Due terzi delle spie condannate in Europa lavoravano per la Russia

Febbraio 13, 2026 - 14:00
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Due terzi delle spie condannate in Europa lavoravano per la Russia

La Russia non combatte soltanto in Ucraina. Mentre droni e sabotaggi attraversano i confini della Nato, Mosca conduce una guerra parallela, più silenziosa ma non meno pervasiva: quella dello spionaggio in Europa. I numeri, per la prima volta sistematizzati in un rapporto pubblicato dall’Agenzia svedese di ricerca per la difesa (Foi), sono eloquenti. Tra il 2008 e il 2024, nei trentatré Stati europei appartenenti a Unione europea e/o Nato, sono state pronunciate settanta condanne definitive per spionaggio. Di queste, quarantasette – quasi il settanta per cento – riguardano attività condotte per conto della Russia. La Cina segue a grande distanza con sei casi; Iran e Turchia con tre ciascuno; la Bielorussia con due.

È il più ampio dataset mai realizzato sulle condanne per spionaggio in Europa. E la conclusione degli autori, che hanno lavorato su mandato di tre agenzie d’intelligence svedesi, è netta: la quantità stessa dei casi scoperti dimostra l’ampiezza e la continuità delle attività russe nel continente. Oggi la Russia rappresenta la principale minaccia di spionaggio in Europa.

Ma il dato più inquietante non è ciò che il rapporto mostra. È ciò che non mostra. L’Estonia guida la classifica con 19 condanne, seguita da Germania e Macedonia del Nord (otto ciascuna), Lituania (sette) e Lettonia (sei). In altre parole, l’epicentro geografico è il fianco orientale dell’Alleanza. E il resto d’Europa? Tredici dei 33 Paesi esaminati non hanno registrato neppure una condanna in 17 anni. Il caso più emblematico è il Belgio. Bruxelles ospita i quartier generali della Nato, della Commissione europea e del Parlamento europeo. Eppure, in quasi due decenni, ha registrato solo due condanne per spionaggio. Gli autori del rapporto osservano che è altamente improbabile che un centro politico e militare di tale rilevanza sia stato bersaglio di appena due operazioni perseguite penalmente. Il “silenzio statistico” riguarda anche altri Stati strategicamente significativi, come Repubblica Ceca, Irlanda e Italia. In Italia, l’unico caso incluso nel dataset è quello di Walter Biot, capitano di fregata della Marina arrestato nel marzo 2021 mentre consegnava documenti Nato classificati a funzionari russi in cambio di 5.000 euro. È stato condannato a 29 anni e due mesi. Un caso grave, ma isolato.

Il rapporto richiama Sherlock Holmes: non è il rumore a essere sospetto, ma il cane che non abbaia. L’assenza di condanne non equivale all’assenza di attività ostili. Può riflettere lacune legislative, difficoltà probatorie, limiti nella protezione delle fonti, o la preferenza politica per espulsioni silenziose di diplomatici rispetto a processi pubblici.

Il lavoro dell’Agenzia, istituita dal ministero della Difesa svedese, smonta anche lo stereotipo della spia. Solo circa la metà dei condannati rientra nella categoria dell’insider tradizionale, cioè individui con accesso diretto a informazioni classificate. Il restante universo è composto in larga parte da civili: il 72 per cento dei 70 condannati non apparteneva a strutture militari o governative. L’età media è 48 anni; quasi tutti uomini (solo quattro donne).

Il rapporto identifica dieci tipologie operative, che vanno ben oltre l’immagine classica dell’agente infiltrato. Accanto agli insider tradizionali compaiono: gli ideologi, spesso mossi da nostalgia sovietica o lealtà divise; gli osservatori, reclutati via social media per fotografare infrastrutture o movimenti militari ;gli agenti “monouso”, impiegati per una singola missione ;intermediari e facilitatori logistici ;pluricriminali coinvolti anche in traffici illeciti o sabotaggi ;specialisti civili con competenze tecniche specifiche ;spie mobili che sfruttano la libertà di movimento nell’area Schengen ;agenti inseriti in reti diasporiche o criminali. Le categorie non sono rigide: un osservatore può essere anche una spia mobile, o parte di una rete criminale. È un ecosistema fluido, adattivo.

Quanto alle motivazioni, il modello classico Mice – money, ideology, coercion, ego – continua a reggere. Più della metà dei condannati ha ricevuto compensi economici, talvolta accompagnati da meccanismi di ricatto. Nei Paesi baltici l’ideologia e le lealtà divise restano fattori rilevanti: una quota significativa dei condannati presentava connessioni personali o culturali con lo Stato “istigatore”. La coercizione emerge in diversi casi che coinvolgono contrabbandieri o soggetti vulnerabili ricattati dall’intelligence russa, in particolare dall’Fsb. Ego, risentimento e ricerca di riconoscimento attraversano trasversalmente i profili.

Ciò che cambia, però, sono le modalità di reclutamento. Ai metodi tradizionali – contatti diplomatici, approcci personali, honeytrap – si affiancano piattaforme digitali come Telegram, Facebook, Discord, TikTok. Il rapporto documenta casi di individui che, esposti a propaganda online, si sono offerti spontaneamente. Dal 2021 si osserva una crescita degli agenti “usa e getta”: reclutati rapidamente via web, impiegati per compiti limitati e poi abbandonati, come racconta un altro rapporto recente pubblicato dal think tank britannico Royal United Services Institute. Un elemento ricorrente è l’intersezione tra spionaggio e criminalità organizzata. Nove dei condannati avevano commesso anche altri reati. Nei Paesi baltici, reti di contrabbando sono state cooptate o ricattate per fornire infrastruttura logistica e accesso clandestino. Il modello è scalabile: reti mobili, a basso costo, difficili da tracciare.

Anche gli obiettivi sono ampi. La Russia si dimostra “onnivora” nella raccolta informativa: obiettivi militari Nato, piani operativi, dispiegamenti, sistemi d’arma, ma anche infrastrutture energetiche, trasporti, comunicazioni, processi decisionali politici, regime sanzionatorio. La dimensione energetica emerge come particolarmente sensibile: colpire o mappare reti energetiche significa poter destabilizzare società democratiche. Colpisce un altro dato: molte delle informazioni raccolte erano, prese singolarmente, apparentemente innocue o pubbliche. Ma il valore dell’intelligence non risiede nel singolo frammento, bensì nella capacità di aggregazione. Dati open source possono verificare, integrare o raffinare informazioni classificate, costruire mappe relazionali, misurare il sentiment prima di operazioni più aggressive. Diversi condannati hanno dichiarato sorpresa nel sapere che ciò che avevano trasmesso fosse considerato sensibile. È il collettore a definirne il valore.

Il rapporto, infine, individua almeno quattro vulnerabilità strutturali europee. Primo: l’eterogeneità dei quadri legali. Alcuni ordinamenti, come quello svedese dopo la riforma del 2017, hanno sviluppato strumenti che consentono di perseguire casi di spionaggio proteggendo fonti e metodi sensibili. Altrove, lacune normative o standard probatori elevati possono disincentivare l’azione penale. Secondo: la minaccia insider si è diversificata. Non si tratta più solo di proteggere documenti classificati, ma di monitorare osservatori occasionali, agenti monouso e reti mobili. Terzo: l’energia e le infrastrutture critiche richiedono un’integrazione più stretta tra sicurezza nazionale e resilienza civile. Quarto: il reclutamento digitale abbassa drasticamente le barriere d’ingresso, creando una minaccia distribuita, scalabile e a basso costo.

Il dataset analizza solo i casi scoperti e conclusi con condanna. È, per definizione, una frazione dell’attività reale. Eppure i pattern sono chiari: l’apparato russo opera con ampiezza, adattabilità e persistenza. Recluta cittadini comuni online, sfrutta reti criminali, utilizza la mobilità interna europea come moltiplicatore operativo. La cassetta degli attrezzi della Guerra Fredda non è stata archiviata. È stato aggiornata e digitalizzata. In un continente dove Stati altamente strategici non hanno condannato nessuno per spionaggio in 17 anni, la domanda non è se l’attività esista. È quanto rimanga non rilevato. Blindare le porte serve a poco, se le finestre restano spalancate.

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