Alpi senza neve: come cambia il destino degli sport invernali

Febbraio 8, 2026 - 09:30
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Alpi senza neve: come cambia il destino degli sport invernali

Il futuro degli sport invernali alpini si gioca sempre più sul crinale tra ambizione e realtà climatica. I dati scientifici più recenti indicano una progressiva riduzione della neve, imponendo nuove strategie a territori, impianti e grandi eventi

Le Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 rappresentano una vetrina globale per la montagna alpina italiana, ma anche un banco di prova per un modello di sport invernale messo sotto pressione dal riscaldamento globale.

Le principali sedi olimpiche registrano già oggi temperature medie più elevate e una copertura nevosa inferiore rispetto ai valori storici. Una tendenza che, secondo la comunità scientifica, non è episodica ma strutturale.

Gli studi climatici condotti negli ultimi anni convergono su un dato chiave: la neve alpina diminuisce in quantità, durata e affidabilità. Questo scenario incide direttamente sulla praticabilità degli sport invernali tradizionali, primo fra tutti lo sci alpino, e sulla sostenibilità economica delle stazioni sciistiche.

Belluno come laboratorio climatico delle Alpi

La provincia di Belluno, che ospita Cortina d’Ampezzo, offre un caso di studio emblematico. Una ricerca del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc) ha analizzato gli impatti dei cambiamenti climatici sul territorio, evidenziando una riduzione attesa del 9,5% dei giorni con copertura nevosa e del 37,9% dei giorni utili alla produzione di neve artificiale nel periodo 2036-2065.

Dal punto di vista economico, la minore disponibilità di neve si traduce in perdite stimate in circa 3 milioni di euro tra il 2012 e il 2041, che superano i 9 milioni di euro nello scenario successivo. Numeri che mettono in discussione la redditività di lungo periodo degli investimenti legati al turismo invernale.

dati cmcc
Le immagini – da sinistra verso destra – mostrano gli impatti incrementali degli scenari di basse, medie e alte emissioni sul numero di giorni di una stagione nivale nel periodo 2036-2065 (rispetto al periodo di riferimento 1981-2010) – immagine dataclime Cmcc

L’analisi del Cmcc evidenzia come uno degli indicatori più critici sia la riduzione dei giorni con uno spessore di neve superiore ai 30 centimetri, soglia considerata essenziale per la pratica sicura e continuativa degli sport invernali. Questo parametro, applicato all’intera regione alpina, segnala un aumento del rischio climatico per impianti, eventi e territori.

Le aree sciistiche della parte settentrionale della provincia di Belluno, oggi ancora relativamente affidabili dal punto di vista nivologico, risultano tra le più esposte agli impatti futuri, soprattutto in termini di qualità e profondità del manto nevoso. La conseguenza è una crescente incertezza sulla sostenibilità delle stazioni sciistiche di media quota.

La modellistica climatica al servizio dell’adattamento

Un elemento centrale dello studio riguarda l’evoluzione degli strumenti di analisi climatica. I sistemi di modellistica di nuova generazione, sempre più raffinati nella risoluzione spaziale, consentono di rappresentare con maggiore accuratezza fenomeni locali come le nevicate e le precipitazioni intense in ambito montano.

Questi dataset avanzati risultano fondamentali per supportare le valutazioni di impatto e la pianificazione delle strategie di adattamento, fornendo informazioni utili a decisori pubblici, gestori di impianti e operatori turistici. L’approccio sviluppato per Belluno è considerato trasferibile ad altre regioni alpine e non solo.

Le ricerche preliminari suggeriscono che l’aumento delle temperature sulle Alpi potrebbe essere più marcato del previsto, con incrementi medi invernali compresi tra 3 e 5°C rispetto alle stime precedenti.

In questo contesto, la quantità di neve naturale e i giorni disponibili per l’innevamento artificiale potrebbero risultare ancora inferiori alle attuali proiezioni. Ciò non implica la scomparsa totale della neve o degli eventi freddi estremi, ma una loro progressiva rarefazione.

Gli inverni molto nevosi continueranno a verificarsi, ma con minore frequenza e intensità, rendendo sempre più complessa la programmazione delle stagioni sciistiche.

Tra adattamento tecnologico e ripensamento del modello

Di fronte a questi scenari, gli sport invernali richiederanno investimenti crescenti per mantenere livelli di operatività accettabili. Lo spostamento delle attività a quote più elevate, l’espansione dell’innevamento artificiale e l’aumento dei consumi idrici ed energetici pongono interrogativi rilevanti sul piano ambientale ed economico.

La montagna alpina si trova così davanti a una scelta strategica: continuare a rincorrere un modello climatico che non esiste più, oppure avviare una transizione che integri sport, turismo e adattamento climatico.

In questo equilibrio fragile, il futuro degli sport invernali diventa una cartina di tornasole della capacità dei territori di confrontarsi con il cambiamento, senza rinunciare alla propria identità storica.

Stazioni sciistiche dismesse: come adattarsi al cambiamento climatico

Nel 2025 gli impianti sciistici dismessi in Italia raggiungono quota 265, raddoppiando rispetto al 2020, quando se ne contavano 132. È quanto emerge dall’ultimo report di Legambiente, confermato da un’analisi del Centro Studi di Rina Prime, che restituisce un quadro strutturale di crisi del modello sciistico tradizionale.

Le regioni maggiormente colpite sono quelle dell’arco alpino, con il Piemonte in testa (76 impianti abbandonati), seguito da Lombardia (33) e Veneto (30). Tuttavia, anche il Centro Italia mostra segnali rilevanti, in particolare Abruzzo, Toscana ed Emilia-Romagna.

Alla dismissione degli impianti si affianca la crescente criticità dell’innevamento programmato. Nel 2025 risultano mappati 165 bacini artificiali, per una superficie complessiva di quasi 1,9 milioni di metri quadrati, ma la loro efficacia è sempre più limitata dalla scarsità della risorsa idrica, mettendo le amministrazioni locali di fronte a scelte complesse tra usi civili e turistici.

In questo scenario si rafforza la necessità di ripensare il futuro delle stazioni sciistiche, orientandole verso modelli turistici destagionalizzati e sostenibili.

Turismo outdoor, offerte estive e autunnali, percorsi wellness, integrazione di energie rinnovabili e digitalizzazione dei servizi emergono come leve strategiche per valorizzare i territori montani, superando la dipendenza esclusiva dallo sci invernale.

Crediti immagine: Depositphotos

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