Intervista con Marcello Maietta, al cinema con il film “Elena del ghetto”: “E’ importante conoscere il passato e capire gli errori commessi per non ripeterli”

Febbraio 3, 2026 - 07:00
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Intervista con Marcello Maietta, al cinema con il film “Elena del ghetto”: “E’ importante conoscere il passato e capire gli errori commessi per non ripeterli”

“Il mio personaggio è stato creato per far emergere anche l’umanità e i rapporti che continuavano ad essere vivi nonostante la guerra”. Marcello Maietta è tra i protagonisti del film “Elena del ghetto”, al cinema dal 29 gennaio con la regia di Stefano Casertano, che ripercorre la straordinaria storia di Elena Di Porto (interpretata da Micaela Ramazzotti), una donna ebrea romana, forte, indipendente e coraggiosa che ha sfidato il regime fascista per salvare molte vite.

Il poliedrico attore veste i panni di Samuele, un giovane ebreo di origine bolognese che, mosso da un senso di libertà ed autonomia, decide di lasciare la sua città d’origine per approdare a Roma e qui, per sopravvivere, sbarca il lunario come stracciarolo nel ghetto.

In questa intervista, Marcello Maietta ci ha parlato di “Elena del ghetto”, dell’importanza di trasmettere la storia e la Memoria alle nuove generazioni, ma anche dei prossimi progetti, tra cui l’uscita del nuovo singolo della sua band, i Siriana, dal titolo “Un tuo nemico“.

Marcello Maietta e Micaela Ramazzotti in “Elena del ghetto” – credit foto Eduardo Castaldo

Marcello, com’è entrato nel ruolo di Samuele che è un personaggio immaginario, a differenza ad esempio di Elena Di Porto che è realmente esistita?

“Il regista Stefano Casertano e le sceneggiatrici Alessandra Kre e Francesca Della Ragione si sono interrogati sulla necessità di avere un personaggio che potesse romanticizzare, in un certo senso, tutta la storia. All’inizio Samuele corteggia Elena, ed è proprio da quel momento che nasce inconsapevolmente un rapporto meraviglioso tra loro, intriso di fiducia, di grandissima riconoscenza, di aiuto reciproco. Il mio personaggio è stato creato per l’esigenza di non cadere nel solito cliché di raccontare una storia di guerra ma per far emergere anche l’umanità, i rapporti che continuavano ad essere vivi indipendentemente da quello che succedeva, per dare un momento di respiro in cui lo spettatore può riflettere su quello che sta vedendo”.

C’è una battuta in cui Samuele, mentre parla con Elena, dice “ci si abitua anche alla guerra”, ed è vero se pensiamo all’attualità e al fatto che siamo talmente assuefatti da quello che accade nel mondo che la guerra quasi non fa neanche più notizia …

“Quel dialogo tra Samuele ed Elena è una delle scene più importanti del film. Ci si abitua alla guerra perché comunque è anche dentro di noi, può sembrare scontato, ma ogni mattina, quando ci svegliamo, siamo consapevoli che il giorno sta per iniziare e non sappiamo cosa accadrà finchè non lo viviamo. In quella scena si parla del passato di Samuele, del fatto che ha lasciato il suo paese, che sua mamma voleva che si sposasse, mentre lui desiderava la libertà, proprio come Elena, ed è quello il comune denominatore che li unisce. Entrambi volevano sentirsi liberi di provare a vivere in maniera diversa, dovendo però fare i conti con la vita nel ghetto, quindi con molti giudizi da parte degli altri. Elena da sempre era soprannominata “la matta” solo perché indossava i jeans, fumava, giocava a biliardo, quindi era considerata “strana” per l’epoca”.

Samuele afferma “a me è sempre piaciuto essere libero”. Cosa rappresenta per lei la libertà?

“Indipendentemente da quello che faccio come attore e musicista, ho la necessità di sentirmi libero, di potermi esprimere, anche di godermi la noia, che viene vista sempre come una perdita di tempo, mentre in realtà è parte della libertà, è quell’oziare ben pensato, come diceva Schopenhauer. La libertà per me non è tanto il divertimento, fare le cinque del mattino, anche perché non sono il tipo, ma l’essere connessi con noi stessi. In questo mondo dove si scrolla il cellulare ogni due secondi, io cerco di utilizzarlo prettamente per lavoro e per chiamare i famigliari e gli amici”.

Guardando il film emergono tante riflessioni, ad esempio il pregiudizio legato a chi viene considerato “diverso”, come Elena che non viene creduta dalla maggior parte delle persone quando annuncia che ci sarà il rastrellamento del ghetto. L’unico ad ascoltarla e a fidarsi di lei è Samuele, che si presenta all’appuntamento e che poi porta in salvo i suoi due figli …

“Il filo conduttore, oltre alla libertà, è proprio l’amore che sia Samuele che Elena, due persone molto sole, ripongono nella vita stessa e che donano anche agli altri. Si sa poco o nulla del passato di Samuele e quando ho letto la sceneggiatura per la prima volta mi sono innamorato di questo identikit – non identikit, perché è giusto lasciare un po’ di mistero. Apro una parentesi. Durante un incontro con le scuole in occasione della proiezione del film, i ragazzi chiedevano come fosse possibile che Elena fino all’ultimo, come viene testimoniato da documenti storici che riportano le dichiarazioni di chi l’ha conosciuta, avesse continuato ad essere così generosa, decidendo di consegnarsi ai nazisti, nonostante potesse salvarsi, venendo così deportata ad Auschwitz e andando incontro alla morte, e a rubare fino all’ultimo le sigarette per poterle dare a chi non le aveva. In quella consapevolezza c’era una vena di altruismo che ritroviamo anche in Samuele. Penso quindi che sia proprio quell’amore non detto, non rivelato, a far sì che questi due personaggi siano sempre più legati, tanto che Elena affida poi i suoi figli a Samuele”.

Quanto è importante coinvolgere i ragazzi delle scuole per poter conservare la Memoria e far sì che possano conoscere queste storie che non si trovano sui libri di testo?

“Mio nonno, che non ho conosciuto perchè purtroppo è morto a 41 anni di tetano, ha fatto la guerra, è stato deportato nei campi di concentramento, e poi è tornato in Italia ma ha contratto la malattia che lo ha portato alla morte. Io ho conosciuto quindi la storia attraverso i racconti legati a mio nonno e attraverso i libri. Oggi invece i ragazzi sembrano essere più interessati al presente rispetto al passato. Durante l’incontro con le scuole ho chiesto ai duecento giovani in platea quanti facessero teatro, che è importante per avere un’apertura mentale, una curiosità e una sensibilità, e solo due hanno alzato la mano. Anche con mio nipote che è adolescente spesso tendo a dover fare dei discorsi lunghi per far comprendere cos’è la storia. Siamo in un momento molto catartico perché ormai siamo abituati alle stories da trenta secondi su Instagram e si fa fatica ad ascoltare o a vedere un film o uno spettacolo di due ore. Ho fatto questo discorso agli studenti invitandoli a spegnere i cellulari e ad accendere il cervello, perché comunque è importante capire il passato, gli errori che sono stati commessi affinché non si ripetano, e il motivo per cui invece delle persone si sono battute per portare avanti degli ideali. Durante la proiezione del film ci sono state però anche delle belle domande da parte dei ragazzi e questo dimostra che se vengono stimolati sono i primi a riconoscere che c’è qualcosa di bello oltre a questo instagrammare la vita”.

Che ricordo ha del suo primo provino?

“Ho sostenuto il primo provino all’età di dieci anni, nel 1998, ed è stato un caso fortuito in quanto cercavano un bambino per la fiction “Ritornare a volare” con Giancarlo Giannini, che poi ho ritrovato come direttore al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma, quindi è stato un cerchio che si è aperto da bambino e si è richiuso quando ci siamo rincontrati dopo tanti anni. Quando invece ho iniziato a capire che il mestiere di attore sarebbe stata la mia vocazione ho fatto il primo provino con Pupi Avati, a 18 anni, per il film “Il figlio più piccolo”, in cui ho recitato nel ruolo di Paolo Baietti, insieme a Laura Morante, Luca Zingaretti, Christian De Sica, che era all’esordio in una pellicola drammatica. E’ stata una grande un’emozione. Sono stato tra gli ultimi fortunati che hanno potuto partecipare al casting direttamente a Cinecittà, nello Studio 5 di Federico Fellini. Per me che sono nato e cresciuto a Forlì è stato un momento indimenticabile. Pupi Avati, poi, mi ha fatto capire subito l’importanza del lavoro di attore, quindi conservo un ricordo bellissimo”.

E’ un artista a 360 gradi, è anche musicista e cantante, ha pubblicato un album con i Siriana, ha ideato e dirige a teatro la Compagnia Mai. Quali sono i prossimi impegni, sia a livello musicale che attoriale e registico?

“A volte mi chiedo perché le giornate siano così brevi (sorride), perché vorrei continuare sempre a fare cose nuove. Nei prossimi mesi arriverà su Netflix la prima stagione della serie Il Capo Perfetto, con la regia di Roan Johnson e Niccolò Falsetti, due registi super bravi e disponibili, in cui ho ritrovato sul set Luca Zingaretti. E’ il remake dell’omonimo film con Javier Bardem. Il mio personaggio è un vicepreside che ha un passato un po’ burrascoso e che avrà una rivalsa nel corso delle puntate.

A livello musicale, il 16 febbraio uscirà il nuovo singolo dei Siriana dal titolo Un tuo nemico (pre-save qui). Con il gruppo siamo stati in tour per quattro anni e poi ci siamo fermati perché giustamente avevo bisogno di concentrarmi sul cinema e sulla serialità, però volevo ugualmente pubblicare nuova musica perché sento di avere tante cose da dire.

Con la Compagnia Mai siamo andati in scena a dicembre con l’anteprima di “Rimpiangeremo noi”, spettacolo da me scritto che prende spunto dall’omonima canzone dei Siriana e vede protagoniste due persone che si incontrano su internet, per un errore di mail, e iniziano così la loro storia d’amore ma senza trovare il coraggio di incontrarsi realmente e quindi racconta anche questa paura che caratterizza il momento storico che viviamo dove non c’è più voglia di umanità, dove osservando il mondo vedo sempre più digitalità nei sentimenti. Stiamo infine preparando il nuovo spettacolo, che sarà ispirato a Dieci capodanni, una serie spagnola molto bella che è disponibile anche su Raiplay. Fino ad ora ho firmato diciassette regie e sono molto contento di vedere i miei attori andare in scena, studiare e crescere con loro. Per quanto possa piacermi stare da solo, la squadra è importantissima, anche sul set. Infatti i runner fanno a gara per venirmi a prendere la mattina perché sanno che pago loro la colazione (sorride). Noi attori siamo semplicemente la punta dell’iceberg, quindi non mi piace sentirmi privilegiato. Lo sarò nel momento in cui mi sveglierò la mattina con mio figlio accanto, ma al momento non è ancora successo”.

di Francesca Monti

credit foto Francesca Marino

Si ringrazia Giuseppe Corallo

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