La bellezza fragile e bruciante degli amori che non trovano spazio

Febbraio 13, 2026 - 14:00
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La bellezza fragile e bruciante degli amori che non trovano spazio

Nasce Lapilli, la collana di Edizioni Kalós (la casa editrice che promuove Logos – Parole dal Mediterraneo, festival dedicato a letteratura, teatro, cinema e musica, diretto da Nadia Terranova in collaborazione con l’associazione Urania) dedicata alla narrativa italiana contemporanea. Un progetto di scoperta, ricerca e valorizzazione delle voci capaci di raccontare la complessità del presente con uno sguardo autentico e una scrittura di alta qualità letteraria.

Il nome richiama i lapilli, piccole pietre vulcaniche: frammenti incandescenti, imprevedibili, che lasciano un segno duraturo. Allo stesso modo, i testi della collana intendono lasciare un’impronta nell’immaginario di lettrici e lettori, dando spazio sia a nuove firme sia ad autrici e autori già affermati. La collana è diretta da Antonio Sunseri e per il 2026, sono previste sette uscite.

Il primo titolo, disponibile da fine gennaio, è Non offendere di Erica Donzella, scrittrice, editor e libraia. Donzella è autrice di poesia, saggi e romanzi; tra le sue ultime pubblicazioni si ricordano Quando cadranno i rumori (Scatole Parlanti, 2019), Labyrinthos. Un modello di scrittura (Villaggio Maori Edizioni, 2021) e Scrusciu (Samuele Editore – Pordenonelegge, 2022), Come acqua comanda (Kalòs, 2023).

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Di seguito, pubblichiamo un estratto dal suo ultimo romanzo Non offendere

Calogero Spampinato sonnecchia seduto davanti alla porta di casa. Con un occhio mezzo aperto e l’altro mezzo chiuso, fa finta di dormire. Sorveglia l’intero ecosistema di questo vicolo incastonato nel centro di una città il cui nome viene pronunciato, scritto e offeso da tempi antichi. E offeso è pure lui, Calogero Spampinato. Offeso dall’odore acre di aglio fritto che gli brucia le narici, dallo schiamazzo di clacson che crea eco sin dentro questo budello di case. Disturbato dalla polvere dei panni sbattuti con veemenza sui balconi, infreddolito dall’ombra di una mattina di gennaio. La Muratti che trattiene tra indice e medio cicca solitaria in terra.

In questa via la luce non riesce a entrare. È sbarrata dai muri scrostati, chiusa fuori da un arco di cemento costruito nei primi anni di questo secolo. Via delle Sante, un tempo strada di fasti nobiliari, è ormai una vena abusiva di costruzioni pericolanti che sopravvive al rinnovamento edilizio e che si espande, come una malattia incontrollabile, nel resto della città. Nemmeno il tempo qui entra. La persiana di legno rimane di legno nonostante il tarlo che la divora da vent’anni, il calcinaccio caduto la scorsa decade resta nel suo angolo, dimenticato. La muffa dei tetti in eternit e la puzza di piscio di gatto sono le sole cose che sembrano cambiare insieme ai giorni. Per il resto, qui nessuno sogna altro che questa immobilità.

Neanche Calogero Spampinato, mio marito. Troneggia su una sedia di plastica dura – seduta temporanea in attesa che la consueta venga ripulita dalla polvere –, con occhi a fessura da vecchio rincoglionito. Sorveglia e, di tanto in tanto, un ghigno di disprezzo passa dalla guancia sinistra alla destra, producendo un risucchio di bava. Sputa, mio marito, e chiazza di muco verde le infradito che indossa con sudici calzini di spugna bianca. Immobile, come solo i vecchi che fingono la morte da seduti. Riesce però a catturare movimenti microscopici, piccole molecole di aria in azione; come certi  animali in agguato dentro una folta selva, Calogero avverte un’ombra nuova aggirarsi nelle sue vicinanze. La cataratta sull’occhio sinistro gli adombra la vista e, nella certezza opaca che qualcuno gli sia ormai di fronte, sbatte il suo bastone di ulivo contro il suolo.

«Buongiorno, siete voi Calogero Spampinato?».
«Via! Sciò!».
La sento da qui, una lieve brezza mai annusata prima d’ora. Un odore forte di rosa invade gli angoli, si alza nel maestrale che scende dalla montagna e mi fa tremare.
«Scusatemi se vi disturbo, ma ho necessità di parlare con voi».
«Via, ho detto! Sciò!».

Un altro colpo di bastone sulla polvere del vicolo crea uno sbuffo d’aria. Profumo di rosa e cenere di sigaretta caduta ai miei piedi si mescolano.
«Mi hanno detto che devo parlare con voi».
«E io non voglio parlare con nessuno».
«Sono Rosalia Altavilla, signor Spampinato».
«Io non conosco a nessuno».
«Di Palermo».

Un fremito alle mie pareti scuote la memoria. Io ricordo io riesco a vedere chi è questa donna. Me la ricordo bambina, rannicchiata e timida sotto un albero di ulivo, aspettare suo padre in silenzio. E un presagio di morte mi attraversa. E se Calogero non avesse un principio di demenza avrebbe già capito che da questo momento in poi quella che racconterò sarà una storia atroce. Se mio marito non fosse sospeso tra il dolore e la rassegnazione si sarebbe già alzato in piedi brandendo come un’arma quel bastone inutile che si porta dietro. Ma non può. Non può più.

«Quel bastone, io lo conosco».
«Se non te ne vai te lo scarico sulle spalle questo bastone».
Mio marito alza la voce. Le tapparelle delle case iniziano a cigolare. Sguardi di omertà si fanno pubblico della scena. In questa immobilità, attaccata ai nostri corpi come una condanna eterna, qualcosa accade.
«Quello è il bastone di mio padre».
«Questo bastone mio è, e io a te e a tuo padre non vi conosco e se non te ne vai…».
«Giovanni Altavilla».

Calogero spalanca l’occhio sinistro. L’altro rimane appiccicato su se stesso. E dal fondo delle sue pupille nere come la terra del vulcano, vede ciò che vedo io. L’albero, la scala, il terreno, la casa, le gambe, le gambe ferme, l’ospedale, la sala operatoria. Il referto. Non può più, Calogero. E per rassegnazione e per dolore prova a sgranare gli occhi. E ricorda adesso. Sì, adesso ricorda le stampelle, le cicatrici, le piaghe, le spugnature, Barbara. Non può più, Calogero. Raggiungere la cima di un ulivo, stringere le mani intorno al mio collo, spaccare una bottiglia di vino nuovo, dare uno schiaffo a Barbara. Barbara…

«Tu con me non ci devi parlare».
«Siete voi Calogero Spampinato, io di voi mi ricordo anche se ero piccola. Abitate qui, vero?».
«Io nessuno sono».
«Mi hanno mandato qua».
«Chi? Chi ti mandò qui?».
«Quel bastone, mio padre ve lo regalò dopo…».
«Vattene».
«Mi è sempre dispiaciuto quello che vi è successo, so anche di vostra moglie».
«Muta stai. Io non ti conosco e se non te ne vai ti prendo a botte».

«Signor Spampinato, io di qua non me ne vado. Manco se mi prendete a botte. Per cortesia, fatemi parlare». Portefinestre si aprono, teste sbucano come uccelli rapaci dai nidi. Il vocio di Rosalia e Calogero ha già raggiunto tutte le orecchie, i balconi, i pergolati, i citofoni di via delle Sante. Barbara. Barbara che ronza come una mosca confusa tra i piatti e la scopa e che, attirata dal chiacchiericcio esterno, posa lo strofinaccio sul lavello inondato d’acqua.

«Me lo dici che vuoi?».
«Vi devo parlare di una cosa importante che vi riguarda. Che riguarda tutti noi. Una cosa urgente che dobbiamo risolvere il prima possibile».
«Ne puoi parlare con me».

Barbara, eccoti. Gioia mia, sangue mio. Fammi la grazia di salvarci tutti, pensaci tu, con il tuo coraggio, con la tua dolcezza a cacciare via il male che viene a tormentarci. Tu, piena di saggezza e di amore. Gioia mia. Figlia mia.
«Buongiorno. La figlia, suppongo».
«Io di te mi ricordo, Rosalia. Mi ricordo che eravamo piccole».
«Barbara».
«Qual è questa questione che devi ragionare con mio padre?».
«La casa».
«La casa?».
«Questa casa. Questa è casa mia».

Non offendere, Cover

Tratto da “Non offendere” di Erica Donzella, Kalòs, 2026, 17€, 232 pagine

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Redazione Redazione Eventi e News