Stefano Palmieri è il nuovo presidente della sezione REX del CESE: “Da questa instabilità geopolitica costi politici e sociali”
Bruxelles – Stefano Palmieri è il nuovo presidente della Sezione Relazioni esterne (REX) del CESE, il Comitato economico e sociale europeo. La sezione è responsabile del dialogo tra le organizzazioni della società civile europea e le loro omologhe dei Paesi con cui l’Unione europea intrattiene relazioni formali.
La sua nomina arriva in un momento in cui sta crescendo il divario tra le relazioni e la cooperazione commerciale fra UE e USA.
“È chiaro che la seconda amministrazione Trump ha rotto tutti gli schemi in maniera improvvisa. Un cambiamento di rotta che peraltro non si esaurisce con Donald Trump, ma che riguarda tutta una serie di personaggi che ruotano intorno a lui, a partire dal vicepresidente J.D. Vance. All’interno di questo fenomeno c’è una dottrina consolidata che ha permesso di realizzare un’unione di ‘supporter’ di Trump: i grandi tecnocrati da un lato e il proletariato americano dall’altro. Questo fa sì che negli Usa si sia sviluppata una nuova strategia geopolitica che assume un vero ruolo di ‘game changer’ in vari scenari”.
Si aspettava un mutamento di questa portata?
“Non è inaspettato. Anzi, era stato già preannunciato a febbraio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco dal vicepresidente J.D. Vance, che ebbe la spudoratezza di criticare la democrazia dell’Unione Europea denunciando un presunto arretramento della democrazia e della libertà di espressione nel nostro continente. Quel discorso ha rappresentato l’annuncio ufficiale della svolta imperialista e predatoria dell’amministrazione Trump e del relativo tentativo di fare dell’Unione Europea uno stato vassallo degli Stati Uniti. La mancanza di una reazione ha fornito il segnale di quanto fosse debole l’Ue”.
L’abbiamo poi visto in una serie di eventi nel corso di tutto l’anno.
“Quest’estate l’applicazione dei dazi, ancora una volta senza reazioni da parte dell’Europa, se non con segnali di debolezza. E poi a novembre la national security strategy, ulteriore elemento che comprova la criticità dei rapporti esistenti tra Stati Uniti e Ue. Poi abbiamo visto l’invasione del Venezuela e la riaffermazione della dottrina Monroe. E a questo si aggiunge il problema della Groenlandia, per il quale Donald Trump non ha avuto nessun timore a parlare di “spazio vitale”, termine che in Europa evoca particolari fantasmi del passato”.
Qual è il costo politico e sociale di questa instabilità?
“Il costo è prima di tutto politico, rappresentato dalla scarsa rilevanza che sta assumendo l’Europa. Il problema è che l’Unione europea, con questo assetto istituzionale, non può risolvere le sfide che sta avendo sui vari fronti. I trattati hanno funzionato bene per cinquant’anni, a questo punto credo sia opportuno un cambiamento. O con una modifica sostanziale dei Trattati, cosa che temo sia impossibile con l’attuale maggioranza in Commissione e Consiglio. O con una forma di cooperazione di volenterosi che vogliano raggiungere un livello più elevato di coesione fra gli Stati membri dell’UE”.
E i costi sociali?
“Sono sicuramente dei costi che vedremo nei prossimi mesi e anni. Il primo fra tutti sarà dovuto all’aumento delle spese militari. È chiaro che un disimpegno statunitense nel quadrante europeo comporta che l’Europa debba dotarsi di una strategia militare. Ma incrementare la spesa militare significa poi ridurre la spesa da altre parti. E la spesa che purtroppo è deputata a essere ridotta è quella sociale. Questo è un problema anche di tenuta dell’UE: nel momento in cui, a livello nazionale, ci si accorgerà di dover fare riduzioni alla sanità o all’istruzione, non so quanto il progetto possa tenere”.
In che modo la sezione REX può contribuire a stabilizzare i rapporti con i partner extra-UE in questo contesto di crisi?
“Abbiamo un programma pluriennale che prosegue – in continuità con il mandato precedente – una particolare sensibilità nei confronti dei Paesi vicini e dei Paesi oggetto dell’allargamento. Inoltre intendiamo rafforzare le relazioni con Paesi in via di sviluppo che possono rappresentare dei partner strategici. Le direzioni sono due: Africa e America Latina. Lavoreremo su alcune tematiche come il Global Gateway, il grande programma attraverso cui l’Ue vuole realizzare progetti che riguardano il miglioramento delle reti energetiche, programmi di istruzione, la costruzione di dighe, estrazioni materiali critici. Tutti progetti per cui noi chiediamo un coinvolgimento della società civile locale. Altra priorità è promuovere le condizioni perché sia possibile la piena realizzazione della pace, della salute, oltre a una serie di interventi in grado di affermare l’uguaglianza di genere, i diritti dei lavoratori, un ambiente sostenibile, la riduzione della povertà, oltre a garantire fornitura idrica per chi si trova in sofferenza a seguito dei cambiamenti climatici”.
Ha citato l’America Latina. Oggi l’accordo di partenariato tra Unione europea e Mercosur è in stand-by.
“La mia posizione fino al 2021 era particolarmente critica. Ma le cose sono cambiate. Innanzitutto è iniziata un’attività negoziale portata avanti fortemente dal presidente Lula che ha introdotto una serie importante di interventi: un impegno giuridico vincolante per fermare la deforestazione, un impegno a promuovere l’emancipazione femminile, catene di approvvigionamento sostenibile, e la lotta al lavoro minorile. Credo insomma che l’accordo sia cambiato, e che debba essere considerato”.
Cosa si augura maggiormente per questo mandato di presidenza?
“Occorre un grande sforzo diplomatico da parte di tutti, e questo sforzo deve venire anche dal CESE. Essendo la casa delle organizzazioni della società civile – gli imprenditori, i lavoratori e gli operatori nelle Ong – dobbiamo cercare a tutti i costi di attuare uno sforzo diplomatico. E anche la società civile deve farlo attraverso relazioni con altri Paesi extra Ue. Quello che con questo mandato vogliamo fare è cercare di riaffermare i beni pubblici globali, la pace su tutti”.
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