Per la separazione delle carriere, ma senza arrendersi all’uno vale uno

Quando un annetto fa il dominus assoluto di via Arenula e della politica penale del governo, il sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove, si fece scappare in un eccesso di confidenza con Il Foglio un giudizio liquidatorio, poi malamente smentito, sulla riforma dell’ordinamento giudiziario –quella che con eccesso di enfasi il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, descrivono come «la madre di tutte le riforme» – salvò solo un aspetto, non a caso il più controverso: «L’unica cosa figa della riforma è il sorteggio dei togati al Csm».
Stiamo assistendo (e alcuni di noi, malvolentieri, partecipando) a una campagna referendaria orrenda, in cui gli unici a difendere onestamente le ragioni del Sì sono fuori dal perimetro della destra di governo e sono considerati dei traditori dai sostenitori del No – al Nazareno, Augusto Barbera passa per un fellone, mentre i lacchè di Vladimir Putin per dei veri compagni, che neppure sbagliano – e in cui i partiti della destra hanno a tal punto contraffatto il senso del voto da presentarlo come un viatico per la forca dei presunti colpevoli immeritevoli di tutela e per la vendetta contro i giudici comunisti loro protettori.
Abbiamo visto l’Anm fare pubblicità fake sulla subordinazione dei giudici – neppure dei pm, dei giudici! – all’esecutivo nascosta con l’inchiostro simpatico nelle pieghe di una legge che dice di tutta evidenza il contrario; il Pd ragguagliare i sostenitori del Sì ai fascisti di CasaPound; la compagine meloniana identificare gli alfieri del No con i picchiatori del poliziotto di Torino e invitare a usare il voto come una lezione contro il giudice che li aveva scarcerati (peraltro sapendo benissimo, Nordio per primo, che nessuno dei tre arrestati era accusato di avere malmenato l’agente Alessandro Callista).
Tra le cose abbastanza curiose – anche se non così ignobili – a cui abbiamo assistito ci sono state pure non solo la rivalutazione, ma la vera e propria glorificazione del sorteggio dei togati come garanzia di imparzialità e di efficienza da parte di chi l’aveva sempre avversata come una resa al luogocomunismo dell’uno vale uno e, sul versante contrario, il ripudio della legge del caso da parte di chi sosteneva, fino a poco tempo prima, che contro il cosiddetto sistema Palamara l’unico rimedio fosse affidarsi alla dea bendata della Fortuna, più che a quella della Giustizia.
Io rimango convinto che un eccesso di zelo nella difesa della natura salvifica del sorteggio da parte dei sostenitori del Sì suoni più sospetto che persuasivo e che mostrare di accettarne il prezzo e gli evidenti rischi, perché compensati dai vantaggi e dalle opportunità che sul piano ordinamentale questa riforma comporta, sia più serio che fingere di scoprire la pietra filosofale capace di risanare la corruzione correntizia della magistratura attraverso la distribuzione casuale di competenze di rilievo costituzionale.
Ha moltissime ragioni Stefano Ceccanti a sostenere che il sorteggio nella sua rozzezza è alla fine apparso l’unico mezzo per tagliare un nodo che non si riusciva a sciogliere, vista la totale indisponibilità della magistratura associata ad accettare – e aggiungerei: della politica a proporre o imporre – alternative meno rudimentali, come per esempio l’elezione dei Csm attraverso collegi uninominali capaci di rompere le geometrie correntizie.
Però, bisogna ammettere che si tratta pur sempre di un male minore o di un estremo rimedio a un male estremo e che quindi il sorteggio è un farmaco potenzialmente tossico, non un principio pacifico e universalizzabile di garanzia dell’imparzialità amministrativa.
La tesi secondo la quale, in qualunque organo in cui non si esercita una rappresentanza politica, l’estrazione è da considerarsi il principio preferibile per scegliere a chi affidare un incarico, perché il meno sensibile ai condizionamenti interessati, dovrebbe portare a concludere che non solo i membri del Csm non debbano essere votati dai magistrati, ma che neppure i procuratori capo e generali o i presidenti di tribunale e di corte di appello debbano essere votati dal Csm, bensì scelti dalla sorte tra una platea di soggetti con alcuni requisiti oggettivi (ad esempio: anzianità di servizio, assenza di addebiti disciplinari), senza alcuna valutazione della loro capacità generale e adeguatezza particolare. E così dovrebbe valere anche per i componenti degli organi delle autorità indipendenti – dall’Agcom all’Antitrust – o per i giudici della Corte costituzionale.
Cancellare qualunque discrezionalità nelle scelte, anche a livello amministrativo, significa anche cancellare qualunque meccanismo di responsabilità, oltre che esporsi al rischio che in sede attuativa rientri dalla finestra, in modo solo più dissimulato, quello che si è finto di buttare fuori dalla porta, attraverso una selezione teleguidata dei sorteggiandi (avete presente i concorsi universitari?).
Il qualunquismo, per sua natura e funzione, tende a essere la maschera di una strategia parassitaria, come dimostra proprio la parabola politica del partito nato e cresciuto dall’uno vale uno, e poi passato per via proprietaria dalla guruship grillina a quella contiana.
Ci sono svariate ragioni per ritenere – come io ritengo – che tutti i dubbi, non solo legittimi, ma doverosi, che l’estrazione dei togati dei nuovi Csm suscitano, non siano tali da mettere in dubbio il sostegno a una riforma, che rappresenta un indispensabile completamento ordinamentale del principio del giusto processo e separa a tutti gli effetti la magistratura requirente da quella giudicante e non solo le carriere dei singoli magistrati. Ma la ola all’uno vale uno, anche no. Non è prudente e neppure propizia.
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