Andrà a finire proprio come non doveva: il vero referendum sarà su Meloni

Febbraio 13, 2026 - 14:00
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Andrà a finire proprio come non doveva: il vero referendum sarà su Meloni

Manca più di un mese al referendum sui magistrati, e intanto secondo molti sondaggi i No avrebbero raggiunto e per alcuni addirittura superato i Sì. Queste rilevazioni valgono quello che valgono però quanto meno annusano l’aria.

Fatto sta che i sostenitori del No si rianimano e quelli del Sì si preoccupano, mentre i partiti compulsano ansiosamente i dati. Perché c’è quest’aria di No (che non significa che prevarranno ma che si sente in giro)? Probabilmente perché la parte del Paese, ahimè sempre più ridotta, che segue le vicende politiche o comunque s’interessa della cosa pubblica avverte il bisogno di esprimersi sul governo dopo tre anni e mezzo dalle elezioni vinte dalla destra: e così trasforma il referendum una specie di midterm all’italiana.

E si muove sotto traccia quell’Italia sempre più nervosa e litigiosa che scaricherà nelle urne il suo cattivo umore indipendentemente da quello che c’è scritto sulla scheda. In questo sta il vero fallimento di Giorgia Meloni che invece di unire il Paese lo ha ulteriormente lacerato, così che un certo brutto clima potrebbe ritorcersi contro di lei.

Il No dunque non sarà tanto alla separazione delle carriere, tema che non entra nella carne viva degli italiani comuni, ma al governo. Goffredo Bettini, che conosce la politica come arte fredda del calcolo, pur essendo favorevole alla separazione delle carriere voterà No esattamente per questo, sperando di volgere il malessere a favore dell’opposizione politica.

Un ragionamento non molto diverso ha fatto Mario Monti, preoccupato da una possibile spinta al melonismo derivante da un’affermazione del Sì. E ha ragione il decano dei parlamentari Pierferdinando Casini quando dice che il referendum sarà esclusivamente un voto politico. Certo, il No non brandisce apertamente l’idea della spallata al governo (anche perché sa bene che non ci sarà in nessun caso), puntando comunque sul pericolo di una torsione autoritaria se passasse la riforma Nordio.

Il punto è che in tutto questo Meloni finisce volente o nolente nella sindrome-Renzi. La differenza di stile è evidente: Renzi personalizzò, Meloni sterilizza, lui disse «se perdo lascio la politica», lei dice «non mi dimetto comunque». Ma la “ciccia” è la stessa: il 22 e 23 marzo molti voteranno su di lei.

Si può ritenere che questa torsione sia una manifestazione del populismo che confonde un giudizio di merito con un sondaggio sulla premier. E tuttavia la dinamica che si è messa in moto è fin troppo chiara: chi avversa il governo vota No, chi lo sostiene vota Sì. Solo l’indomita «Sinistra per il Sì» di Ceccanti, Morando, Mancina, Concia, con l’autorevole copertura dottrinaria di Augusto Barbera, più Pina Picierno, rappresenta l’eccezione a questo schema, facendo prevalere le ragioni di merito a quelle di schieramento, una scelta coerente, quasi illuministica, inevitabilmente minoritaria. Che l’aria sia cambiata lo dicono indirettamente anche nella maggioranza mettendo in cantiere un incandescente finale meloniano, alla Berlusconi, nella convinzione che se non scende in campo lei il popolo del centrodestra non andrà in massa alle urne; e se n’è accorta Elly Schlein che chiama il suo partito alla mobilitazione come nelle grandi occasioni.

Nel clima che sale, la propaganda sta scadendo nella farsa: si pensi al video del Pd (subito ritirato) che usa gli atleti del curling come immagine per il No. O a Nicola Gratteri che l’ha combinata grossa sostenendo che votano No le persone perbene e Sì i disonesti, i massoni eccetera. Né va meglio Carlo Nordio che ha risposto con un candido «è corretto» alla giornalista Tiziana Panella che gli chiedeva se la sua riforma assoggetterà la magistratura al governo. Ormai la separazione vera è tra propaganda e razionalità.

 

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Redazione Redazione Eventi e News