Come si costruisce il consenso politico oggi

Febbraio 13, 2026 - 14:00
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Come si costruisce il consenso politico oggi

La politica (arte e/o scienza, non importa) è pressoché eterna: da Aristotele ha sempre significato, in sostanza, governo di qualcosa che non appartiene al singolo ma al collettivo: la polis, lo Stato, le organizzazioni sovranazionali. È una parola antica per un problema antico. Con la democrazia, tuttavia, dentro questa continuità si è inserita una frattura decisiva: non basta governare, bisogna farlo con il consenso dei governati. È quasi una tautologia, ma è la tautologia fondativa della modernità politica. Governare con il consenso è la grande innovazione incisa nella storia dagli Stati Uniti, e da lì divenuta paradigma.  Fin qui siamo ancora in un ripasso di dottrina. Il punto è che il consenso – la sua formazione, la sua raccolta, la sua gestione – non è una costante. È un dispositivo storico. E nei nostri anni ha cambiato natura. Non con una rivoluzione improvvisa, ma per slittamenti successivi, quasi impercettibili, che hanno però prodotto una trasformazione radicale.

Se guardiamo indietro di qualche decennio, il mercato del consenso era la condensazione di interessi intorno a un’ideologia e, reciprocamente, l’ideologia era la forma culturale di quegli interessi. Le classi popolari trovavano organizzazione nei sindacati, e nel marxismo un orizzonte simbolico e teorico. Non è questo il luogo per discutere i nessi causali, ma il meccanismo era chiaro: organizzazione più ideologia. L’una diffondeva l’altra; l’altra rafforzava l’una. La coscienza di classe non era una formula accademica, ma un collante storico che ha attraversato più di un secolo di politica europea. 

Lo stesso schema valeva sul versante opposto. L’imprenditorialità capitalistica si organizzava in associazioni, in luoghi di coesione sociale e culturale (inclusi i concerti, il teatro e l’opera) e trovava nel liberalismo la propria ideologia di riferimento. Max Weber ha dato forma teorica a questo intreccio tra etica (protestante) e spirito del capitalismo: una visione del mondo che legittimava e orientava l’azione economica. Più cresceva l’impresa, più si consolidava l’idea liberale; più si diffondeva l’idea liberale, più si moltiplicavano le energie imprenditoriali. Anche qui, organizzazione, interessi e ideologia erano inestricabili.

Oggi questo circuito si è spezzato. Gli interessi socioeconomici faticano a condensarsi in forme stabili, e quando lo fanno, non producono una proiezione politica lineare. Le associazioni di categoria ospitano al loro interno orientamenti politici differenti e, salvo rarissime eccezioni, dialogano con tutti (il che non è un male). I partiti, a loro volta, hanno perso la struttura organizzativa che li rendeva comunità formali (iscritti, congressi, ecc.). Dove sopravvive una forma organizzata, spesso appare come un guscio vuoto, una vaga liturgia che non genera più appartenenza. 

La politica è diventata comunicazione. Non organizzazione, ma flusso. Non militanza, ma visibilità. I follower non sono una struttura; sono, al massimo, una platea intermittente. Un’eco di comunità che si disperde nel momento.

Se è scomparsa la componente organizzativa, allora rimane quella ideologica? Se per ideologia intendiamo un pensiero politico strutturato, capace di ordinare i conflitti in un quadro coerente, la risposta è problematica. Sopravvivono tradizioni che resistono talvolta più per inerzia che per convinzione; sovranismi alla continua ricerca dell’oggetto della sovranità; posture emotive che si accendono su un conflitto e si spengono su un altro senza un principio ordinatore. Si può essere contro i bombardamenti a Gaza e indifferenti a quelli in Ucraina? Si può denunciare il patriarcato e ignorare la repressione teocratica in Iran? La questione non è stabilire chi abbia ragione, ma osservare che manca un sistema di coordinate che tenga insieme le risposte. 

Quel che ha preso il posto dell’ideologia è una forma che potremmo definire pittografia, cioè basata su immagini, parole d’ordine (o poco più). Non dottrine, ma parole d’ordine. Non strategie, ma frammenti lessicali. «Sì a questo, no a quello». Senza che vi sia uno sforzo di collocare quel sì o quel no dentro una visione complessiva. Se si sostiene la soluzione dei due Stati per Israele, come si può poi usare il termine sionismo come accusa? Se si invoca la resa dell’Ucraina, quale principio universale si sta affermando – e perché non dovrebbe valere altrove? L’arresa è una ideologia? E se è un’ideologia, perché non dovrebbero arrendersi anche i Palestinesi, o anche i giovani che manifestano a Teheran? 

La politica, diventata comunicazione, ha attraversato tre ere: quella della scrittura, quella televisiva, quella digitale. Ogni era sollecita facoltà diverse. La scrittura richiede tempo, sollecita il ragionamento individuale, presuppone un lettore disposto a seguire un’argomentazione. La televisione privilegia la meraviglia, il racconto, l’immediatezza narrativa. L’ecosistema dei social media, infine, è costruito sull’emozione e sulla velocità. Soffermiamoci su quest’ultima era.

La guerra per l’attenzione è il motore del sistema. Velocità, intensità, ripetizione. Se troviamo lenti film di appena quindici anni fa, possiamo realisticamente aspettarci che un discorso politico con una struttura logica articolata venga ascoltato fino in fondo? Il meme sostituisce l’argomentazione. Il frame precede il fatto. In questa era della comunicazione ci deve bastare, la foto, il video, o ancora più efficacemente il richiamo a quel che abbiamo già dentro come pregiudizio. Però oggi il pregiudizio si può formare nel mentre vediamo il messaggio. Eravamo abituati ai pregiudizi che ci mettevano tempo (secoli) a formarsi (chi non ricorda la battuta «Dimmi come sono diventati luoghi comuni?» con cui Billy Cristal rispondeva a Meg Ryan, che appunto sosteneva che i suoi (di lui) pensieri erano solo luoghi comuni. Adesso i luoghi comuni (o meglio convinzioni di massa) nascono in un istante: chi crea con successo un meme, una parola d’ordine, un punto di vista suggestivo, crea subito un’onda che riceve il plauso e l’adesione emotiva del popolo dei social, rispetto a cui nessun argine resterà in piedi.

Diciamolo meglio con Kahneman, il pensiero politico è diventato pensiero veloce, non pensiero lento, dove il primo è automatico, si poggia sui pregiudizi e non ha bisogno di nessuna verifica o sviluppo, e il secondo è lento, ha bisogno di tempo, di riflessione, di arricchimento di ulteriori informazioni. La comunicazione politica contemporanea è quasi interamente appoggiata al primo. L’ideologia, ridotta a pittografia, è costretta  in questo ecosistema. L’emozione segue una regola semplice: per superarne una serve un’emozione più intensa. Così il linguaggio emotivo precede e sovrasta l’esperienza e la ragione. 

Il problema, a questo punto, si abbatte sui riformisti. Su chi, in ogni schieramento, pensa che la politica abbia come fine il rafforzamento della democrazia.

Come si affermano queste idee nella baraonda comunicativa?

Una strada forse c’è, ma prima serve una digressione. Una possibile pista arriva dal marketing, una disciplina che si presenta come scienza del consenso. Nel 1916, negli Stati Uniti, usciva Obvious Adams, un testo oggi quasi dimenticato (per altro mai pubblicato in Italia). L’idea centrale è semplice: un prodotto vince quando diventa ovvio, quando la sua scelta appare naturale e non richiede sforzo cognitivo. In politica vince ciò che viene percepito come buon senso. Non banalità, ma riconoscimento immediato di valori sedimentati nella storia di una comunità.

La comunicazione populista lo sa bene: richiama sempre qualcosa di ancestrale. Noi contro Loro. Il popolo contro l’élite. La purezza contro l’inganno. È un richiamo a elementi già presenti nell’inconscio collettivo.

Le scienze cognitive su questo hanno molto da dire, ma veniamo al punto: come fa chi domanda democrazia e non autoritarismo, a innescare una strategia di comunicazione di successo? Quella del fact-checking è faticosa (il tempo che ci vuole per smentire un falso è di un ordine superiore rispetto alla capacità di crearlo, Legge di Brandolini). La strategia della razionalità non colpisce la parte emozionale del cervello (è l’emozione che crea la propria ragione, e non il viceversa), perciò è una strategia che non buca la bolla emozionale. La strategia della denigrazione è un boomerang: non ha mai avuto successo e mai l’avrà, altrimenti Trump avrebbe in questi mesi un’impennata di consensi, ma non è così. 

Serve un mix. Primo: restituire una dimensione emotiva alla democrazia. Le rivoluzioni liberali non sono state esercizi di logica, ma movimenti capaci di suscitare entusiasmo, sacrificio, passione. Possibile che ciò che ha dato forma all’Occidente non riesca più a parlare al cuore oltre che alla ragione?

Secondo: coerenza radicale. Non si può difendere la democrazia e insieme svuotare i partiti, indebolire i corpi intermedi, ridurre il dibattito a tattica. La qualità della democrazia non è un dettaglio organizzativo; è parte del messaggio.

Terzo: mondo complesso, risposte semplici. Non semplicistiche, ma semplici. La politica non può limitarsi a descrivere la complessità; deve offrire una via d’uscita. L’ovvio da cercare non è il riflesso istintivo, ma il risultato di un lavoro di distillazione: rimuovere il rumore, isolare il nucleo dei problemi, tradurlo in soluzioni che appaiano evidenti perché condivisi con i valori profondi della comunità a cui ci si riferisce. 

Il tempo presente, almeno, ha restituito chiarezza in alcune fratture che credevamo sopite: diritto contro autoritarismo; uguaglianza delle opportunità contro concentrazione predatoria; peculiarità umane contro onnipotenza tecnica.

Forse non è poco. Forse è da qui che si può ripartire: costruendo un’emozione razionale, un pragmatismo etico, se possiamo dir così. Una passione per la democrazia che torni a essere, insieme, evidente e necessaria. Non è facile, ma il resto non è efficace.

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