L’Italia dell’olio nel 2026

L’olivicoltura italiana nel 2026 si trova davanti a un bivio identitario. Se da un lato la tecnologia dei frantoi ha raggiunto vette di eccellenza fatti di nuovi sistemi di molitura che mantengono la qualità dell’olio, dall’altro il settore agricolo fatica a condurre l’innovazione. Un paradosso per un Paese che vanta oltre 530 cultivar e un primato mondiale nella biodiversità, ma resta prigioniero di impianti vecchi, scarsamente produttivi, e di una frammentazione che impedisce la sostenibilità economica.
La campagna olearia 2025/2026 ha finalmente portato un incremento nella quantità produttiva con una produzione stimata di circa 300.000 tonnellate, in crescita del 21 per cento rispetto all’anno precedente. Questa spinta arriva soprattutto dal Sud: la Puglia, da sola, produce 135.000 tonnellate (il 50 per cento del totale nazionale), seguita da Sicilia e Calabria. Rimane in stallo il Nord, che segna un crollo della produzione vicino al 40 per cento a causa di eventi meteo estremi, mentre il Centro si attesta su una flessione tra il 10 e il 15 per cento.
I volumi complessivi, tuttavia, salgono mantenendo stabili i prezzi rispetto agli ultimi anni. Ismea, che si occupa di monitorare i prezzi del mercato agricolo, segnala che l’extravergine italiano di qualità ha superato la soglia psicologica dei dieci euro al litro. Un prezzo che non si può giudicare alto ma sufficiente per spaventare il consumatore medio, che tra il 2024 e il 2025 ha ripiegato su acquisti alternativi. Infatti, le vendite di olio extravergine nella Gdo sono calate del 26 per cento negli ultimi due anni, portando gli italiani a ripiegare su oli comunitari o addirittura sugli oli di semi. È qui che l’innovazione, non solo tecnologica ma anche di modello di business, diventa vitale per non perdere fette di mercato.

Occhio all’Umbria
In questo contesto paradossale, l’Umbria emerge come un laboratorio di resistenza qualitativa. Pur rappresentando appena il due per cento della produzione nazionale, la regione ha una reputazione altissima grazie a un tasso di certificazione cinque volte superiore alla media nazionale. L’ultima Anteprima Olio Dop Umbria, che si è svolta a gennaio a Trevi, ha confermato che la strategia umbra punta tutto sulla trasparenza e sulla cultura dell’olio per contrastare la volatilità del mercato.
L’analisi dell’annata 2025 in questa regione del Centro Italia vede contrarre la resa con una campagna olearia che ha portato alla molitura di 4.500 tonnellate di olive destinate a diventare olio Dop (la metà rispetto al 2024). Il processo di certificazione dell’olio 2025 è in svolgimento e ha già interessato circa 166.000 litri di prodotto. Ciò che rassicura i produttori e i mercati è che, nonostante il calo dei volumi, la qualità è molto alta: i parametri chimici e organolettici risultano di livello molto elevato, al pari dell’anno precedente.
Per superare la crisi, l’Umbria sta investendo pesantemente sull’accoglienza, intesa come nuova frontiera del reddito agricolo. Progetti come Evo&Art Experience uniscono la conoscenza dell’olio ai luoghi dell’arte, come i Colli Martani e l’Alta Umbria. Iniziative come la Cena Oleocentrica (che si svolge in occasione delle giornate di Frantoi Aperti) dimostrano che l’extravergine può essere maggiormente protagonista di una narrazione gastronomica complessa.
Scivolare meglio sopra l’olio
La frammentazione agricola e il ritardo nell’innovazione dell’olivicoltura in Italia ci stanno lasciando indietro rispetto a Paesi come la Spagna (o la Cina) che hanno fatto un eccellente lavoro nella programmazione olivicola degli ultimi venti anni. Come spesso accade in altri settori, ci siamo adagiati sulla convinzione di avere un prodotto di qualità inarrivabile, capace di fronteggiare ogni competizione. Il cambiamento climatico insieme all’avanzamento dello sviluppo agricolo di altri Paesi hanno messo in crisi tutto il sistema dell’olio italiano che, pur mantenendo un’altissima qualità, non si è messo sufficientemente in discussione.
Le istituzioni devono programmare nuovi modelli di sviluppo, le aziende devono smettere di temere l’innovazione in campo. Tutti devono investire in certificazioni e programmi di promozione per aumentare la conoscenza e la consapevolezza del prodotto. La ristorazione e il turismo possono contribuire al sistema e, come in piccolo sta già facendo l’Umbria, fare in modo che ogni soggetto, dall’imprenditore agricolo al consumatore finale, sia coinvolto nella costruzione di un nuovo racconto dell’olio: più consapevole e moderno, meno legato alla retorica della tradizione. Un racconto dove l’uliveto non sia solo un bel paesaggio bucolico ma un modello di agricoltura moderne ed economicamente interessante.
L'articolo L’Italia dell’olio nel 2026 proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0




