I referendum, la sinistra per il Sì e i Mr. Magoo del riformismo

Come i lettori più assidui di questa newsletter già sanno, ho raggiunto da tempo, per quanto riguarda il referendum sulla giustizia, una posizione piuttosto neutra e direi anche distaccata, quasi una sorta di agnosticismo, che mi porterà a non andare a votare (non potendo ottenere la sconfitta di entrambe le squadre in campo: orbaniani per il Sì e mozzorecchi per il No). Confesso tuttavia di nutrire una profonda irritazione per le iniziative della cosiddetta sinistra per il Sì.
Parlo di quel gruppo di politici e intellettuali, minoritario ma sempre attivissimo, composto di personalità di rara cultura e preparazione, non solo rispetto ai modesti standard attuali, che da oltre trent’anni (in qualche caso da oltre cinquanta) si battono per riforme istituzionali e modifiche della legge elettorale in senso maggioritario e più o meno (para, proto, pseudo) presidenzialista. Sono i massimi guardiani del bipolarismo, inteso come il sistema che di fatto obbliga i partiti a formare orrende coalizioni pre-elettorali, meccanismo alla base di quel processo centrifugo che ha prodotto il massimo del manicheismo e al tempo stesso il massimo della paralisi.
Ebbene, oggi il loro principale argomento consiste nel rifiutare la logica dello scontro di fazione per cui ogni referendum finisce per diventare – ma guarda un po’ – un voto sul governo, anziché sul merito della questione di volta in volta sottoposta al giudizio degli elettori. Eh già. In effetti è proprio così che succede, ed è senza dubbio un fenomeno deplorevole.
Ma da quand’è che succede, esattamente? Ai tempi della deprecata Prima Repubblica, ad esempio con i referendum sul divorzio e sull’aborto, non capitava niente di simile, e infatti la Dc li perse entrambi di brutto, pur continuando a guidare le maggioranze di governo ancora per un paio di decenni. I nostri Mr. Magoo delle riforme istituzionali, dopo avere promosso e difeso strenuamente un sistema fondato sulla contrapposizione manichea dei due poli-carrozzoni, si meravigliano che al momento del referendum l’elettorato sottoposto a questa trentennale cura Ludovico della lotta politica si comporti esattamente come a ogni altra elezione, e come si comportano gli stessi leader politici, non per niente essi stessi sempre più estremisti e manichei, sempre intenti a manomettere ulteriormente leggi elettorali ed equilibri istituzionali per ottenere ancor più poteri, e ancora meno controlli e contrappesi, anche rispetto al potere giudiziario, secondo il copione delle democrazie illiberali in stile ungherese, o degli Stati Uniti di Donald Trump.
E noi adesso dovremmo pure spianar loro la strada, secondo i nostri Mr. Magoo, perché bisogna concentrarsi sul merito del quesito. Più li ascolto e più mi viene voglia di votare No. Organizzino piuttosto un bel convegno in cui prendere atto dei guasti prodotti dalle loro ricette e rilanciare un sistema proporzionale senza premi di maggioranza e senza coalizioni pre-elettorali, come abbiamo avuto per mezzo secolo, e il giorno dopo correrò a votare Sì alla separazione delle carriere dei magistrati con tutto il cuore.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
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