Grazie a Trump, perfino la Turchia chiede più Europa

Quando a pronunciare certe parole è la Turchia, la situazione merita attenzione. Ancor di più se a parlare è Hakan Fidan, figura centrale della politica estera e di sicurezza di Ankara da quasi vent’anni. Considerato uno dei possibili successori del presidente Recep Tayyip Erdogan, Fidan, che si è laureato negli Stati Uniti, è ministro degli Esteri dal 2023, dopo aver guidato per 15 anni i servizi segreti turchi. In questi giorni è particolarmente attivo sia sul dossier iraniano sia su quello ucraino.
Giovedì scorso, ospite dell’emittente qatariota Al Jazeera, Fidan ha affrontato il tema della Nato alla luce del crescente disimpegno statunitense sotto l’amministrazione Trump. L’alleanza atlantica resta «ovviamente, a mio avviso, il principale quadro di cooperazione in materia di sicurezza per la comunità transatlantica», ha dichiarato. «Finché riesce a funzionare, credo che serva agli interessi della sicurezza europea, americana e transatlantica. Ma se siamo divisi tra di noi – Stati Uniti ed Europa – penso che l’Europa debba in ogni caso aumentare la propria capacità di difesa». Il ministro ha quindi sottolineato come l’Unione europea stia adottando misure nel settore dell’industria della difesa, citando SAFE come esempio. Tuttavia, la sua proposta va oltre: «Magari il Regno Unito, la Turchia e alcuni grandi Paesi europei potrebbero riunirsi e avviare discussioni di qualità su quale potrebbe essere la nuova architettura di sicurezza dell’Europa e su ciò che aumenterebbe la nostra resilienza, forza e capacità di deterrenza».
Di fronte a quello che definisce un «vero e proprio disimpegno» americano, Fidan propone la creazione di un «centro di gravità» propriamente europeo. L’obiettivo sarebbe evitare che il continente continui a «orbitare attorno a diverse potenze e centri di gravità», qualora l’ombrello di sicurezza statunitense dovesse venire meno. «Possiamo creare un nostro centro di gravità in questa regione. Se Regno Unito, Turchia, Francia, Germania e i principali Paesi europei riuscissero davvero a prendere decisioni autonome, non avremmo bisogno di essere trascinati né verso il polo transatlantico né verso Cina o Russia».
Le parole di Fidan hanno trovato un’eco significativa poche ore dopo, quando il think tank americano Milken Institute ha pubblicato il video di un’intervista di inizio dicembre con Tom Barrack, fedelissimo di Trump nominato ambasciatore in Turchia e inviato speciale per la Siria, considerato di fatto un plenipotenziario per tutta la regione. «La Turchia è il nostro più grande alleato nella Nato dopo gli Stati Uniti», ha ricordato Barrack, riferendosi alla forza militare del Paese. «Eppure non è davvero rispettata dall’Europa, che continua a non volerla nell’Unione europea». Il concetto è stato ribadito con ancora più chiarezza: «Volete che la Turchia difenda l’Europa, ma l’Europa non vuole che disponga dei migliori e più avanzati equipaggiamenti militari, perché è preoccupata per ciò che accade con la Russia. È una follia».
Come evidenzia Timothy Ash, le crescenti incertezze sul ruolo degli Stati Uniti e le vulnerabilità di difesa europee rendono la Turchia un partner chiave per la sicurezza del continente, oggi e in futuro. Il paese dispone infatti di dimensioni militari considerevoli, capacità industriali avanzate e una posizione strategica cruciale, elementi che acquistano ancora più valore se integrati più strettamente con il Regno Unito e altri attori europei. I vecchi ostacoli politici tra Turchia e Unione europea – su democrazia, diritti e stato di diritto – restano e hanno bloccato l’adesione turca per anni. Tuttavia, l’attuale contesto di sicurezza spinge verso una rivalutazione pragmatica dei rapporti.
In questo scenario, l’Italia emerge come anello di congiunzione naturale tra Regno Unito e Turchia. Le cooperazioni industriali nel settore della difesa sono già concrete e in espansione. Piaggio Aerospace, storica azienda italiana, è stata recentemente acquisita da Baykar, il colosso turco dei droni guidato da Haluk Bayraktar, cognato del presidente Erdogan. Parallelamente, Leonardo ha siglato accordi strategici con Baykar per lo sviluppo di tecnologie unmanned di nuova generazione.
Queste partnership non sono casuali ma riflettono una precisa visione strategica. L’Italia, membro fondatore sia della Nato sia dell’Unione europea, può fungere da ponte tra l’asse franco-tedesco e quello britannico-turco, contribuendo a costruire quel «centro di gravità europeo» auspicato da Fidan. Il triangolo Roma-Londra-Ankara si basa su complementarità industriali, interessi strategici condivisi nel Mediterraneo e una comune percezione delle minacce alla sicurezza europea. In un momento in cui l’architettura di sicurezza del continente è in fase di ridefinizione, l’Italia, che con il Regno Unito (e il Giappone) sta già sviluppando il jet di sesta generazione (Global Combat Air Programme), ha l’opportunità di giocare un ruolo da protagonista, mettendo a frutto le sue tradizionali capacità diplomatiche e le sue eccellenze tecnologiche nel settore della difesa. Certo, senza dimenticare che Ankara rimane un competitor su diversi dossier, a partire dall’Africa, che Roma considera una priorità strategica come dimostrato dal Piano Mattei.
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