Possiamo ancora credere ai negoziati Usa-Iran? Trump prepara una seconda squadra navale per il Golfo Persico

Mentre il nutrito gruppo d'attacco statunitense guidato dalla USS Abraham Lincoln è già stato dispiegato nell’area del Mare Arabico e del Golfo Persico a far data dal 26 gennaio scorso, con la portaerei scortata da unità navali di primissimo piano oltre che accompagnata da aerei da caccia e sistemi avanzati di difesa missilistica, la US Navy ha ricevuto l’ordine dal Pentagono di costituire una seconda “squadra navale”.
Fonti bene informate del Ministero della Guerra americano – nome imposto dall’attuale amministrazione a stelle e strisce alla quale stava stretto il vecchio termine “Difesa” – indicano che, con molta probabilità, sarà incentrata sulla portaerei USS George H.W. Bush: questa attualmente si trova al largo delle coste della Virginia e si ipotizza un suo possibile rischieramento nell’area del Golfo Persico nell’arco temporale di due settimane; per inciso, ricordiamo che si tratta di una portaerei a propulsione nucleare della classe “Nimitz”, l'ultima unità costruita di questa classe.
Il presidente Donald Trump, in linea col personaggio che si è creato, ha fatto sapere che l’indicato invio di una seconda “squadra navale” dipenderà esclusivamente dall'esito dei negoziati sul nucleare con l'Iran, che sappiamo essere ancora in corso nella capitale dell’Oman. La dichiarazione di The Donald che agita il fallimento dei negoziati quale motivo di rischierare la seconda “squadra navale” nell’area del Golfo Persico, potrebbe apparire come una minaccia e, nemmeno tanto sottile, col risultato di intensificare ancor di più le pesanti tensioni esistenti nell’area mediorientale; infatti, in caso di fallimento dei colloqui, la seconda squadra navale verrebbe inviata immediatamente con il risultato di aumentare al massimo livello la pressione militare statunitense.
Per cercare di comprendere la complessità del quadro politico e strategico oggi esistente nell’area occorre focalizzare la nostra attenzione sulla visita di Netanyahu a Washington, proprio mentre (casualmente?) gli Stati Uniti si accingono ad aumentano la loro presenza militare in Medio Oriente e con Trump che abbiamo visto avvertire Teheran di possibili attacchi se non si riuscirà a raggiungere un accordo sul programma nucleare nonché a fermare le uccisioni dei manifestanti in corso in molte città iraniane.
La visita di Netanyahu, quindi, manifesterebbe la preoccupazione di Israele data dal fatto che, nella fretta di raggiungere un accordo con l'Iran, il presidente USA possa accettarne uno che non affronti alla radice il programma missilistico iraniano e anche il sostegno ai gruppi proxy, o che permetta all’Iran di “conservare qualche residuo del suo programma nucleare”, che dalla prospettiva di Tel Aviv possa rappresentare un fattore di rischio per la sicurezza di Israele.
Va ricordato che Trump ha proceduto al ritiro degli Stati Uniti dal precedente accordo nucleare sottoscritto nell'era Obama, e ha ripristinato le sanzioni che hanno gravemente messo a dura prova l’economia iraniana.
Tuttavia, nonostante la retorica del linguaggio diplomatico intensificatasi nelle ultime settimane, il presidente Trump potrebbe ancora voler evitare un conflitto militare diretto con l'Iran anche se le due parti non riuscissero a raggiungere un accordo sul nucleare: così hanno asserito alcuni alti funzionari dell’amministrazione statunitense.
Dalle diverse (e a volte anche asimmetriche) prospettive dalle quali si voglia osservare l’evoluzione della crisi in atto – che oggi grava sull’intera area – la situazione viene costantemente monitorata e costituisce un fattore di grande preoccupazione; non possiamo non riportate la presenza nell’area di unità militari russe e cinesi che, in tutta evidenza, aumentano in maniera assai significativa il rischio del verificarsi di “incidenti” nel Golfo Persico.
In definitiva, la situazione attuale resta estremamente fluida; i tentativi di negoziato stanno proseguendo parallelamente a confronti muscolari tra le entità militari in campo. Non resta sperare possa prevalere la ragione, tramite la via diplomatica, mettendo a tacere tutte le tentazioni belliciste.
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