La Cia manda in pensione il suo famoso almanacco, un altro segnale del disimpegno americano

Febbraio 8, 2026 - 10:30
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La Cia manda in pensione il suo famoso almanacco, un altro segnale del disimpegno americano

Mercoledì la Central Intelligence Agency ha annunciato la fine delle pubblicazioni del suo World Factbook, diventato in 64 anni una guida per moltissimi studiosi, docenti, giornalisti e perfino turisti. Era una raccolta di dati molto utile, che forniva per ogni Paese del pianeta molte informazioni, tra cui popolazione, prodotto interno lordo e principali caratteristiche geografiche, in maniera facilmente accessibile anche ai non addetti ai lavori.

Nel comunicato stampa, la principale agenzia della comunità d’intelligence degli Stati Uniti celebra «una delle» sue «pubblicazioni di intelligence più longeve e note», nata come documento classificato e diventato non classificato nel 1971, cartaceo poi elettronico, con il debutto nel 1997 come The World Factbook sul sito CIA.gov. “Sebbene il World Factbook non esista più, nello spirito della sua portata globale e della sua eredità, speriamo che continuerete a essere curiosi del mondo e a trovare modi per esplorarlo… di persona o virtualmente”, conclude la nota.

Non viene però fornita alcuna motivazione dietro la decisione di mettere fine alla pubblicazione dell’almanacco. Notano i media statunitensi, però, che è coerente con l’impegno del direttore John Ratcliffe di porre fine ai programmi che non promuovono le missioni principali dell‘agenzia, che con l’amministrazione Trump ha subito anche tagli di un migliaio di persone, circa il 5 percento della forza lavoro totale.

Eppure, definire il World Factbook come era semplicemente una raccolta di dati: era uno strumento di soft power nella sua forma più raffinata. Quando Langley decideva quali categorie includere, come classificare i regimi politici, quali indicatori economici privilegiare, stava esercitando il potere più sottile che esista: quello di fissare i termini del discorso globale. Per decenni, studenti, giornalisti e ricercatori di tutto il mondo hanno interiorizzato la visione americana di come descrivere e catalogare le nazioni. Il World Factbook stabiliva gli standard, decideva cosa fosse rilevante e cosa no. L‘autorevolezza del documento derivava dalla sua fonte: non un think tank, non un‘organizzazione internazionale, ma l‘agenzia di intelligence più potente del pianeta che forniva quello strumento gratuitamente al mondo intero, in un formato accessibile e costantemente aggiornato, generando dipendenza intellettuale e riconoscenza.

Per questo la chiusura del World Factbook non può essere vista come un caso isolato. È, piuttosto, l‘ultimo esempio di un ripiegamento strategico statunitense dai cosiddetti «beni pubblici globali», quegli investimenti che non producono ritorni economici immediati ma consolidano influenza e leadership nel lungo periodo. Oggi gli Stati Uniti dell’America First trumpiana scelgono di concentrarsi sull’Emisfero Occidentale e dismettere i panni del poliziotto del mondo nonostante ne abbia ancora i mezzi. È qui la differenza tra l’originale Dottrina Monroe del 1823 e l’attuale Dottrina Donroe: due secoli fa gli Stati Uniti non avevano le capacità per fare il poliziotto del mondo e si erano rifugiati in un isolazionismo tipico di una potenza regionale emergente che non può permettersi ambizioni globali.

Sin dai primi giorni, sotto la pressione del Doge, il dipartimento per l’efficienza governativa guidato al tempo da Elon Musk, la seconda amministrazione Trumpè ha iniziato a ridimensionare il soft power statunitense. Usaid, l’agenzia per lo sviluppo internazionale, storico veicolo di aiuti e influenza nei Paesi in via di sviluppo, ha subito drastici ridimensionamenti, fino al trasferimento delle competenze residue al dipartimento di Stato. Gli Stati Uniti sono usciti e rientrati più volte dall‘Organizzazione mondiale della Sanità, hanno abbandonato l‘Unesco, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite e, nuovamente, l‘Accordo di Parigi sul clima. A gennaio è stata annunciata l’uscita da 66 tra agenzie e programmi multilaterali. I programmi di scambio culturale come il Fulbright, che per generazioni hanno portato studenti stranieri nelle università americane creando élite filo-occidentali in tutto il mondo, affrontano crescenti difficoltà di finanziamento. Voice of America e le altre emittenti radiofoniche che durante la Guerra Fredda trasmettevano i valori democratici oltre la Cortina di Ferro vedono budget sempre più ridotti. Gli unici sforzi sembrano orientati all’agenda Maga: il Financial Times ha rivelato che il dipartimento di Stato sarebbe pronto a finanziare think tank e organizzazioni benefiche allineate al movimento Maga in tutta Europa per diffondere le posizioni politiche di Washington e contrastare le minacce percepite alla libertà di parola. Questo l’obiettivo principale del viaggio europeo di dicembre di Sarah Rogers, un’alta funzionaria del dipartimento di Stato, che ha toccato anche Roma e Milano.

Mentre Washington si ritira dalle istituzioni multilaterali e taglia i programmi di influenza culturale, altri attori – la Cina in primis – riempiono quel vuoto con entusiasmo. La Belt and Road Initiative cinese è soft power (e non solo) su scala planetaria: investimenti infrastrutturali che creano dipendenza economica e gratitudine politica in decine di Paesi. Pechino ha aperto centinaia di Istituti Confucio nelle università di tutto il mondo, ha lanciato proprie agenzie di rating del credito alternative a quelle occidentali, finanzia think tank e programmi accademici. Mentre gli Stati Uniti smantellano gli strumenti che hanno garantito loro l‘egemonia culturale del dopoguerra, la Cina costruisce pazientemente i propri.

La chiusura del World Factbook, in questo contesto, assume un valore simbolico che va ben oltre il suo costo operativo. Rappresenta l‘abbandono di quella idea – tipicamente americana del Novecento – secondo cui fornire conoscenza e stabilire standard globali fosse parte integrante della leadership mondiale. Un‘idea che, evidentemente, non trova più spazio nelle «missioni principali» dell‘intelligence americana.

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Redazione Redazione Eventi e News