La solita retorica della repressione di Stato finisce per giustificare la violenza di piazza

Febbraio 3, 2026 - 07:30
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La solita retorica della repressione di Stato finisce per giustificare la violenza di piazza

«Lo Stato sta alzando il livello dello scontro». Non è un volantino di Autonomia operaia degli anni Settanta, è una considerazione di Concita De Gregorio su Repubblica. E non è solo sua, ma di buona parte della sinistra giornalistica e intellettuale, quel coté indignato che contribuisce a mettere in difficoltà la sinistra democratica, già usa a farsi male da sola, e che invece ha condannato giustamente i fatti di Torino.

Vedremo in Parlamento. Nei prossimi giorni sarebbe auspicabile un voto unitario contro la violenza e di solidarietà alle forze di polizia. Tre righe semplici e niente pasticci. Ma è improbabile che la destra rinuncerà a fare la solita polemica contro il Pd, che per gli esponenti della maggioranza è uguale ai black bloc.

La tesi di fondo della sinistra giornalistica, invece, è che i disordini siano non solo tollerati, ma fomentati dallo Stato, dal governo e dagli apparati di polizia, per autorizzare una stretta sui diritti dei cittadini. Ecco Concita De Gregorio: «Il principio della strategia della tensione era il medesimo: alzare il livello dello scontro, ad arte, per giustificare la repressione».

Ecco Marco Revelli: «Gli scontri di piazza hanno fornito l’assist a questo governo per fare un passo avanti verso il modello che desiderano applicare: un regime autoritario di polizia».

Ecco Christian Raimo evocare «il rapporto tra violenza di Stato e resistenza della militanza», osservando che «un governo fascistoide evoca ogni giorno venti di guerra, esaltazione delle armi, ipotesi di repressione e controllo. Soprattutto militarizza lo spazio pubblico: blindati a Termini, poliziotti in classe».

Uguale l’opinione di un giornalista del servizio pubblico, Sigfrido Ranucci. Che poi, dicono altri sempre della sinistra giornalistica, tutti questi incidenti non ci sono nemmeno stati, il che contraddice la teoria del complotto dello Stato, ma fa niente, andiamo avanti.

Si sono fatte distinzioni tra un martello e un martelletto: meglio per l’agente colpito, ma la sostanza non cambia: hanno aggredito e menato un poliziotto che stava a terra.

Certo, l’aria del tempo aizza i violenti. Ma questo non giustifica nulla. Dicono i complottisti che si sapeva che a Torino ci sarebbero stati i black bloc, o insurrezionalisti, o come si chiamano. È vero che ci sono troppi gaglioffi in circolazione, ma non è facile impedire a gruppi scientificamente organizzati di materializzarsi all’improvviso.

«Forse andavano fermati prima», scrive ancora Concita De Gregorio. Ora, quando il governo introdurrà misure più dure, sicuramente lei e gli altri grideranno al golpe. La questione del fermo preventivo, che questi intellò paradossalmente sembrano invocare, non è semplice; tanto è vero che il governo deve trovare il modo di rendere digeribile il fermo di prevenzione, sul quale ci sono forti dubbi di costituzionalità.

Dopodiché, la verità attorno alla quale si gira è che i violenti si rifugiano in un corteo che, evidentemente, li accoglie o, quanto meno, non li respinge. Puoi anche andare al corteo di Askatasuna con il bambino in carrozzina, ma quelli sono gli assaltatori della Stampa, non esattamente dei chierichetti.

È chiaro che quelli ancora più violenti si siano sentiti a casa loro. Già, perché il problema è proprio questo. Un tempo i servizi d’ordine di Cgil, Cisl e Uil (sì, una volta c’erano i sindacati di massa) impedivano ai violenti di entrare nei cortei: lo facevano loro, in prima persona, più che la polizia, perché così difendevano il corteo e, insieme, l’ordine pubblico.

La stessa cosa faceva il Pci, spesso con successo, talora invano. Askatasuna non ha fatto così. Gli estremisti non isolano i violenti. E c’è una sinistra come Avs (non il Pd) che è ancora ambigua verso gli estremisti.

È un copione che conosciamo da cinquant’anni. Chi ci rimette è il Pd, intrappolato tra l’ambiguità decennale di certa sinistra e gli attacchi della destra. Per la sinistra giornalistica, tutto sommato, meglio così: almeno ha qualcosa da scrivere.

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Redazione Redazione Eventi e News