Le critiche degli atleti, i buu a Vance: coraggio c’è un’altra America (e un’altra Italia)

Febbraio 9, 2026 - 17:00
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Le critiche degli atleti, i buu a Vance: coraggio c’è un’altra America (e un’altra Italia)

I Giochi olimpici di Milano Cortina offrono primi bilanci e riflessioni, ma non si tratta di sport. Riguardano gli Stati Uniti, l’Italia (e l’immagine che si ha di sé, spesso diversa da quella che gli altri hanno di noi). I Giochi si stanno rivelando un pessimo affare soprattutto per l’amministrazione Trump.

Il vicepresidente J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio giunti in pompa magna a Milano hanno preso una tranvata reputazionale in faccia, e non si è trattato del tram apparso nel delizioso video con Sergio Mattarella protagonista, nel solco della regina Elisabetta a Londra nel 2012. I buu riservati in mondovisione dal pubblico di San Siro a Vance e alla moglie hanno molto colpito l’opinione pubblica americana. 

Nonostante la Nbc (l’emittente che detiene i diritti di trasmissione dei Giochi invernali negli Stati Uniti) non abbia fatto alcun riferimento all’episodio nella sua telecronaca, i social si sono riempiti di commenti e i principali quotidiani non hanno potuto ignorare la contestazione. «L’Italia ha aperto le braccia per accogliere il mondo intero. Beh, quasi tutto il mondo. In un segno inequivocabile di come la visione dell’America in Europa si stia rapidamente offuscando, la delegazione statunitense è entrata allo stadio di San Siro tra un coro di fischi e disapprovazione» ha scritto per esempio il Wall Street Journal, limitandosi nel titolo a un più conservativo «accoglienza gelida», e benché le immagini testimonino come la contestazione sia cominciata solo quando sui maxischermi è apparsa l’immagine del vicepresidente. Una convinta disapprovazione ad personam andata in replica la mattina dopo all’Hockey Arena, dove Vance era andato ad assistere alla partita della nazionale femminile statunitense. 

Interpellato dai giornalisti a bordo dell’Air Force One, Donald Trump ha mostrato stupore. «È strano perché (Vance, ndr) piace alla gente, ma si trova in un Paese straniero…». C’è da dire che Rubio e Vance non si sono fatti amare dai milanesi durante il loro soggiorno in città, scorrazzando in lungo e in largo scortati rispettivamente da trenta e quarantacinque suv blindati e da almeno trecento uomini della sicurezza, ma è quando le critiche hanno cominciato ad arrivare dagli atleti statunitensi presenti ai Giochi che la questione si è fatta complicata, con una nuova sfuriata del presidente. 

Il freestyler Chris Lillis, oro a Pechino nel 2022, interpellato in conferenza stampa su quanto accade negli Stati Uniti non si è tirato indietro: «Se state parlando dell’Ice, penso che, come Paese, dovremmo concentrarci sul rispetto dei diritti di tutti e assicurarci di trattare i nostri cittadini bene come chiunque altro. È questa l’America che stiamo cercando di rappresentare». Non da meno la pattinatrice Amber Glenn, già nelle mire degli odiatori Maga per la propria dichiarata identità sessuale fluida: «Mi consigliano di pensare solo allo sport e di lasciare perdere la politica, e io rispondo che la politica riguarda tutti. Compresa quella di un presidente come Donald Trump. È giusto che si sappia che in tanti, in tantissimi non la pensiamo come lui».

Allineata persino Mikaela Shiffrin, da molti considerata la più grande sciatrice di tutti i tempi (con i suoi due ori olimpici e gli otto mondiali vinti), seppure in maniera meno incisiva e prendendo in prestito parole di Nelson Mandela: «Credo nell’importanza della gentilezza, della diversità e della condivisione». 

Chissà perché, però, a far sbottare Trump è stata la presa di posizione di Hunter Hess, un altro freestyler americano. «Rappresentare gli Stati Uniti in questo momento suscita emozioni contrastanti, è un po’ difficile. Stanno succedendo molte cose che non mi piacciono. Solo perché indosso la bandiera, non significa che rappresenti tutto ciò che accade negli Stati Uniti» ha detto Hess, al quale il presidente americano ha ritenuto opportuno rispondere con violenza e ancora una volta su Truth: «È un vero perdente, è un peccato che faccia parte della nostra squadra. È difficile tifare per uno così». Il Super Bowl in territorio a lui ostile, Santa Clara in California, gli ha riservato altre delusioni, da uno stadio stavolta Made in Usa.

La cerimonia inaugurale di San Siro restituisce, però, suggestioni anche sull’Italia. È come se in meno di quattro ore fossero andate in scena le due facce del Paese che continuano a contrapporsi: la cerimonia è stata giudicata da molti come troppo kitsch, in equilibrio tra l’eccesso patriottico e lo sberleffo carnascialesco con quei faccioni di Verdi, Puccini e Rossini in cartapesta, eppure all’estero ha entusiasmato per eleganza, misura estetica e lievità del vivere, virtù che il mondo continua a riconoscere.

A compromettere il giudizio nostrano forse la sgangherata telecronaca Rai, le inquadrature in eccesso della presidente del Consiglio contrapposte alla censura visiva del “non allineato” Ghali, ennesime conferme dei mali maggiori che tolgono il respiro alla nazione, servilismo e spregio per il merito. Eppure un’altra Italia al di fuori della bolla e della narrazione predominante per una sera sedeva in tribuna da co-protagonista, lanciava cori per Sergio Mattarella, disapprovava con contegno Israele, applaudiva la determinazione del Canada e il coraggio infinito dell’Ucraina.  

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