Gisèle Pelicot: “Perché ho conservato il cognome di mio marito? Per famiglia e nipoti, sono i violentatori a doversi vergognare”

Febbraio 14, 2026 - 14:00
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Gisèle Pelicot: “Perché ho conservato il cognome di mio marito? Per famiglia e nipoti, sono i violentatori a doversi vergognare”

Gisèle Pelicot si è vergognata, a malapena è uscita di casa per quattro anni. “All’inizio mi sono sentita un po’ travolta, ma ho pensato che in questo modo, almeno, quell’orrore sarebbe servito a qualcosa. E non ero certo io a dovermi vergognare”. Sulla sua vicenda, gli stupri commissionati dal marito, un uomo all’apparenza perfetto, ci ha scritto un libro: Un inno alla vita, tradotto e pubblicato in Italia da Rizzoli. “Credo di essere la dimostrazione che non siamo mai preparati a quello che ci può riservare l’esistenza, ma ci si può sempre rialzare. Spero che il peggio sia dietro di me e che ormai io possa vivere gli anni che mi restano con un po’ di pace, di serenità”, ha detto in una lunga intervista a Sette, la rivista del Corriere della Sera.

Adesso Dominique Pelicot lo chiama “il signor Pelicot”, suo marito per una cinquantina d’anni, condannato per averla drogata e averla venduta su internet a sconosciuti che abusavano sessualmente di lei mentre senza sensi. Un caso mondiale esploso a Mazan, nel Sud della Francia, a partire dalla segnalazione di un agente della sicurezza di un supermercato non avesse notato quell’anziano signore che cercava di filmare sotto la gonna delle clienti. Le analisi dei computer da parte della polizia avrebbe scoperchiato l’orrore. Pelicot è stato condannato a 20 anni di carcere. 51 gli imputati, appartenenti alle più diverse classi sociali. Gli stupri erano registrati, a volte consumati davanti al marito.

“Mio marito apparentemente era perfetto. Così mi sembrava. Quando il 2 novembre 2020 mi chiamano in commissariato, e il vicebrigadiere Laurent Perret prima di farmi vedere per la prima volta quelle foto spaventose mi chiede ‘come definirebbe suo marito?’, io rispondo ‘un uomo gentile, generoso, pieno di attenzioni, che non mi ha mai riservato una brutta sorpresa’. Il povero agente non sapeva come dirmelo. Poi in tribunale ha raccontato che non ci dormiva la notte, non trovava un modo accettabile per darmi la notizia, aveva paura di distruggermi la vita. Nella disgrazia, ho avuto la fortuna di incontrare brave persone”.

Gisèle Pelicot ha 73 anni e un nuovo compagno, il libro che ha scritto parla anche della madre, della sua famiglia. Aveva conosciuto il marito che entrambi erano già sposati, avevano tra 19 e 20 anni. La figlia ha distrutto tutte le foto di famiglia. “Ho bisogno di pensare che non siano stati totalmente, esclusivamente, una menzogna. Tutti lo adoravano, gli amici dicevano che eravamo una bella coppia, anzi una coppia modello. A pensarci adesso, è una follia. Come è possibile che non ci siamo resi conto di nulla? Anche i nostri figli hanno sempre pensato di avere un padre meraviglioso”.

Ha dichiarato che la scelta più importante della sua vita era stata opporsi al processo a porte chiuse. “Mi sono detta che tutti dovevano sapere. Non per me, ma per tutte quelle donne che subiscono abusi e tuttavia neanche provano a denunciare, perché è difficile fornire le prove delle violenze”. Ha dovuto vedere i video e le foto delle violenze, delle quali non aveva ricordi diretti, sulle quali la difesa ha cercato di aprire una breccia. “Per tutto il tempo, ogni giorno, hanno cercato di insinuare l’idea che avessi partecipato a quei crimini, che magari non ero consenziente in quel momento – impossibile, nei video si vede che ero praticamente morta – ma magari in qualche altra occasione. Una falsità totale. E continuavano a parlare di ‘relazioni sessuali’, ma non c’è mai stata nessuna ‘relazione’, c’erano uomini che abusavano di un corpo privo di volontà. Un imputato ha detto che pensava fossi morta, poi mi ha toccato, ha sentito che la mia pelle era calda allora è andato avanti. Un altro ha sostenuto che non c’era stupro perché il consenso l’aveva dato il signor Pelicot, il marito, come se io fossi un pezzo di carne a disposizione dell’uomo di casa. Ho ascoltato delle frasi lunari, osservazioni abiette”.

Ha detto di aver voluto conservare il suo cognome per la sua famiglia, i suoi nipoti “che da grande forse il suo cognome Pelicot le ricorderà più quel che ha fatto la nonna che i misfatti del nonno”. La vergogna non la riguarda più come prima. “Sono loro, i violentatori, a doversi vergognare, non le vittime. Io mi sono vergognata da morire. Per quattro anni mi sono nascosta, passavo ore sotto la doccia per fare andare via lo sporco. Per una donna è terribile, e io comunque non avevo memoria di quelle violenze, me le hanno fatte vedere ma io non le ho vissute. Mi immagino le donne che, purtroppo per loro, invece le hanno subite essendo coscienti”.

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Redazione Eventi e News Redazione Eventi e News in Italia