Territori fragili: quando la consapevolezza salva la vita
Il tema è più che mai attuale: conoscere i problemi e i punti deboli del territorio dove si vive, spesso, fa la differenza tra la vita e la morte. Così la pensa Cittadinanzattiva. Ne parliamo con Raniero Maggini
Sapere dove si vive spesso fa la differenza tra la vita e la morte. Questa è la frase che sintetizza Sicuri Insieme, il progetto promosso da Cittadinanzattiva che rimette al centro un tema spesso dato per scontato nel dibattito sui rischi: la consapevolezza delle comunità.
Non quella dei documenti tecnici, ma quella quotidiana delle persone che abitano un territorio e ne conoscono, o credono di conoscerne, fragilità e pericoli.
“Nella prima fase abbiamo incontrato cittadini e cittadine in diversi territori italiani per raccogliere il loro percepito dei rischi locali – racconta Raniero Maggini, responsabile delle Politiche dell’Ambiente e del Territorio di Cittadinanzattiva – Il risultato non è stato un’analisi scientifica in senso stretto, ma una mappa dei rischi costruita dal basso, che restituisce ciò che le persone vedono, ricordano, temono o, al contrario, hanno rimosso“.
Italia: Paese giovane e fragile
Una mappa che non ambisce a sostituire gli strumenti tecnici, ma a integrarli. “Non è scientificamente attendibile – precisa Maggini – ma è proprio questo il suo valore: rende visibile il modo in cui i cittadini percepiscono il rischio“.
Per questo è pensata come uno strumento di lavoro, non come un oggetto simbolico: collegare i rischi ai luoghi della quotidianità è il primo passo per renderli reali.
Oggi più che mai è necessario lavorare su questi temi. La fragilità del territorio italiano, modellata da geologia complessa, catene montuose vicine al mare e corsi d’acqua che scorrono tra pianure affollate, è resa ancora più evidente dal cambiamento climatico, che amplifica intensità e frequenza degli eventi estremi.
Il recente passaggio del ciclone Harry al sud del nostro Paese e le conseguenze da esso innescate dimostrano come la combinazione tra variabilità climatica estrema e vulnerabilità idrogeologica del nostro Paese possa tradursi in emergenze che toccano direttamente le comunità, richiamando l’urgenza di strategie di gestione del rischio basate non solo sui dati tecnici ma anche sulla consapevolezza collettiva.
Dal percepito ai piani di protezione civile
In questo ambito continua a lavorare il progetto Sicuri Insieme, che nella seconda fase che si accinge a iniziare mette a confronto queste mappe con i piani comunali di protezione civile, aprendo un dialogo diretto con le amministrazioni, in particolare con gli uffici tecnici.
“I cittadini, proprio perché vivono il territorio, possono segnalare elementi utili anche all’aggiornamento dei piani“, sottolinea Maggini. Un nodo cruciale, perché sebbene i piani esistano e siano obbligatori continuano a essere poco conosciuti, difficili da reperire e raramente entrano nella vita quotidiana delle persone.
Inoltre, prosegue, “molti piani si concentrano sulla gestione dell’emergenza, lasciando a latere due aspetti fondamentali: l’inquadramento del territorio e la fase di preparazione. Abitualmente si parla di prevenzione“.
Tra gli elementi emersi dal confronto con le comunità c’è il ruolo della memoria collettiva. In alcuni casi il rischio non viene percepito perché non si manifesta da generazioni.
È quanto accaduto, per esempio, nell’area del bassanese dove, durante un incontro, è stato un giovane partecipante a riportare l’attenzione sul rischio sismico. “L’ultima scossa devastante risale alla fine del Seicento. In quasi 400 anni la memoria si è persa – racconta Maggini – Il risultato è un centro storico impreparato e una comunità che non si percepisce a rischio, nonostante la pericolosità reale“.
I dati confermano: percezione e realtà non coincidono
Queste evidenze trovano riscontro anche nei dati scientifici più recenti. Uno studio pubblicato nel 2024 sull’International Journal of Disaster Risk Reduction, condotto dall’Università di Bologna su oltre 3.400 cittadini in Emilia-Romagna e Toscana, mostra che la percezione del rischio alluvionale resta bassa, così come il livello di preparazione in caso di emergenza.
“Essere stati colpiti da un’alluvione non è sufficiente a garantire una preparazione adeguata, soprattutto rispetto a eventi rari ma ad alto impatto” spiega Irene Palazzoli, prima autrice dello studio, nel comunicato stampa rilasciato dall’Università di Bologna.
Nonostante una maggiore consapevolezza nelle aree colpite, i rischi legati agli eventi estremi meno frequenti continuano a essere sottostimati.
In Europa, le alluvioni colpiscono ogni anno circa 1,6 milioni di persone e causano l’81% delle perdite economiche legate a eventi climatici. L’Italia è il secondo Paese più colpito dopo la Germania.
Eppure, secondo i dati forniti dallo studio, più della metà degli intervistati non sa se il proprio Comune disponga di un piano di gestione del rischio o di evacuazione.
È in questo contesto che iniziative come Sicuri Insieme mostrano il loro potenziale: non come campagne informative, ma come processi partecipativi. In alcuni territori, tra un incontro e l’altro, sono nati appuntamenti spontanei: letture di documenti storici, incontri con geologi, momenti pubblici dedicati agli eventi estremi del passato.
“Si è innescata una curiosità che ha portato a ricostruire pezzi di memoria collettiva” approfondisce Maggini. Un lavoro lento, ma essenziale, perché la resilienza non è un risultato immediato. “Coltivare la memoria collettiva è uno degli elementi chiave per costruire comunità più resilienti“.
Dal territorio alla cultura del rischio
Dalle alluvioni romagnole alla frana di Niscemi, passando per terremoti dimenticati, il filo conduttore è chiaro: il rischio esiste anche quando non lo vediamo. In un Paese fragile come l’Italia, ignorarlo non è un’opzione.
Per questo, secondo i promotori di Sicuri Insieme, il governo dei rischi dovrebbe diventare anche una questione culturale. “Forse dovrebbe essere una competenza anche degli assessorati alla cultura: creare narrazione, memoria, consapevolezza“.
Perché la prevenzione non è solo tecnica, ma fatta di ascolto, relazione e conoscenza condivisa. E spesso il primo passo è tornare a chiedersi, davvero, dove viviamo.
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