L’ambiguità di Askatasuna e il fallimento morale dell’antagonismo urbano

Qualche commerciante, a Vanchiglia, esibisce ancora in vetrina un bel cartello che dice “Io sto con Askatasuna”. La dichiarazione di conformità (ideale? ideologica?) non gli avrà evitato, nella feroce battaglia di sabato pomeriggio, di dover abbassare in fretta e furia le serrande, per scampare al peggio, ma indubbiamente – a meno di pensare a una sorta di sindrome di Stoccolma dei suoi abitanti – esprime uno stato d’animo diffuso nel piccolo borgo edificato nella seconda metà dell’Ottocento (in gran parte dal genio folle di Antonelli, l’architetto della Mole) sulle ceneri della zona all’epoca più malfamata di Torino.
Da quando, trent’anni fa, i primi occupanti hanno preso possesso dell’edificio abbandonato di proprietà comunale in corso Regina Margherita 47, Askatasuna non è stato soltanto il centro propulsore di tutte le battaglie antagoniste e della composita umanità marginale-marginalizzata che vi si radunava; è stato anche un centro “sociale” nel senso proprio del termine, che ha ospitato assemblee, dibattiti, laboratori, concerti, eventi artistici, sportelli di sostegno alla comunità, intrattenimento extrascolastico per i bambini, diverse forme di aiuto agli anziani in difficoltà. Pare che abbia pure contribuito a tenere sotto (un certo) controllo la situazione nella vicina piazza Santa Giulia, insonne centro nevralgico della movida e dello spaccio.
Attività socialmente utili accanto alle mobilitazioni più squisitamente politiche, alle battaglie più discutibili non di rado sfociate nella devastazione. Si può lavorare per il bene del quartiere senza accorgersi che nello stesso edificio, nella stanza accanto, c’è chi alimenta e organizza le azioni più violente, dalle ripetute incursioni contro i cantieri della Tav e i negozi del centro, agli scontri durante i cortei proPal, fino agli assalti alle Ogr, alla Leonardo e alla redazione della Stampa, lo scorso autunno? È l’ambiguità irrisolta che ha portato allo sgombero forzato – o, se si preferisce, che ne ha fornito al governo il pretesto – poco prima di Natale. E che, a ondate concentriche, si riproduce sulle manifestazioni di piazza fomentate da Askatasuna. Come quella di sabato.
Accanto a Askatasuna aveva aderito una galassia di gruppi e gruppuscoli: Torino per Gaza, No Tav, Extinction Rebellion, Fridays for Future, Non Una Di Meno, i sindacati Usb e Cobas, il Collettivo Universitario Autonomo, Cambiare Rotta, Studenti Indipendenti, oltre ai numerosi gruppi provenienti da Milano, Roma, Napoli, dalle Marche, dalla Toscana, dal Veneto e dall’estero, soprattutto dalla Francia. Al centro di tutto la battaglia per Askatasuna, ma a caotico contorno un diversificato, informe, contraddittorio coacervo di rivendicazioni e pulsioni, espressione di un malessere reale, che avevano come unico – legittimo, per altri (non questi, o non tutti questi) versi – elemento unificante l’opposizione alle politiche del governo Meloni, e sullo sfondo, vaga e onnipresente, la militanza anti-imperialista, anti-colonialista e anti-occidentale.
Ed è proprio e soprattutto questo l’elemento aggregante che ha mobilitato sabato pomeriggio migliaia (quindicimila? cinquantamila?) cittadini a scendere in piazza, magari sorvolando sul fatto di marciare anche per obiettivi non del tutto condivisi. La cosiddetta parte sana, come molti commentatori si sono affrettati a sottolineare, la grande maggioranza “buona” che si proponeva obiettivi “buoni”, a fronte della minoranza violenta che ha guastato tutto.
Sospendiamo il giudizio sulla bontà degli obiettivi, su alcuni dei quali è lecito avanzare qualche riserva, e che tutti insieme, nel loro rabbioso rumoreggiare, destavano fin dal principio il netto presentimento di qualche cosa che sarebbe andato storto. La domanda però è proprio questa: si può partecipare con pacifica fiducia democratica e antifascista a una manifestazione che affastella tante motivazioni e tante sigle note per una certa tendenza a menare le mani, e sulla quale si addensava l’ombra sinistra dei black bloc in arrivo anche dall’estero?
Si può, senza mettere in conto la prevedibile degenerazione, scendere in piazza per sostenere le ragioni di utilità sociale di uno spazio autogestito ancipite che aveva appeso sulla facciata della sua sede lo striscione inneggiante alla “nuova intifada”? Intifada che in arabo vuol dire scuotimento, rivolta (sottinteso: contro la “criminale entità sionista”) e che concretamente vuol dire pietre e, nel caso di sabato scorso, anche bottiglie frantumate e usate come armi, spranghe, chiavi inglesi, bengala e tutto quanto serve per colpire e devastare (tragica ironia: proprio quella parte di città che in buona parte sostiene Aska). È la stessa ambiguità, la stessa leggerezza con cui si è sfilato e si sfila per la libertà della Palestina facendo finta di non capire che cosa sottintende l’aggiunta “dal fiume al mare”, di non vedere davanti, dietro, di fianco a sé i vessilli di Hamas e di Hezbollah. Come in quei casi, anche in questo nessuno può farsi schermo delle proprie buone intenzioni, nessuno può dire “io però non c’entro”.
E si può marciare al richiamo di slogan come “Riprendiamoci la città” senza domandarsi in che cosa concretamente dovrebbe consistere questa “reconquista”? Se l’intenzione era quella di riprendersi gli spazi di opposizione e di civile confronto, all’evidenza non era quello che poi si è visto il modo per ottenere lo scopo: davvero era così difficile immaginare cosa sarebbe accaduto?
Ma qualcuno poteva seriamente pensare di prendere possesso della città con la violenza, forzare la mano alle istituzioni e imporre l’ordine del caos? Sinceramente, è impossibile crederlo. E allora? Se la violenza è finalizzata a un qualche scopo, buono o anche cattivo che sia, è in qualche modo aberrantemente giustificata, può avere un suo (per quanto criminale) senso. La violenza fine a sé stessa, la violenza per la violenza, è soltanto uno sfogo distruttivo e controproducente: una forma di debolezza, e insieme la forma estrema della stupidità.
L'articolo L’ambiguità di Askatasuna e il fallimento morale dell’antagonismo urbano proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0




