La trattativa Usa-Iran riparte in Oman tra minacce e segnali contraddittori 

Febbraio 9, 2026 - 17:00
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La trattativa Usa-Iran riparte in Oman tra minacce e segnali contraddittori 

I colloqui tra Stati Uniti e Iran riprenderanno «a inizio settimana», ha annunciato Donald Trump sabato, dopo il primo faccia a faccia di venerdì a Muscat, in Oman.

L’inviato speciale americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, si sono confrontati nella capitale omanita sotto la mediazione del sultano Haitham bin Tariq, nel tentativo di disinnescare una crisi che rischia di riportare la regione sull’orlo della guerra. Trump ha definito i colloqui «molto positivi», mentre il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha parlato di «un passo avanti», ribadendo però che «la nazione iraniana non tollererà il linguaggio della forza». Nonostante i toni concilianti, i segnali che arrivano da entrambe le parti indicano che la strada verso un accordo resta in salita.

Lo stesso giorno dei colloqui, Trump ha firmato un executive order che impone dazi del 25% ai Paesi che commerciano con l’Iran. «La prosecuzione delle sanzioni e delle misure in ambito militare fa sorgere dubbi sulla serietà dell’altra parte a condurre negoziati autentici», ha dichiarato domenica Araghchi, secondo quanto riportato dal ministero degli Esteri iraniano.

Fonti israeliane riferiscono che Washington avrebbe chiesto all’Iran «concessioni tangibili e significative» sul programma nucleare già nel prossimo round di trattative. Trump ha avvertito che «le conseguenze sono molto pesanti» se Teheran non accetterà un accordo. L’Iran, almeno pubblicamente, non sembra intenzionato a cedere. Araghchi ha dichiarato ad Al Jazeera che Teheran manterrà l’uranio arricchito all’interno del Paese e definirà i livelli di arricchimento «in base alle necessità nazionali». Il ministro ha inoltre respinto ogni discussione su temi che esulano dal nucleare, come il sostegno ai gruppi alleati nella regione o il programma missilistico balistico.

Questa rigidità riflette le divisioni interne al regime. Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale Ali Larijani avrebbe espresso disponibilità a trasferire l’uranio altamente arricchito in Russia in cambio della revoca delle sanzioni, ma altri alti funzionari si oppongono a qualsiasi soluzione che comporti la perdita di controllo sul materiale nucleare. Le immagini satellitari raccolte dopo i raid del giugno 2025 mostrano che l’Iran ha dato priorità alla ricostruzione del proprio arsenale missilistico. Più di una dozzina di impianti di produzione e test di missili balistici sono stati rapidamente rimessi in funzione, incluso il complesso di Shahroud, tornato operativo in pochi mesi.

Al contrario, i principali siti nucleari di Natanz, Isfahan e Fordow mostrano solo limitati interventi di riparazione. I danni superficiali sono ancora visibili, mentre i lavori si sono concentrati sulla rimozione delle macerie e sul rinforzo degli ingressi ai tunnel sotterranei. Gli esperti ritengono che questi impianti non siano operativi, ma l’uranio arricchito sarebbe rimasto sepolto e intatto.

Mentre negozia con Washington, il regime iraniano è alle prese con una seconda ondata di proteste di massa. Funerali e commemorazioni si sono trasformati in occasioni di dissenso, con cori contro la guida suprema Ali Khamenei. Studenti universitari hanno organizzato sit-in e rifiutato di cantare l’inno nazionale in diverse città. Le organizzazioni per i diritti umani stimano fino a 7.000 morti dalla fine di dicembre e oltre 50.000 arresti. Gli ospedali sono stati perquisiti per identificare i manifestanti feriti, e almeno 17 operatori sanitari sono stati arrestati.

L’ex primo ministro Mir Hossein Mousavi ha dichiarato la Repubblica islamica «irriformabile» e ne ha chiesto la sostituzione. L’attrice Elnaz Shakerdoost ha annunciato che non lavorerà più in Iran. Sindacati degli insegnanti e associazioni di commercianti del bazar hanno lanciato appelli per nuove proteste nazionali nei periodi di lutto di metà febbraio.

Israele sta facendo pressioni su Washington per un’azione militare. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha espresso scetticismo sulla capacità dei negoziati di contenere l’Iran, e alti ufficiali militari israeliani si sono recati a Washington per discutere piani operativi. Anche l’Arabia Saudita ha modificato il proprio atteggiamento, passando dall’opposizione agli attacchi a un sostegno condizionato. Il ministro della Difesa saudita avrebbe dichiarato che l’inazione potrebbe incoraggiare Teheran. La Turchia mantiene, invece, la propria opposizione all’opzione bellica e il presidente Recep Tayyip Erdogan ha avviato consultazioni con Arabia Saudita ed Egitto per posizionare Ankara come mediatore chiave. L’Oman continua la propria diplomazia di de-escalation. Ma senza un cambio di posizione da parte di Washington o Teheran, il rischio è che i prossimi colloqui si trasformino in un nuovo stallo, con conseguenze drammatiche per l’intera regione.

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Redazione Redazione Eventi e News