Il Pacchetto Vino è legge, ma cosa cambia davvero?

Il 10 febbraio 2026 il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva il cosiddetto “Pacchetto Vino”, con 625 voti favorevoli, 15 contrari e 11 astensioni. Il testo chiude il percorso iniziato con i lavori dell’High Level Group on Wine Policy istituito dalla Commissione europea per affrontare le criticità strutturali del comparto vitivinicolo europeo. Il provvedimento interviene su più livelli.
Etichettatura e vini dealcolati
Viene chiarita la denominazione dei vini senza alcol e a ridotto contenuto alcolico: i prodotti con meno di 0,05% vol possono riportare in etichetta “0.0%” e “alcohol-free”, mentre quelli con titolo alcolometrico ridotto almeno del 30 per cento rispetto allo standard potranno essere definiti “reduced alcohol”. Un passaggio rilevante in un mercato in cui la categoria no/low cresce e chiede chiarezza normativa.
Gestione delle crisi e strumenti di mercato
Restano centrali strumenti già noti come distillazione di crisi, vendemmia verde ed estirpazione. Il tetto massimo per alcune misure di sostegno nazionale è fissato al 25 per cento delle risorse disponibili. Il punto più discusso è proprio l’inclusione dell’estirpo tra le misure finanziabili con fondi europei, tema che divide il settore tra chi lo considera un correttivo necessario in fase di surplus e chi lo vede come un segnale di arretramento strategico.
Promozione ed export
I programmi di promozione nei Paesi terzi potranno essere cofinanziati fino al 60 per cento con fondi Ue, con quote aggiuntive nazionali per Pmi e imprese più grandi. Viene inoltre riconosciuto spazio alle attività legate all’enoturismo nei programmi finanziabili.
Autorizzazioni e flessibilità
Il sistema delle autorizzazioni d’impianto viene reso più flessibile, con estensioni e proroghe in caso di forza maggiore. Un tema tecnico ma decisivo, perché la gestione delle superfici vitate è uno degli strumenti chiave per governare l’equilibrio tra offerta e domanda.
Il contesto europeo
Il Pacchetto nasce in un momento delicato: consumi interni in calo in diversi Paesi, tensioni commerciali, cambiamento climatico che incide su rese e qualità, aumento dei costi energetici e logistici. L’High Level Group on Wine Policy è stato istituito proprio per formulare proposte strutturali e non emergenziali. L’obiettivo dichiarato dalla Commissione è rafforzare competitività, resilienza climatica e capacità di adattamento del settore europeo, che resta il primo produttore mondiale per volumi ma deve confrontarsi con nuovi competitor e nuovi stili di consumo.
Sul tavolo, però, c’è anche il futuro della Politica Agricola Comune post-2027. La riflessione in corso sulla riforma della Pac, inclusa l’ipotesi di superare la tradizionale struttura a due pilastri, preoccupa una parte del comparto vitivinicolo, che teme di perdere la specificità settoriale conquistata negli anni.
In questo scenario si inserisce la presa di posizione di Fivi, la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, che rappresenta circa 1.800 produttori per oltre 18.000 ettari di vigneto. La presidente Rita Babini ha definito il Pacchetto «un punto di partenza, non un punto di arrivo», riconoscendo elementi positivi come la tutela delle microimprese e delle Pmi, il mantenimento dell’accesso alla percentuale massima di contributo per le realtà di dimensioni più piccole e la possibilità per gli Stati membri di favorire l’accesso dei piccoli produttori alle misure di promozione già dai bandi di quest’anno. Fivi sottolinea come questo rappresenti un riconoscimento formale del ruolo dei vignaioli e delle vignaiole nella filiera, in particolare di chi segue l’intero ciclo produttivo, dalla coltivazione all’imbottigliamento.
Positiva anche la valutazione sull’estensione delle autorizzazioni di reimpianto e sulle misure per il monitoraggio delle fitopatie, così come sull’aumento della percentuale di contributo per interventi legati alla mitigazione del cambiamento climatico.
Restano però, secondo la Federazione, alcune criticità: l’inserimento dell’estirpo tra le misure settoriali finanziabili con fondi europei viene considerato un errore strategico, perché i fondi dovrebbero sostenere crescita e competitività più che riduzione del potenziale produttivo. Inoltre, Fivi avrebbe auspicato maggiore flessibilità nell’utilizzo delle risorse, con la possibilità di trasferire fondi non spesi all’annualità successiva, e un accesso diretto delle singole aziende alle misure per l’enoturismo, non limitato ai consorzi.
Il voto del Parlamento chiude una fase legislativa ma apre una stagione politica. Per l’Italia, primo produttore mondiale e Paese caratterizzato da una forte presenza di piccole aziende, il modo in cui il Pacchetto Vino verrà applicato a livello nazionale sarà determinante. La partita non riguarda solo bilanci e percentuali di contributo ma il modello di viticoltura che l’Europa intende sostenere: concentrato o diffuso, industriale o territoriale, orientato alla gestione delle eccedenze o alla riconversione qualitativa. Il Pacchetto è ora legge: la vera domanda è come verrà interpretato, così come sottolinea Christian Marchesini, presidente del Consorzio Tutela Vini Valpolicella: «Il pacchetto vino è sicuramente un provvedimento importante a sostegno del vino europeo in un contesto difficile come quello attuale. L’importante ora è dare seguito agli investimenti per la promozione sui mercati terzi: una priorità assoluta per il settore».
Anche il Presidente del Consorzio Collio, Luca Raccaro, è soddisfatto dell’approvazione ma pone l’accento sui cambiamenti necessari dovuti al cambiamento climatico: «Accogliamo con favore il via libera del Parlamento europeo al nuovo Pacchetto Vino, che introduce misure concrete a sostegno della promozione nei Paesi terzi, dell’enoturismo e delle aree rurali. Positivi gli strumenti come vendemmie verdi e distillazione per gestire la sovrapproduzione, mentre l’estirpo deve restare un’opzione estrema. È fondamentale investire con decisione nello studio degli effetti dei cambiamenti climatici per tutelare un patrimonio che per l’Italia è identità oltre che economia. Confidiamo nella rapida attuazione delle misure da parte degli Stati membri».
Ma accanto a queste nuove prospettive, ci sono sfide anche ideali come sottolinea il ProWein Business Report 2026 che non va per il sottile nel mettere le aziende di fronte alle loro responsabilità: secondo il white paper “Beyond the US Market” della storica fiera il vino europeo sopravvaluta la propria importanza economica e politica, e invita il settore a fare i conti con il proprio peso reale nell’economia globale, chiedendo meno sussidi e più adattamento ai mercati, e una verità scomoda sul calo degli Usa. È questa la tesi più discussa del ProWein Business Report 2026, che mette in fila un’analisi lucida: rispetto ad altri comparti industriali, il contributo macroeconomico del vino è limitato, e la sua capacità di influenza politica ancora di più. Il nodo non sono solo i dazi o le tensioni commerciali con gli Stati Uniti. Il calo dell’export verso il mercato americano, oggi strutturale, riflette una domanda che si contrae per motivi culturali e generazionali: attribuire tutto alla geopolitica è una semplificazione rassicurante ma parziale. Il report invita il settore ad accettare i propri limiti e a smettere di considerare le sovvenzioni come soluzione automatica. I sussidi, si legge, distorcono i mercati e finiscono per favorire pochi attori. La strategia proposta è un’altra: diversificare, adattarsi, leggere i consumatori. Europa dell’Est, Scandinavia e Benelux emergono come aree solide; l’Asia come scommessa di medio periodo; Canada e Brasile come alternative parziali agli Stati Uniti.
Non è un atto d’accusa, ma una richiesta di maturità: se il vino vuole restare centrale, deve prima accettare di non esserlo più per diritto acquisito.
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