Esg e geopolitica, come le imprese globali devono affrontare obblighi e strategie
La transizione energetica non è una solo questione ambientale, ma una riconfigurazione industriale globale che coinvolge anche le normative Esg e le strategie geopolitiche
Gennaio 2026 segna il momento in cui Esg e geopolitica cessano di essere cornici interpretative e diventano vincoli operativi concreti per le imprese globali.
Non cambia l’ideologia, né la retorica politica: cambia l’enforceability, cioè la capacità delle regole di incidere immediatamente su accesso ai mercati, catene di fornitura, costi e margini.
Nel giro di pochi giorni, una serie di eventi apparentemente disgiunti, accordi commerciali, ritiri istituzionali, minacce tariffarie, rivela che il rischio geopolitico non è più un fattore di contesto, ma un parametro di progettazione strategica.
Oggi determina dove un’azienda può operare, con chi può collaborare e quanto sono davvero difendibili i suoi profitti nel tempo. L’evoluzione di questo passaggio appare come l’accelerazione di una dinamica già in atto dal 2015: la transizione energetica non è una questione ambientale, ma una riconfigurazione industriale globale.
In questo processo, tre modelli si sono affermati:
- l’Unione europea, che ha trasformato l’Esg in filtro commerciale e regolatorio (il cosiddetto Brussels Effect)
- la Cina, che ha trattato la transizione climatica come politica industriale, assicurandosi il controllo delle fasi intermedie delle catene del valore
- gli Stati Uniti, che hanno politicizzato l’Esg come tema culturale interno, perdendo tempo e coerenza strategica
Gennaio 2026 non ribalta questo schema, ma lo rende impossibile da ignorare. In pochi giorni:
- l’Ue firma l’accordo con il Mercosur, creando il più grande blocco commerciale al mondo e garantendosi accesso privilegiato a mercati e materie prime critiche
- il Canada sigla un accordo strategico con la Cina, fratturando l’idea di un allineamento automatico nordamericano
- gli Stati Uniti si ritirano da decine di organismi multilaterali e minacciano tariffe persino contro alleati Nato, dimostrando che nemmeno le alleanze di sicurezza proteggono più dal rischio commerciale
Il risultato è il passaggio da un mondo biforcato a una struttura più complessa, fondata su tre pilastri geopolitici. Accanto all’asse Ue-mercati allineati e a quello statunitense sempre più isolato, emerge con forza l’America Latina come snodo strategico autonomo: non più periferia, ma crocevia delle risorse chiave della transizione energetica (litio, rame, terre rare) e terreno di competizione tra Europa e Cina.
In questo nuovo assetto, la globalizzazione one-size-fits-all si dissolve. Le imprese sono costrette a costruire catene di fornitura parallele, adattate ai diversi blocchi commerciali.
La frammentazione non distrugge solo valore: lo rialloca strutturalmente, premiando chi è già posizionato dentro i nuovi corridoi di scambio e penalizzando chi resta fuori.
Il cuore concettuale è qui: l’Esg evolve da framework aziendale a strumento di statecraft. Regolazioni come Csrd, Csddd o Cbam non sono più viste come adempimenti, ma come equivalenti tariffari, filtri di accesso al mercato o meccanismi di allineamento forzato delle catene globali del valore.
Parallelamente, anche l’anti-multilateralismo diventa un’arma geopolitica speculare: se l’Ue usa l’Esg come infrastruttura di confine, gli Stati Uniti usano tariffe e ritorsioni come strumenti coercitivi, persino contro partner storici.
Da qui deriva una conseguenza cruciale per le imprese: non basta fare Esg, non si può essere sostenibili a parole o solo con un esercizio di reporting. Conta il livello di maturità con cui lo si integra.
È importante costruire una una scala di valori che va dall’Esg come semplice reporting fino all’ESG come posizionamento geopolitico consapevole:
- livello 1 – Esg come reporting e reputazione. L’Esg è trattato come un obbligo di disclosure. Serve a raccontare bene l’azienda, a rispondere a richieste normative minime e proteggere la reputazione
- livello 2 – Esg come gestione del rischio. L’Esg entra nei sistemi di enterprise risk management. Serve a evitare sanzioni, blocchi normativi, crisi di fornitura o perdita della licenza di operare
- livello 3 – Esg come allocatore di capitale e supply chain. L’Esg influenza attivamente dove investire, da chi approvvigionarsi e in quali mercati crescere. Entra nei modelli di business e nelle decisioni di lungo periodo
- livello 4 – Esg come posizionamento geopolitico consapevole. L’Esg è compreso come linguaggio di enforcement del potere economico. Regole, standard e accordi commerciali sono letti come segnali geopolitici, non come semplice compliance
Gennaio 2026 rende instabili i livelli più bassi: per le aziende realmente esposte a mercati globali, solo i livelli più avanzati restano sostenibili. La geopolitica entra dentro la governance aziendale.
Il vero rischio non è la volatilità internazionale in sé, ma strutture decisionali progettate per un mondo che non esiste più. I consigli di amministrazione più evoluti stanno integrando Esg, supply chain, capitale e rischio politico in un’unica architettura di controllo, passando da una logica reattiva a una di posizionamento intenzionale.
Oggi il vantaggio competitivo non è determinato solo da costi o tecnologia, ma dall’appartenenza, o esclusione, ai nuovi blocchi commerciali e normativi.
L’Esg non è più un’opzione valoriale, ma un linguaggio di enforcement del potere economico. Aspettare non è neutrale: è una scommessa contro il consolidamento in atto.
Crediti immagine: Depositphotos
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Christian Sansoni: astrofisico per la sostenibilità, cerca di unire It ed Esg per aiutare le aziende a misurare, secondo le norme Iso, i loro impatti sul Pianeta. Collabora con GreenPlanner per rendere gli ambiti Esg alla portata di tutti | LinkedinL'articolo Esg e geopolitica, come le imprese globali devono affrontare obblighi e strategie è stato pubblicato su GreenPlanner Magazine.
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