Pucci non va a Sanremo, ma il punto è l’inadeguatezza del pubblico

Febbraio 11, 2026 - 00:00
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Pucci non va a Sanremo, ma il punto è l’inadeguatezza del pubblico

Io non sono preoccupata per l’inadeguatezza delle classi dirigenti. Io non sono preoccupata per l’inadeguatezza di quelli che stanno sui palcoscenici. E le classi dirigenti sono inadeguatissime, e quelli che stanno sui palcoscenici sono inadeguatissimi. Ma io sono impegnata a preoccuparmi per l’inadeguatezza del pubblico.

Come sanno anche quelli che fino a cinque anni fa non l’avevano mai sentita nominare e ora la citano come avessero una seconda casa nel Village perché l’hanno vista su Netflix, nel 2021 Fran Lebowitz disse a Martin Scorsese che il crollo qualitativo del pubblico era colpa dell’Aids: aveva ammazzato i newyorkesi colti, non c’era rimasto più nessuno di esigente, e il risultato è che ora Broadway fa schifo. Chissà per quanto la possiamo usare, questa scusa, quarant’anni dopo. Chissà se vale anche in Italia.

Io non sono preoccupata per Fabrizio Corona: sono preoccupata per quanto non mi sembra capire il punto né il pubblico che tifa per lui né quello che gli tifa contro. Io non sono preoccupata per Andrea Pucci, e non solo perché non so chi sia: quel che so di lui è che una volta ha fatto una battuta su Tommaso Zorzi, che doveva fare Sanremo, che è di destra, che fa il comico.

Ecco, cominciamo da qui. Cioè, cominciamo da me. Io, negli ultimi sedici anni, ho riso quattro volte guardando un comico: tre a teatro, una davanti alla tele. Louis CK, New York 2010. Checco Zalone, Sanremo 2022. Chris Rock, Parigi 2022. Ricky Gervais, Brighton 2023.

Non è che non abbia visto altri comici bravi, ma quando fai il lavoro di raccontare le cose in genere le guardi come immagino i sessuologi copulino. Pensi «bravo», pensi «insomma», pensi «genio» (più raramente di quanto lo dica un qualunque commentatore social), ma non è che ridi. Vedi gli ingranaggi: vedi che fa ridere, ma non è che ridi.

Tutta questa premessite per arrivare solo dopo trenta righe, quando chi legge solo i titoli avrà già chiuso la pagina per correre su un social a illudersi di esistere, che no, amico commentatore: il punto non è che a Soncini piace Pucci (oddio, vai a sapere: magari, se m’incomodassi a vederlo, mi piacerebbe – son pur sempre figlia di uno che si scompisciava per «ce l’ho qui la brioche»).

È che ieri ho chiesto a un amico di dirmi di questo Pucci, questo Pucci che doveva fare Sanremo, poi hanno iniziato a dargli del fascista e allora ha detto che rinuncia, ed è intervenuta nientemeno che la Meloni, e quando pensavamo di aver toccato il fondo è arrivata la sinistra, che ci tiene a essere più scema della destra (bella gara), e domenica avevo i social pieni di «e allora perché non è intervenuta per Ghali» (Ghali è un cantante, credo, che doveva cantare all’apertura delle Olimpiadi, credo, e non l’hanno inquadrato abbastanza, credo).

L’amico mi ha detto che sì, Pucci è abbastanza di successo, io ho chiesto se più o meno di Angelo Duro, e lui mi ha guardato come guardi tua nonna che non capisce i tempi moderni e ha detto: «Angelo Duro ha esaurito il Petruzzelli in un’ora e mezza da quando hanno messo in vendita i biglietti: nessuno, in questo momento, ha il successo di Angelo Duro, in Italia». Ve l’ho già detto che sono preoccupata per il pubblico?

A parte la battuta dello scandalo intercettata su un qualche social, io Pucci non l’ho mai visto e non lo riconoscerei in un confronto all’americana, però ieri ho visto l’imitazione che ne ha fatto Fiorello, e ho capito che è un Sebastian Maniscalco che invece che in Illinois è nato in Lombardia. Maniscalco non m’ha mai fatto ridere in vita sua, ma non credo si rammarichi troppo di non essere di mio gusto, considerato che è uno che riempie il Madison Square Garden cinque sere di fila. Ve l’ho già detto che sono preoccupata per il pubblico?

È interessante che l’unica battuta ch’io conosca di Pucci sia una delle battute usate per accusarlo di omofobia (prima regola per l’igiene del linguaggio: qualunque cosa abbia il suffisso -fobia è una puttanata). La battuta era una battuta sulla pandemia, il fatto che passi per una battuta sui busoni dimostra che avete tutti Netflix ma quando Gervais vi spiega la differenza tra oggetto e bersaglio d’una battuta non capite quel che pagate per ascoltare.

La battuta (la cito a memoria perché non ho abbastanza spirito di sacrificio per andare a cercarmi i video di Pucci) diceva che se eri fortunato ti facevano il tampone in una narice, se eri sfigato in due narici, se eri sfigatissimo in gola, se eri Tommaso Zorzi in culo (uno bravo avrebbe usato Zorzi già al giro «gola»).

Ora, la ragione per cui tutti sappiamo che Zorzi è gay, pure io che l’ho incontrato una volta cent’anni fa e non ho mai visto neanche mezza sua apparizione televisiva, è che Zorzi ha fatto del suo essere gay un’identità, una qualifica, un vanto. Può farlo perché nella Milano del 2026 l’omofobia è un’importante componente della cultura del vittimismo ma un elemento inesistente nella realtà.

Fare una battuta che include il fatto che uno faccia sesso anale sarebbe odioso (o peggio) nell’Inghilterra di Oscar Wilde. Sarebbe esecrabile se grazie alle sue inclinazioni sessuali Zorzi fosse vessato dalla società o licenziato dal capufficio. Poiché così non è, di cosa diamine stiamo parlando?

Stiamo parlando del fatto che alla destra fanno orrore quegli altri, e alla sinistra fanno orrore quegli altri, e questo essere le due tifoserie identiche precise pittate ci s’illude di nasconderlo dietro parole come «valori». Tutti si autocertificano i buoni. Quelli non vogliono che Rosa Chemical possa mettersi un nome femminile avendo l’uccello. Quegli altri non vogliono che Pucci possa fare battute all’interno delle quali qualcuno prende tamponi nel culo. Tutti sentono che è pericolosissimo e inaccettabile che quegli altri, i non buoni, abbiano un palcoscenico.

È andata così, la Indesit ci ha liberato intere ore in cui, non lavando i panni al fiume, potremmo leggere romanzi come faceva la nonna di Antonio Pascale, e invece ci indigniamo di cose a casaccio, e lo chiamiamo attivismo.

Non possiamo sbatterci a diventare un pubblico colto ed esigente, perché siamo impegnati a postare la nostra indignazione per Ghali che non ha potuto dire non so che in mondovisione. Non possiamo sbatterci a diventare un pubblico colto ed esigente, perché siamo impegnati a postare la nostra indignazione giacché Ghali è un profittatore nonché poco talentuoso.

Non possiamo sbatterci a diventare un pubblico colto ed esigente, perché siamo impegnati a postare la nostra indignazione giacché Pucci è un fascista e la Meloni lo difende. Non possiamo sbatterci a diventare un pubblico colto ed esigente, perché siamo impegnati a postare la nostra indignazione per quelli che però quando in tv ci va Benigni non s’indignano.

Non possiamo sbatterci a diventare un pubblico colto ed esigente, perché siamo impegnati a postare la nostra indignazione per l’account Instagram chiuso all’avvocato di Corona. Non possiamo sbatterci a diventare un pubblico colto ed esigente, perché siamo impegnati a postare la nostra indignazione per Corona che fa come cazzo gli pare.

Ricorderemo l’inverno 2026 come quello in cui, mentre noi facevamo i turni alla catena di montaggio dell’indignazione, un pubblico inadeguato, una società inadeguata, commentatori inadeguati hanno, con la loro isteria, prima fatto passare dalla parte della ragione Fabrizio Corona, e poi Andrea Pucci. Chiunque egli sia.

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Redazione Redazione Eventi e News