Draghi è il solo che parli di politica, ma non ha un esercito. Come l’Ue

«Il percorso non sarà lineare. Non tutti aderiranno subito a ogni iniziativa, ma ogni passo deve restare ancorato all’obiettivo: non una cooperazione più debole, bensì una vera federazione. Alcuni potrebbero illudersi che il mondo non sia cambiato o che la geografia li protegga. Ma siamo tutti vulnerabili, che lo riconosciamo o meno. Le vecchie divisioni sono state superate da una minaccia comune. Tuttavia, la minaccia da sola non basta. Ciò che è iniziato nella paura deve proseguire nella speranza. Agendo insieme, riscopriremo il nostro orgoglio, la fiducia in noi stessi e la fede nel nostro futuro. Ed è su questa base che l’Europa sarà costruita. Tutto è in gioco». Con queste parole ieri Mario Draghi ha concluso il suo discorso all’Università di Leuven, in Belgio. Mentre a sinistra discutono della fondamentale distinzione tra martello e martelletto, e a destra parlano di brigate rosse ed emergenza terrorismo, annunciando nuovi e urgentissimi interventi legislativi, come se attualmente la legge consentisse di picchiare i poliziotti, l’unico che dia almeno l’impressione di occuparsi di politica è un ex banchiere centrale di settantotto anni. Stiamo messi così.
Il problema, dice Draghi, non è tanto la fine del vecchio ordine internazionale. «Un mondo con meno scambi e regole più deboli sarebbe doloroso, ma l’Europa saprebbe adattarsi. La vera minaccia è ciò che lo sostituisce». Del resto, già adesso la situazione non è particolarmente rassicurante: «Ci troviamo di fronte a un’America che, almeno nella sua postura attuale, enfatizza i costi sostenuti ignorando i benefici ottenuti. Impone dazi all’Europa, minaccia i nostri interessi territoriali e chiarisce, per la prima volta, di considerare la frammentazione politica europea funzionale ai propri interessi. Allo stesso tempo, ci troviamo di fronte a una Cina che controlla nodi critici delle catene globali del valore ed è disposta a sfruttare questa leva: inondando i mercati, trattenendo input essenziali, costringendo altri a sopportare il costo dei propri squilibri. Questo è un futuro in cui l’Europa rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata — tutto insieme. E un’Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori». In altre parole, sono in gioco, allo stesso tempo, prosperità e democrazia, il nostro benessere e i nostri diritti fondamentali. Ma tutto questo non sembra incrociare nemmeno tangenzialmente il nostro dibattito pubblico. Anche perché Draghi, per quanto autorevole, è un singolo individuo, non un leader politico. In un certo senso, è come l’Unione europea: è l’unico a occuparsi ancora di politica, ma non ha un esercito.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
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