Il turnover non è debolezza, ma l'Inter non può sacrificare la Champions League
Ruotare o non ruotare, questo è il dilemma. Dopo il ko di Bodo, si polarizzano le fazioni pro e contro le scelte di Christian Chivu: “Inesperto! Avrebbe dovuto schierare tutti i super titolari disponibili” (Dimarco e Zielinski su tutti). “Ma no, ha semplicemente proposto la migliore formazione possibile in quel contesto. Quel campo infido non meritava ulteriori rischi, la priorità è il campionato!”
Ma il turnover non è debolezza, è governo delle energie: è con questa lente che va giudicata l’Inter di Chivu. Poi, come tutte le scelte “di governo”, si può entrare nel merito e contestarne alcune nello specifico. Nel calcio italiano, però, esiste una contraddizione cronica: si invoca il turnover quando i giocatori si infortunano, lo si contesta quando viene applicato. È una dinamica che racconta più la cultura del dibattito che il merito delle scelte e Chivu, proprio come il suo predecessore, si trova oggi dentro questo paradosso. Oggi, come un anno fa, c’è chi invoca scelte drastiche, tutte orientate a preservare il vantaggio sul Milan verso il traguardo scudetto.
Serve quindi una logica coerente per inquadrare lo sport meno logico e meno controllabile. Antonio Conte è stato (anche qui) criticato per l’uso limitato delle rotazioni, per aver spremuto titolari oltre la soglia fisiologica, trasformando la continuità in logoramento. Una critica che parte da lontano, non solo da questa stagione ma da un metodo che aveva portato all’estremo (che fa rima con stremo) alcuni calciatori già l’anno scorso, come pure in quello dello scudetto dei record della Juventus, che coincise con la mancata qualificazione alla finale di Europa League allo Stadium. Pertanto non possiamo, almeno qui, accusare Chivu per il comportamento opposto, né tantomeno invocare una scelta “di campo” già a fine febbraio.
Il turnover, va chiarito una volta per tutte, non nasce da un vezzo dell’allenatore ma da informazioni che il pubblico non possiede: carichi di lavoro, dati fisiologici, micro-infortuni, rischio ricadute, soglie di fatica neuromuscolare. Sono decisioni condivise con uno staff competente e coeso di preparatori, medici, performance analyst. Contestare a priori le rotazioni significa ignorare il mestiere stesso degli staff moderni e sostituirsi alla loro conoscenza/competenza. C’è poi anche un aspetto tecnico: questa Inter ha una rosa più completa dell’anno scorso, anche per merito dell’allenatore che ha coinvolto maggiormente alcuni interpreti, a partire da Piotr Zielinski. Le alternative sono calciatori “da sistema”, che consentono cambi più corposi. Se c’è stato un limite nella sconfitta contro il Bodo, non è stato nella qualità tecnica individuale quanto nel dinamismo e nel ritmo. Acerbi ha sofferto attaccanti veloci e abili sulla profondità, Mkhitaryan ha pagato l’intensità soprattutto dopo l’ora di gioco e Darmian, che aveva accumulato 90’ stagionali, è calato alla distanza dopo essere stato tra i più vivaci, con un palo colpito e una presenza offensiva continua.
Il tema, insomma, è un altro: la mentalità. L’Inter viene da una stagione vissuta in modalità “all or nothing”. Ha lottato su tutti i fronti senza raccogliere nulla, è vero. Lo scudetto però non è sfumato per eccesso di ambizione, bensì per episodi e scelte contingenti: le sostituzioni affrettate a Parma, l’ingenuità di collettiva e di Dimarco sul gol di Orsolini da fallo laterale e quella di Bisseck contro la Lazio. Perché alla fine, dopo gli imprevedibili passi falsi del Napoli con Genoa e Parma, il campionato era ancora nelle mani dell’Inter.
A Lecce arriverà un test pesante, con le assenze contemporanee/forzate di Lautaro, Barella, Calhanoglu e forse Zielinski. Non solo qualità tecnica, ma anche leadership. Sarà una prova di mentalità oltre che tecnica/tattica, seguita tre giorni dopo da quella altrettanto (se non più) importante, tecnicamente ed economicamente, del ritorno contro il Bodo. Ed è proprio qui si misura la cultura europea di un club, con giocatori che sono ben più di “alternative” anche perché sono già stati coinvolti in altre partite precedenti. Chivu, che in Coppa Italia ha spinto il turnover persino più di Inzaghi puntando sugli under 23, sta investendo sulla sostenibilità della sua rosa. I grandi club europei ragionano così, gestione e programmazione. Non vivono la stagione come una lite condominiale settimanale, perché il rischio di essere fortissimi dentro casa e irrilevanti appena si attraversa il confine è forte. Lo status europeo raggiunto nell’era di Simone Inzaghi è un tesoro da preservare e l’obiettivo dello scudetto non può oscurare la visione generale. Scegliere il campionato potrebbe apparire la soluzione più sicura ma non mette al riparo da ribaltoni, come sta percependo sulla sua pelle proprio il Napoli. Realismo sì, insomma, a patto che non faccia troppo rima con provincialismo
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