e quest’ultimo aveva sparato per difendersi. Lo aveva detto l’agente, lo avevano confermato i quattro colleghi presenti sulla scena dei fatti. E poi: il poliziotto è un poliziotto e lo spacciatore è uno spacciatore.

La «caccia alle divise» (Mario Sechi) e «l’errore madornale di accusare di omicidio volontario» (Vittorio Feltri) un agente «che andrebbe premiato» (Daniele Capezzone) sono così diventate la prova provata della necessità e urgenza di una misura eccezionale, prontamente ospitata nell’ennesimo decreto legge dell’esecutivo in materia di sicurezza, quello approvato dal Consiglio dei Ministri il 6 febbraio e, secondo le migliori tradizioni, incredibilmente smarritosi nel percorso tra Palazzo Chigi e il Poligrafico dello Stato e non ancora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

In ogni caso, stando alle bozze circolate, la montagna di demagogia sullo scudo penale ha partorito il topolino di un registro parallelo a quello degli indagati, in cui iscrivere gli agenti incorsi in incresciosi incidenti di servizio, quando “appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione”. Questo riguardo formale però non esclude che gli agenti siano comunque sottoposti ad un’indagine finalizzata a verificare se l’apparente evidenza di una causa di giustificazione sia anche reale, cioè tale da giustificare il riconoscimento della scriminante della legittima difesa o dell’adempimento del dovere.

Che sia stato il Quirinale o qualche funzionario di via Arenula non del tutto privo di senso del ridicolo ad avere trasformato lo scudo penale in una mera finzione scenica, rimane il fatto che, anche se la nuova norma fosse già stata in vigore il 26 gennaio, l’indagine a carico dell’agente che ha sparato allo spacciatore a Rogoredo si sarebbe svolta negli stessi termini, avrebbe condotto agli stessi, al momento non definitivi, esiti e avrebbe scoperchiato la marea di contraddizioni e omissioni che stanno ora emergendo, sia rispetto al comportamento dell’agente che ha sparato, sia dei colleghi che erano con lui e hanno inizialmente confermato la sua versione dei fatti.

Visto che quanti pretendono proscioglimenti preventivi e scriminanti presupposte alle indagini che dovrebbero accertarle per le stesse ragioni – arroganza e ignoranza in composizione variabile – inclinano a pretendere condanne preventive e pene anticipate ai processi che dovrebbero dimostrare la colpevolezza degli accusati, proprio quanti giudicarono scandaloso che si indagasse un uomo in divisa saranno i primi a chiederne l’impiccagione civile sulla pubblica piazza, in nome della disonorata divisa da proteggere dal contagio delle mele marce, molto prima che un giudice si pronunci su questa vicenda.

Il Ministro Piantedosi che, nell’imminenza dei fatti, delirava rammaricandosi che lo scudo penale non fosse ancora in vigore e dolendosi che il poliziotto non avesse «potuto fruire del beneficio dell’inversione dell’onere della prova» (sic), «perché in questo caso c’era una causa di giustificazione molto evidente», ieri prometteva «chiarezza, senza sconti per nessuno», ma non spiegava perché oggi chieda di fare chiarezza e meno di un mese fa accusava chi provava a farla di una ingiustificata «presunzione di colpevolezza» (sic) nei confronti degli agenti di polizia.

I cortocircuiti della storia, l’imperdonabile fascinazione della sinistra per le ordalie giudiziarie e la bigotteria populista e la capitolazione dei chierici del progressismo ufficiale al fanatismo di magistrati, che somigliano tutti al giudice Riches del Contesto di Leonardo Sciascia – la condanna come sacramento che converte l’uomo alla giustizia – ha fatto sì che la fiaccola del garantismo in Italia sia finita nelle mani degli epigoni e degli emuli dei lanciatori di monetine al Raphael e di quella cultura della forca e dell’impunità, che è cifra caratteristica dell’eterno fascismo italiano, perpetuatosi per l’intero dopoguerra sotto diversi nomi e bandiere, secondo l’azzeccatissima profezia di Carlo Levi.

Tutto ciò che finisce in quelle mani diventa un manganello, compresa una riforma costituzionale piccola e sacrosanta, come quella sulla separazione delle carriere dei magistrati, loro regalata dalla viltà della sinistra, che l’aveva concepita e ha preferito rinnegarne la paternità pur di non perdere la protettiva contiguità con le correnti del potere togato, che peraltro le hanno già quasi tutte voltato le spalle.

Così è pure capitato che lo scandalo per l’indagine verso un poliziotto, che adesso tutti faranno a gara a scaricare, sia nel frattempo diventato uno spot elettorale: «Poliziotto spara per difendersi, indagato per omicidio: questa non è giustizia, vota sì al referendum».

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Redazione Redazione Eventi e News