Rifugiati senza casa in Inghilterra: una crisi silenziosa

Febbraio 8, 2026 - 19:00
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Rifugiati senza casa in Inghilterra: una crisi silenziosa

Negli ultimi anni il tema dell’asilo e dell’accoglienza nel Regno Unito è stato raccontato quasi esclusivamente attraverso numeri, slogan politici e immagini emergenziali. Meno visibile, ma non meno drammatica, è una crisi che si manifesta proprio nel momento in cui una persona ottiene lo status di rifugiato, cioè quando, almeno sulla carta, dovrebbe iniziare una nuova vita. In Inghilterra, il numero di rifugiati senza casa o a rischio di homelessness è aumentato in modo esponenziale, trasformando il riconoscimento della protezione internazionale in un passaggio spesso traumatico e destabilizzante. Dietro le statistiche ufficiali si nasconde una realtà fatta di transizioni troppo rapide, mercati immobiliari inaccessibili e sistemi di welfare che non riescono a coordinarsi con le politiche sull’asilo. Comprendere questa crisi significa osservare il punto di rottura tra buone intenzioni istituzionali e conseguenze concrete sulla vita quotidiana delle persone.

Un aumento senza precedenti dell’homelessness tra i rifugiati
I dati ufficiali del governo britannico raccontano una storia difficile da ignorare. In soli quattro anni, il numero di nuclei familiari di rifugiati considerati homeless o a rischio di homelessness in Inghilterra è passato da 3.560 nel 2021/22 a 19.310 nel 2024/25. Si tratta di un incremento di oltre cinque volte, che non può essere spiegato come un semplice effetto collaterale temporaneo, ma indica una trasformazione strutturale nel modo in cui il sistema di accoglienza gestisce la fase successiva al riconoscimento dello status di rifugiato. Questi numeri, diffusi e analizzati dalla BBC sulla base di dati governativi, rappresentano solo la punta dell’iceberg, poiché includono esclusivamente i casi segnalati formalmente alle autorità locali. Molte persone, soprattutto quelle più isolate o prive di informazioni, rimangono fuori dalle statistiche ufficiali.

L’aumento dell’homelessness tra i rifugiati non è distribuito in modo uniforme sul territorio inglese. Le aree più colpite sono Londra e il Nord-Ovest dell’Inghilterra, con città come Manchester e Liverpool che registrano proporzioni particolarmente elevate. Un caso emblematico è quello del borough londinese di Hillingdon, dove il numero di famiglie di rifugiati senza casa è passato da poche decine a oltre duemila in quattro anni. Questa concentrazione non è casuale, ma riflette la geografia dell’accoglienza: i rifugiati sono tenuti a rivolgersi alle autorità locali con cui hanno una “local connection”, che spesso coincide con il luogo in cui erano ospitati durante la procedura di asilo. Hillingdon, ad esempio, ospita un numero elevato di richiedenti asilo per la sua vicinanza a Heathrow, diventando un punto di pressione costante per i servizi abitativi locali.

Dietro questi numeri si nasconde una contraddizione profonda. Ottenere lo status di rifugiato, che dovrebbe rappresentare la fine di un percorso di precarietà e incertezza, si trasforma per molti in un momento di caduta improvvisa. Una volta riconosciuti come rifugiati, gli ex richiedenti asilo devono lasciare l’alloggio finanziato dal Ministero dell’Interno entro 28 giorni e trovare una sistemazione autonoma. Questo periodo, noto come move-on period, è considerato da molte organizzazioni umanitarie insufficiente per affrontare una transizione così complessa. Trovare una casa nel mercato privato inglese richiede tempo, referenze, depositi elevati e una stabilità economica che la maggior parte dei rifugiati non possiede immediatamente dopo il riconoscimento dello status.

Il problema è aggravato dal funzionamento del sistema di welfare. L’accesso all’Universal Credit, il principale strumento di sostegno economico, richiede in media circa 35 giorni per il primo pagamento. Questo significa che molti rifugiati perdono l’alloggio prima ancora di ricevere qualsiasi forma di supporto finanziario, ritrovandosi senza casa in una fase di estrema vulnerabilità. Secondo la homelessness charity Crisis, che monitora da anni l’evoluzione del fenomeno, il periodo di 28 giorni non consente di completare tutte le pratiche necessarie, dalla registrazione per i sussidi all’apertura di un conto bancario, fino alla ricerca di un impiego. Le dichiarazioni dell’organizzazione sono supportate da analisi pubblicate sul sito ufficiale di Crisis, che evidenziano come i rifugiati siano oggi uno dei gruppi in più rapida crescita tra le persone senza casa.

Un ulteriore elemento che contribuisce all’aumento dell’homelessness è il cambiamento nelle politiche di gestione delle domande di asilo. Dopo anni di rallentamenti e blocchi, il governo ha avviato un processo di accelerazione delle decisioni, con l’obiettivo di smaltire un arretrato considerato insostenibile. Questo ha portato a un aumento del numero di persone che ottengono lo status di rifugiato in tempi più brevi, ma senza un adeguato rafforzamento dei meccanismi di supporto abitativo. In altre parole, il sistema riesce a riconoscere più rapidamente il diritto alla protezione, ma non è in grado di garantire una transizione ordinata verso l’autonomia. Il risultato è uno spostamento della pressione dal sistema di accoglienza temporanea ai servizi abitativi locali, già fortemente sotto stress a causa della crisi immobiliare.

Le storie individuali rendono questa dinamica ancora più evidente. Molti rifugiati, spesso giovani donne sole o adulti senza figli, non rientrano nelle categorie considerate prioritarie per l’accesso alla social housing. Questo li espone a un rischio maggiore di homelessness, nonostante abbiano appena ottenuto un riconoscimento formale della loro vulnerabilità. La situazione appare paradossale: lo Stato riconosce il bisogno di protezione, ma non riesce a garantire le condizioni minime per una vita dignitosa. Secondo le analisi pubblicate dal National Audit Office, disponibili sul sito, questa discrepanza è il risultato di politiche a breve termine che tendono a spostare i problemi da un settore all’altro, senza affrontarne le cause strutturali.

Questo primo quadro mostra come l’aumento dei rifugiati senza casa in Inghilterra non sia il frutto di un singolo fallimento, ma l’esito di una catena di decisioni e vincoli che si rafforzano a vicenda. Comprendere questa realtà è essenziale per andare oltre una lettura emergenziale e interrogarsi su quale modello di accoglienza e integrazione il Regno Unito intenda perseguire nel lungo periodo.

Il move-on period e il corto circuito delle politiche sull’asilo
Il momento più critico per molti rifugiati arriva subito dopo il riconoscimento ufficiale dello status. È quello che nel linguaggio istituzionale viene definito move-on period: il tempo concesso per uscire dall’alloggio finanziato dal Ministero dell’Interno e iniziare una vita autonoma. In Inghilterra questo periodo è fissato a 28 giorni, una soglia che sulla carta dovrebbe permettere una transizione ordinata, ma che nella pratica si rivela spesso insufficiente. In meno di un mese, una persona che ha appena ottenuto lo status di rifugiato dovrebbe trovare una casa in un mercato immobiliare altamente competitivo, accedere al sistema di welfare, aprire un conto bancario e, possibilmente, iniziare a cercare un lavoro.

Il problema è che questi passaggi non avvengono in modo sincronizzato. L’accesso all’Universal Credit, ad esempio, richiede mediamente più tempo del move-on period stesso. Secondo i dati ufficiali, il primo pagamento arriva in genere dopo circa cinque settimane, creando un vuoto temporale in cui molti rifugiati non dispongono di alcuna entrata economica. Questo squilibrio strutturale rende quasi impossibile versare un deposito o dimostrare un reddito stabile, due requisiti fondamentali per accedere al mercato degli affitti privati. Il risultato è che il riconoscimento dello status, invece di segnare l’inizio di una stabilità, coincide con l’ingresso in una nuova fase di precarietà.

Le organizzazioni che operano sul campo descrivono questo passaggio come uno dei momenti più rischiosi dell’intero percorso di accoglienza. La homelessness charity Crisis, che monitora da anni l’impatto delle politiche abitative sui gruppi vulnerabili, ha più volte sottolineato come il periodo di 28 giorni non sia realistico per persone che devono ricostruire la propria vita da zero in un paese nuovo. Le analisi e le prese di posizione ufficiali dell’organizzazione, disponibili sul sito di Crisis, evidenziano come l’attuale sistema finisca per produrre homelessness anziché prevenirla.

Negli ultimi anni, il move-on period è stato oggetto di continue modifiche, spesso introdotte come soluzioni temporanee e poi ritirate. Nel 2023, per esempio, un cambiamento nel metodo di calcolo ridusse di fatto il periodo a soli sette giorni per alcuni rifugiati, provocando un’ondata di segnalazioni di grave destituzione. La misura fu successivamente revocata, ma lasciò dietro di sé un impatto significativo sulle persone coinvolte. Successivamente, un progetto pilota che estendeva il move-on period a 56 giorni fu avviato dal governo, salvo essere interrotto anticipatamente e riportato alla soglia dei 28 giorni. Solo per alcune categorie considerate particolarmente vulnerabili, come famiglie con bambini, donne in gravidanza e persone con disabilità, l’estensione è rimasta in vigore.

Queste oscillazioni riflettono una difficoltà più profonda nel definire una strategia coerente sull’asilo. Accelerare l’esame delle domande, come richiesto da più parti per ridurre l’arretrato, ha l’effetto di aumentare il numero di persone che escono contemporaneamente dal sistema di accoglienza temporanea. Senza un adeguato rafforzamento dei servizi abitativi e di supporto, questa velocizzazione sposta semplicemente la pressione da un segmento all’altro del sistema. È un meccanismo che il National Audit Office ha definito il risultato di politiche “reattive e di breve termine”, incapaci di affrontare le cause strutturali del problema, come evidenziato nel suo rapporto sull’asilo consultabile sul sito ufficiale dell’ente.

Nel frattempo, le autorità locali si trovano a gestire le conseguenze dirette di queste scelte. I consigli comunali, già sotto pressione per la crisi abitativa generale, devono intervenire in situazioni di emergenza senza avere risorse sufficienti o margini di manovra. Il move-on period, concepito come uno strumento di accompagnamento verso l’autonomia, diventa così un fattore di rischio sistemico, contribuendo all’aumento dell’homelessness tra persone che, paradossalmente, hanno appena ottenuto una protezione legale.

Dove esplode la crisi: Londra, Nord-Ovest e l’effetto “local connection”
Quando si guarda alla mappa dell’homelessness tra i rifugiati in Inghilterra, il fenomeno non appare uniforme: ci sono aree in cui la pressione si concentra e diventa sistemica. Londra e il Nord-Ovest, con poli come Manchester e Liverpool, emergono come i territori con la più alta proporzione di rifugiati senza casa o a rischio di homelessness. Non è soltanto una questione di numeri assoluti, ma di capacità dei servizi locali di assorbire un flusso crescente di persone che, nel giro di poche settimane, devono passare dall’accoglienza istituzionale a un mercato degli affitti spesso proibitivo. In queste aree la crisi abitativa esiste già per i residenti, e l’arrivo di nuovi bisogni urgenti finisce per schiacciare un sistema che lavora da tempo oltre il limite.

Il caso di Hillingdon, a ovest di Londra, è il più eloquente perché mette a fuoco un meccanismo poco discusso fuori dagli addetti ai lavori: la regola della “local connection”. In teoria serve a indirizzare la richiesta di aiuto verso il territorio di riferimento, ma nel caso dei rifugiati quel riferimento coincide spesso con il luogo dell’alloggio durante la procedura d’asilo. Hillingdon, per la vicinanza a Heathrow, ospita da anni una quota significativa di persone in sistemazioni gestite dal governo, e questo fa sì che, al momento del riconoscimento dello status, molti si ritrovino a dover chiedere supporto proprio lì. Il risultato è una concentrazione improvvisa di domande di housing assistance su un solo borough, in una Londra dove i tempi di accesso all’edilizia sociale sono lunghi e il privato richiede depositi e garanzie difficili da offrire senza lavoro e senza risparmi.

Questo non significa che la crisi sia “prodotta” dai territori, ma che la geografia dell’accoglienza genera un effetto domino. Le autorità locali ricevono l’urto finale di una catena che parte dalle politiche nazionali: quando il move-on period scatta, il tempo diventa il nemico principale. Se la casa non si trova, la persona non ha una rete familiare in grado di tamponare l’emergenza, e spesso non ha ancora accesso a un reddito. In molti casi il council può offrire solo soluzioni temporanee o orientamento, ma non ha strumenti per “creare” un’abitazione disponibile nel mercato. È qui che la crisi smette di essere un tema burocratico e diventa una questione di sicurezza personale, salute mentale e dignità: dormire in un alloggio di fortuna, spostarsi continuamente, evitare situazioni di rischio, provare a mantenere appuntamenti, pratiche e colloqui mentre si vive nell’instabilità.

In parallelo, la pressione territoriale si intreccia con un’altra dinamica: la priorità nell’accesso alla social housing. Rifugiati soli, adulti senza figli o senza condizioni mediche certificate finiscono spesso in fondo alle graduatorie, e questo rende l’emergenza più lunga e più difficile da risolvere. Il sistema, pensato per proteggere i più vulnerabili, crea una fascia grigia di persone che non rientrano nelle categorie prioritarie ma che, di fatto, sono in una condizione di vulnerabilità estrema perché hanno appena lasciato l’accoglienza e non hanno ancora stabilità economica. La BBC racconta come molte delle richieste di aiuto arrivino da giovani donne sotto i trent’anni: un dato che, letto sul territorio, significa spesso isolamento, mancanza di rete e rischio di sfruttamento.

L’aspetto più delicato è che i numeri ufficiali possono non restituire l’intera dimensione del problema. I dati conteggiano i casi che si presentano alle autorità locali, ma non intercettano chi non sa come muoversi, chi teme ripercussioni, chi si appoggia temporaneamente a conoscenti o chi semplicemente sparisce dai radar amministrativi. Per questo molte organizzazioni sostengono che l’aumento registrato sia soltanto la parte visibile di un fenomeno più ampio, legato alla difficoltà di trasformare in pochi giorni un riconoscimento legale in una reale autonomia. E quando la pressione si addensa in pochi territori, il rischio è che l’homelessness diventi una conseguenza “attesa” del sistema, invece che un incidente da evitare.

In questa prospettiva, la questione non è soltanto “quanti” rifugiati finiscono senza casa, ma “dove” e “perché proprio lì”. La distribuzione territoriale racconta l’architettura del sistema: dove si collocano le strutture di accoglienza, dove si scarica la domanda al momento della transizione, dove il mercato immobiliare è più saturo. Se si vuole ridurre davvero l’homelessness tra i rifugiati, bisogna riconoscere che il problema non nasce al punto di arrivo, ma nel percorso che porta a quell’arrivo, e che i territori più esposti sono spesso quelli che hanno meno margini per assorbire ulteriori shock.

Per capire meglio come funziona la gestione dell’homelessness a livello locale e il quadro normativo di riferimento, è utile consultare le informazioni ufficiali su homelessness e housing advice e i materiali istituzionali della National Audit Office sul funzionamento del sistema e sulle criticità evidenziate nei report.

Decisioni più rapide, pressione più alta sul sistema abitativo
Negli ultimi anni il governo britannico ha puntato con decisione sull’accelerazione delle procedure di asilo, con l’obiettivo dichiarato di ridurre l’arretrato e i costi di un sistema considerato inefficiente. A prima vista, si tratta di una scelta razionale: più decisioni in tempi brevi significano meno persone bloccate per mesi, talvolta anni, in una condizione di incertezza. Tuttavia, l’impatto di questa accelerazione si è riversato quasi interamente sulla fase successiva, quella dell’uscita dall’accoglienza e dell’ingresso nel mercato abitativo. È qui che il sistema mostra la sua fragilità, perché il riconoscimento dello status non è accompagnato da un rafforzamento proporzionato delle politiche di housing.

I numeri aiutano a capire la portata del problema. Nell’anno concluso a settembre 2025, oltre 110.000 persone hanno presentato domanda di asilo nel Regno Unito, con un aumento significativo rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo, più di 108.000 persone risultavano ancora ospitate in strutture per richiedenti asilo, di cui oltre 36.000 in hotel. Questi dati, diffusi dal Ministero dell’Interno, mostrano come il sistema sia sotto pressione costante, con costi che ammontano a miliardi di sterline e un utilizzo prolungato di soluzioni pensate come temporanee. L’obiettivo politico di chiudere progressivamente gli asylum hotel è stato ribadito più volte, ma senza un’alternativa strutturata il rischio è quello di spostare il problema dalla spesa pubblica all’homelessness diffusa.

Il paradosso è che una decisione più rapida sull’asilo può rendere una persona immediatamente più vulnerabile. Finché si è formalmente richiedenti asilo, l’alloggio è garantito. Una volta ottenuto lo status di rifugiato, quella protezione termina in poche settimane, mentre l’accesso a casa e lavoro richiede tempi più lunghi. Questa asincronia produce un vuoto che viene colmato, nella migliore delle ipotesi, da interventi di emergenza dei consigli locali o dalle organizzazioni caritative. Nella peggiore, si traduce in notti passate in sistemazioni di fortuna, con conseguenze dirette sulla salute fisica e mentale.

Gli organismi indipendenti hanno messo in guardia da questo effetto domino. Nei suoi rapporti, la National Audit Officeha parlato di politiche “a breve termine” che tendono a spostare i problemi lungo la catena amministrativa invece di risolverli alla radice. Accelerare le decisioni senza investire parallelamente in alloggi temporanei o in un supporto strutturato al momento del move-on significa scaricare la pressione sulle autorità locali, già alle prese con una crisi abitativa che riguarda l’intera popolazione. Le analisi ufficiali pubblicate dalla National Audit Office su inefficienze e costi del sistema d’asilo evidenziano proprio questo squilibrio tra obiettivi nazionali e capacità operative a livello territoriale.

Un altro aspetto spesso trascurato riguarda la composizione dell’accoglienza. La maggioranza delle persone ospitate vive in strutture condivise, come le HMO, o in hotel gestiti da fornitori privati. Questi spazi non sono progettati per accompagnare le persone verso l’autonomia, ma per garantire una sistemazione temporanea. Quando la permanenza si prolunga e l’uscita avviene in modo improvviso, il passaggio diventa traumatico. L’idea che basti “velocizzare” per rendere il sistema più umano si scontra con una realtà in cui la velocità, senza coordinamento, produce instabilità.

In questo contesto, la promessa di ridurre i costi e chiudere gli hotel rischia di trasformarsi in un boomerang politico e sociale. Se non viene affiancata da un investimento mirato in alloggi transitori e in un coordinamento più stretto tra Home Office e autorità locali, l’accelerazione delle decisioni continuerà a generare nuovi senza tetto tra persone che hanno appena ottenuto una protezione legale. La crisi dei rifugiati senza casa, quindi, non è l’effetto di un singolo errore, ma il risultato prevedibile di un sistema che funziona a velocità diverse nei suoi passaggi chiave.


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