Pro e contro sull’utilizzo dei fanghi di depurazione delle acque reflue in agricoltura

Febbraio 3, 2026 - 06:30
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Pro e contro sull’utilizzo dei fanghi di depurazione delle acque reflue in agricoltura

Torniamo sul tema dell’impoverimento e della degradazione dei suoli valutando come i fanghi di depurazione estratti dalle acque reflue potrebbero darci una mano. La parola agli esperti che ci raccontano opportunità e preoccupazioni

I fanghi di depurazione – o fanghi da acque reflue – sono i residui solidi e semi-solidi che si ottengono a valle del processo di trattamento delle acque reflue urbane, classificati molto spesso in primari, secondari e terziari a seconda della fase del processo di trattamento delle acque da cui derivano.

Possiedono un enorme potenziale come nutrienti per il suolo, poiché sono ricchi di composti organici (fonte di carbonio) e nutrienti di base per le coltivazioni agricole, in particolare azoto e fosforo biodisponibili.

Insieme a questi componenti utili, tuttavia, possono contenere contaminanti e sostanze chimiche tossiche, nonché patogeni. Per questo motivo il loro trattamento e utilizzo come fertilizzanti è strettamente regolamentato e controllato (è del 1986 la direttiva europea sull’utilizzo in agricoltura dei fanghi di depurazione per la tutela della salute umana, animale e dell’ambiente).

Come si ottengono i fanghi di depurazione?

I fanghi di depurazione vengono ottenuti come rifiuto dal trattamento meccanico, chimico, fisico e biotecnologico negli impianti dedicati alla depurazione delle acque reflue.

A seconda della natura delle acque reflue in ingresso, dei trattamenti e delle tecnologie utilizzate, si ottengono fanghi con diverse caratteristiche chimiche e biologiche, che devono essere smaltiti adeguatamente.

La quantità di fanghi prodotti è costantemente in crescita a seguito dell’aumento della popolazione globale e la loro gestione pone problemi di sostenibilità. Diventa dunque fondamentale mettere in atto strategie circolari che trasformino i fanghi da rifiuto a risorsa.

Quali opportunità offrono?

Pur nella variabilità della loro composizione, i fanghi, dopo opportuno trattamento, possono essere materia prima seconda da cui ottenere nutrienti per l’agricoltura (fertilizzanti), biocarburanti (idrogeno e biometano), materiali adsorbenti per eliminare sostanze inquinanti delle acque reflue stesse, materiale per l’edilizia, fonte di nutrimento di microrganismi per la produzione di bioplastiche, proteine, inclusi alcune tipologie di enzimi (biocatalizzatori) che possono essere utilizzati per processi industriali (per esempio nell’industria alimentare, farmaceutica, dei detergenti).

Il processo di trattamento delle acque, in alcune fasi, produce biogas da cui ricavare energia, che di conseguenza può sostituire quella ottenuta da fonti fossili.

Infine, i fanghi ottenuti dalle differenti fasi e trattamenti possono essere convogliati in fermentatori, in cui microorganismi specializzati li utilizzano come fonte di nutrimento per produrre intermedi chimici ad alto valore aggiunto per l’industria chimica, secondo la logica delle bioraffinerie.

Un recente rapporto del Jrc evidenzia sia le opportunità sia i potenziali rischi che possono derivare dal loro utilizzo in agricoltura e che, se opportunamente gestiti, possono contribuire alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica, dell’esaurimento del fosfato di roccia, classificato dall’Ue come materia prima critica, necessaria per la produzione di forme biodisponibili di fosforo per l’industria dei fertilizzanti.

Sul tema dei fanghi come materia prima seconda si è tenuto lo scorso dicembre un evento organizzato da Chimica Verde Bionet dal titolo Chiudere il cerchio – Fanghi di depurazione sui suoli agricoli.

Abbiamo chiesto quindi a Beppe Croce, fondatore e direttore dell’associazione Chimica Verde Bionet, presidente di Federcanapa e membro della Presidenza del Comitato Scientifico di Legambiente, qualche dettaglio in più tra opportunità e preoccupazioni.

beppe croce

Cosa vi ha spinto come associazione ad affrontare questo tema?

L’interesse dell’associazione, insieme con l’Accademia dei Georgofili, verso questo tema è dettato dalle potenzialità date dai fanghi per il futuro dei nostri suoli. È ormai noto che i suoli agricoli stiano subendo una progressiva perdita di fertilità: in base ai dati dell’Osservatorio europeo per il Suolo, il 47% dei suoli italiani gode di cattiva salute.

I fanghi rappresentano una fonte abbondante ed economicamente sostenibile per ripristinare carbonio organico, azoto, fosforo e altri micronutrienti nel suolo agricolo.

Tuttavia, l’utilizzo dei fanghi è limitato sia dalle preoccupazioni ambientali tra gli operatori del settore sia delle normative in essere, frammentarie e incoerenti: la disciplina specifica sull’uso in agricoltura (Dl 99/92), la normativa sui rifiuti (Dl 152/06), il decreto fertilizzanti (Dl 75/2010) e i diversi regolamenti regionali.

Il quadro potrebbe complicarsi con la proposta legislativa di nuovi limiti, talmente restrittivi da impedirne l’utilizzo. Nuovi inquinanti, come le microplastiche, prodotte soprattutto dai cicli delle lavatrici domestiche, contribuiscono a complicarne il recupero.

Data la complessità del tema e le potenzialità dell’utilizzo dei fanghi in agricoltura, abbiamo voluto promuovere un confronto tra esperti e addetti ai lavori.

Può darci qualche indicazione di come vengono gestiti complessivamente i  fanghi di depurazione in Italia?

In Italia ogni anno si producono oltre 3 milioni di tonnellate di fanghi (fino a 4 milioni se si includono quelli di origine industriale), di cui circa la metà (il 46%) viene conferito in discarica, con ovvie problematiche correlate, mentre la restante parte viene analizzata e trattata per il successivo utilizzo.

Le fasi di analisi e trattamento sono fondamentali per garantire la sicurezza ambientale e la tutela della salute umana.

La situazione italiana rispecchia quella europea o, come spesso succede, il nostro Paese ha delle peculiarità?

Una peculiarità italiana è che molte regioni, come la Toscana, non gestiscono internamente i propri fanghi civili, ma li esportano verso la Lombardia o all’estero. Questo aspetto non è sostenibile da un punto di vista ambientale ed energetico.

Nonostante le difficoltà, esistono eccellenze italiane che sviluppano tecnologie avanzate, per trasformare i fanghi in risorsa. Possiamo citare, tra gli altri, Agrosistemi di Piacenza che dai fanghi produce un biosolfato che risulta un fertilizzante a norma di legge, oppure Paneco Ambiente, azienda piemontese che riduce gli inquinanti nei fanghi grazie alle biotecnologie microbiche e, nel distretto delle pelli, Cuoiodepur che tratta fanghi conciari e da reflui civili per produrre fertilizzanti a norma di legge.

Oltre ai fanghi derivati dalle acque reflue, date la sua peculiarità geografica, l’Italia potrebbe valorizzare i 590 invasi nazionali, dove si sono accumulati 4,5 miliardi di metri cubi di sedimenti che riducono l’efficienza idrica ed energetica, nonché i fanghi derivanti dai dragaggi dei porti marittimi.

La startup toscana, Decomar, ha messo a punto una tecnologia di dragaggio che consente di recuperare i sedimenti, valorizzandone l’utilizzo.

Le potenzialità dei fanghi di depurazione e dragaggio sono enormi, ma occorre garantire la qualità con analisi e rimozione degli inquinanti e dei patogeni, con il supporto di un quadro normativo adeguato.

Crediti immagine: Depositphotos

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Laura CipollaLaura Cipolla: curiosa su tutto ciò che coinvolge la trasformazione della materia, dai sistemi viventi alle applicazioni della chimica, in particolare quelle legate alle biotecnologie. Per lei, la chimica è la vita, è il nostro Pianeta | Linkedin

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