Trump è una catastrofe, ma non avete idea di quanto lo sia il capo dell’Fbi

La missione londinese di Kash Patel a maggio per l’annuale riunione dei vertici delle agenzie della sicurezza interna dei Paesi membri dell’alleanza Five Eyes aveva già alimentato un articolo del New York Times. A novembre il giornale americano aveva rivelato una promessa non mantenuta dall’uomo voluto dal presidente statunitense Donald Trump per il prestigioso e critico incarico di capo del Federal Bureau of Investigation. L’omologo britannico, Ken McCallum, direttore generale del Security Service (o MI5), aveva chiesto a Washington di proteggere il lavoro di un funzionario FBI nella capitale britannica, incaricato di tecnologie di sorveglianza utili a monitorare la nuova ambasciata cinese vicino alla Torre di Londra; Patel aveva dato rassicurazioni; ma alla fine quel ruolo è stato cancellato per i tagli al budget imposti dalla Casa Bianca.
Pochi giorni fa è stato lo stesso New York Times ad aggiungere dettagli sulla missione a Londra raccontando il primo anno da direttore del Bureau di Patel, 46 anni il prossimo 25 febbraio, che dell’agenzia non aveva alcuna esperienza. Dopo la carriera da avvocato, Patel, nato a Garden City, New York, da una famiglia di origine indiana, aveva lavorato come assistente parlamentare del trumpiano Devin Nunes (oggi a capo del President’s Intelligence Advisory Board ma anche del Trump Media & Technology Group che gestisce Truth Social), funzionario al Consiglio per la sicurezza nazionale, vicedirettore dell’Intelligence nazionale per poche settimane e poi di nuovo al Consiglio per la sicurezza nazionale. Incarichi segnati dalla voglia di fare «piazza pulita» del cosiddetto Deep State e di screditare le indagini del procuratore speciale Robert Mueller, già direttore del Bureau dal 2001 al 2013, sulle ingerenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016 che hanno visto la vittoria di Trump.
L’articolo dipinge Patel come incompetente e più interessato all’immagine che all’efficacia. A proposito della riunione di Londra si legge di «richieste assurde» del suo staff e dei britannici che «cominciano a spazientirsi». «Prima della conferenza, il suo staff fa sapere che lui è scontento perché non ama le riunioni in ambienti d’ufficio», si legge. «Quello che vuole sono eventi mondani. Vuole andare alle partite di Premier League. Vuole andare sulle moto d’acqua. Gli piacerebbe un giro in elicottero». E ancora: «Tutti quelli che ne hanno sentito parlare hanno reagito così: un momento, davvero intende chiedere al direttore di MI5 di andare a fare jet ski invece di una riunione?». Lo staff di Patel era interessato a tre cose, scrive il giornale: cosa avrebbe mangiato, quando si sarebbe allenato e cosa avrebbe potuto fare per godersi la capitale britannica. Ci sono stati sforzi anche per farlo raggiungere dalla fidanzata e portarla a visitare il Castello di Windsor.
Ma non solo. Dall’articolo emerge come l’obiettivo principale di Patel sia quello di attuare ritorsioni per conto del presidente. Come a confermare tutto ciò, all’indomani della pubblicazione del New York Times, l’emittente Ms Now ha rivelato una nuova epurazione ai vertici del Bureau per volontà di Patel, con la rimozione di dirigenti e agenti collegati alle indagini su Trump, come i casi dei documenti classificati ritrovati nella sua residenza privata di Mar-a-Lago e del tentativo di ribaltare le elezioni nel 2020. Si tratta di un ricambio senza precedenti per l’agenzia, che ha sollevato forti timori sulla sua indipendenza, con le associazioni di agenti e alcuni funzionari licenziati che hanno definito i licenziamenti come politicamente motivati.
E qui entra in gioco un elemento dell’articolo del New York Times. Ovvero, il fatto che sia basato su interviste a 45 dipendenti attuali ed ex dipendenti del Bureau. Se il pezzo di novembre aveva fatto emergere le difficoltà all’interno dei Five Eyes, quello più recente racconta l’insofferenza della stessa agenzia.
Un’agenzia a cui Patel aveva dichiarato guerra promettendo di chiudere il quartier generale appena insediato e riaprirlo come «museo del Deep State». Nel suo libro Government Gangsters pubblicato nell’estate elettorale del 2024, in cui stila una lista di nemici. Sessanta persone. Non solo nominate da Joe Biden. Ma anche da Trump nella prima amministrazione. Tra questi, William Barr, l’ex procuratore generale, quello mandato a Roma per incontrare, dopo l’ok dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il prefetto Gennaro Vecchione, direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza; John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale; l’ex direttore del Bureau, Christopher Wray; Mark Esper, ex segretario alla Difesa. Ma anche diversi funzionari del Bureau come Lisa Page e Peter Strzok, quest’ultimo rimosso da capo delle indagini sul Russiagate dopo che erano emersi messaggi con la prima, avvocato dell’agenzia e sua amante, molto critici verso Trump.
I dubbi sulla nomina erano emersi già durante l’iter di conferma, con senatori democratici e perfino alcuni repubblicani che avevano sollevato perplessità sul curriculum e sul passato di Patel. Tra le questioni più controverse, il suo sostegno ai rivolti del 6 gennaio (la Kash Foundation è stata fondato per pagare le spese legali) e i suoi legami con il movimento cospirazionista QAnon: oltre 50 apparizioni su podcast che promuovevano teorie complottiste e perfino autografi sui suoi libri per bambini firmati con slogan QAnon. Sulla nomina gravano anche sospetti su possibili conflitti di interesse. La società di consulenza di Patel, Trishul LLC, aveva ricevuto 2,1 milioni di dollari, con l’ambasciata del Qatar tra i clienti, senza che Patel si fosse mai registrato come agente straniero come previsto dalla legge. Anche perché a dicembre ha firmato accordi di sicurezza bilaterali con il Qatar. E poi c’è Shein: Patel detiene tra 1 e 5 milioni di dollari in azioni dell’azienda cinese di fast fashion, finita sotto il fuoco del Congresso per presunti legami con il lavoro forzato degli uiguri nel Xinjiang e con il Partito comunista cinese.
Nonostante le polemiche, il 20 febbraio 2025 il Senato ha confermato Patel con un voto risicatissimo: 51 a 49, con due repubblicane, Susan Collins e Lisa Murkowski, unitesi ai democratici nel voto contrario. Un margine ben diverso dai 92 voti ottenuti dai suoi tre predecessori (Mueller, James Comey e Wray).
Per ora, però, Patel può dormire sonni tranquilli, anche perché non toccato dai fatti in Minnesota: a metà dicembre il suo vice Dan Bongino ha annunciato le dimissioni per gennaio, lasciando l’incarico dopo meno di un anno. Anche Bongino, ex agente del Secret Service diventato podcaster conservatore pro-Trump, era una scelta controversa: nessuna esperienza all’FBI, ma anni passati a denunciare il Bureau e a promuovere teorie cospirative su Jeffrey Epstein e sulle bombe artigianali del 6 gennaio. Trump, da parte sua, ha commentato laconicamente: «Dan ha fatto un ottimo lavoro. Penso che voglia tornare al suo show». Gli agenti del Bureau, invece, hanno tirato un sospiro di sollievo: «Stavano contando i giorni» fino alla sua partenza, hanno rivelato fonti interne a MS Now, considerandolo «fuori dalla sua portata» come leader.
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