I negoziati tra Washington e Bruxelles mettono a rischio la privacy europea

Febbraio 21, 2026 - 07:00
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I negoziati tra Washington e Bruxelles mettono a rischio la privacy europea

In questi mesi abbiamo imparato a conoscere l’Ice. L’agenzia federale statunitense che – su carta – dovrebbe occuparsi del controllo dell’immigrazione clandestina, è diventata, sotto la seconda amministrazione Trump, una milizia parallela affiliata politicamente alla galassia Maga. I recenti fatti di Minneapolis lo hanno confermato nel peggiore dei modi. Ma l’Ice è soltanto il braccio armato di una politica criminale avviata da oltre un anno dal presidente Donald Trump che, con la scusa dei controlli alla frontiera, ha istituzionalizzato il reato d’opinione.

Ne abbiamo già scritto quasi un anno fa, quando un ricercatore francese è stato respinto dagli Stati Uniti dopo un controllo delle sue chat su WhatsApp (la sua colpa è stata quella di aver espresso, in una corrispondenza privata, giudizi negativi sull’attuale inquilino della Casa Bianca). Quella notizia non ha avuto la giusta eco, così come l’ultimo sviluppo, in ordine cronologico, di questo processo avviato da Trump.

Il 16 dicembre scorso, il Consiglio d’Europa ha adottato una decisione che autorizza la Commissione ad avviare negoziati con gli Stati Uniti sul tema dei dati sensibili dei cittadini europei. In sostanza, i governi dei Paesi membri possono passare i dati personali dei propri database al governo americano, nello specifico ad agenzie federali come l’Homeland Security e l’Ice. La cosa è stata denunciata pubblicamente una settimana fa da Raquel García Hermida-van der Walle, europarlamentare di Renew Europe. «Gli Stati Uniti minacciano di porre fine all’esenzione dal visto per i cittadini dell’Ue, se questa non concederà alle forze dell’ordine statunitensi l’accesso alle proprie banche dati di polizia. Ciò significa che i dati personali dei cittadini europei potrebbero essere condivisi con l’Ice», ci spiega Raquel García Hermida-van der Walle.

L’iniziativa, apparentemente derubricabile a una collaborazione tra gli apparati di sicurezza europei e americani, è estremamente pericolosa perché, come sottolinea l’europarlamentare, «queste banche dati di polizia spesso contengono dati di persone che non sono state oggetto di indagini personali e sono spesso obsolete. Anziché proteggere la privacy dei cittadini europei, la Commissione europea sta ora cedendo al ricatto degli Stati Uniti, negoziando un accordo che permette a Washington l’accesso a questi dati».

L’esponente di Renew conferma la tesi: l’accesso alle banche dati europee, da parte degli Stati Uniti, rappresenta un pericolo perché l’Ice potrebbe utilizzare i dati dei cittadini europei per attività di controllo e verifica dell’immigrazione. Questa possibilità (concreta) si aggiunge alla recente proposta dell’agenzia di frontiera statunitense, quella di esaminare, nel corso dei controlli alla dogana, fino a cinque anni di storico dei social media delle persone che arrivano negli Stati Uniti. La cronaca recente ci offre più di un motivo per pensare che l’obiettivo di queste ricerche non sia quello di ricercare soggetti e realtà eversive, ma un’operazione di schedatura politica.

Questo attacco alla privacy degli europei va contestualizzato in un momento storico che vede gli Stati Uniti condurre un’offensiva senza precedenti nei confronti del nostro continente. La crociata di Trump contro l’Europa è reale e abbiamo imparato a farci i conti, da oltre un anno, con la guerra dei dazi e le minacce di annessione della Groenlandia, esempi a cui si aggiunge il tentativo esplicito di stroncare la resistenza ucraina.

Trump ha dimostrato, nel corso di questo mandato, di considerare l’Europa un nemico, molto più di quanto possa esserlo il regime cinese o la Russia di Vladimir Putin (accolto in Alaska, lo scorso agosto, con tutti gli onori che si riservano a un alleato). Da un anno, l’Europa alterna sussulti di indipendenza politica – ne sono degni esempi la coalizione dei Volenterosi e l’agenda politica del cancelliere tedesco Friedrich Merz – a tentativi goffi di intesa con il presidente americano, trattato come un pazzo da assecondare piuttosto che come una reale minaccia.

Per Raquel García Hermida-van der Walle, la svendita dei nostri dati privati va interpretata come l’ennesima dimostrazione di questo approccio masochistico: «Quello che sta facendo l’Unione Europea è appeasement», ci dice, l’Europa «pensa che Trump sarà soddisfatto se otterrà ciò che vuole. Invece, ogni volta che gli dai un dito lui cercherà di prendersi tutta la mano. L’amministrazione Trump sta intensificando le sue azioni ostili contro la democrazia europea, la nostra privacy e la nostra sicurezza. La Commissione Europea deve sospendere questi negoziati fino a quando non sarà possibile garantire la sicurezza e la privacy dei cittadini dell’Ue e degli Stati Uniti».

Nonostante la gravità palese, la questione non ha fatto rumore. Se non dovesse esserci una retromarcia da parte delle istituzioni europee, l’America trumpiana avrebbe a disposizione un’arma per perseguitare i cittadini che transitano negli Stati Uniti. I nostri dati personali rischiano di finire in mano ai miliziani amatoriali dell’Ice, gli stessi che, a volto coperto, sparano contro cittadini in regola. Il silenzio generale attorno alla questione indigna ma non stupisce: grazie a Donald Trump, l’impensabile è diventato la norma.

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Redazione Redazione Eventi e News