Ecco cosa ne pensano i giovani toscani del cambiamento climatico

La consapevolezza dei cambiamenti climatici tra i giovani in Toscana è molto forte. A dirlo, con numeri difficili da ignorare, è l’ultima edizione dell’indagine EDIT – Epidemiologia dei Determinanti dell’Infortunistica stradale in Toscana, avviata nel 2005 dall’Agenzia regionale di sanità (Ars) per osservare in modo sistematico sicurezza alla guida, stili di vita, comportamenti di salute e fattori di rischio nella popolazione studentesca. In vent’anni di analisi, la rilevazione ha registrato anche quanto «crisi economiche, emergenze sanitarie, trasformazioni ambientali» abbiano inciso sulla quotidianità dei ragazzi, influenzandone la percezione del futuro. Per la prima volta, però, EDIT entra esplicitamente nel campo della consapevolezza climatica, con l’obiettivo di offrire «una prima panoramica» su conoscenze, coinvolgimento e impegno.
Il dato più netto riguarda la convinzione che il cambiamento climatico esista: il 93,3% degli studenti toscani intervistati dichiara di crederci. La consapevolezza è più alta tra le ragazze (96,7%) rispetto ai ragazzi (90,2%). La quota di chi nega scende leggermente con l’età: si passa dal 7,6% tra i 14enni al 5,9% tra i 19enni. Nella lettura per cittadinanza, emerge una «maggiore consapevolezza sulla crisi climatica negli stranieri e stranieri nati in Italia (94,5% e 96,7% rispettivamente)», rispetto ai coetanei con cittadinanza italiana (93,1%).
Un altro passaggio chiave riguarda l’origine del fenomeno: oltre il 90% è convinto che la crisi climatica dipenda dalle attività umane, con un divario di genere marcato. Le ragazze, infatti, «confermano la maggiore consapevolezza del ruolo delle attività umane sulla crisi climatica rispetto ai ragazzi (94,8% vs 87,9%)». Nel quadro descritto dall’indagine, «la quota maggiore di coloro che negano l’impatto dell’uomo si osserva tra i 19enni e i ragazzi di cittadinanza straniera».
Quando si entra nel merito delle cause, gli studenti indicano soprattutto due driver: «lo sviluppo industriale e l’immissione di gas», considerati le principali responsabilità (70% e 66,4%). Anche qui torna una differenza di genere: «i ragazzi confermano una minore consapevolezza delle ragazze sulle principali cause del cambiamento climatico», e la stessa minore consapevolezza viene evidenziata «nei ragazzi di cittadinanza straniera».
Sul fronte emotivo e prospettico, i dati raccontano un livello di inquietudine diffuso: il 60,9% si dice molto preoccupato per il futuro. La quota sale al 69% tra le ragazze e scende al 53,4% tra i ragazzi; inoltre «il livello di preoccupazione cresce al crescere dell’età», passando dal 53,3% tra i 14enni al 65,4% tra i 19enni. In altre parole, più ci si avvicina alla maggiore età, più la crisi climatica diventa un pensiero ingombrante.
Da qui la conclusione operativa che l’indagine mette nero su bianco: «resta di primaria importanza la formazione su questi argomenti, sia per alunni che per insegnanti». E non solo sul piano delle nozioni: le iniziative educative, secondo quanto indicato, dovrebbero includere «non solo le informazioni di tipo scientifico, ma anche strumenti di alfabetizzazione emotiva e resilienza psicologica», per aiutare a leggere e gestire l’ansia climatica senza trasformarla in paralisi.
La scuola, del resto, è già un canale attivo per una parte significativa degli studenti: il 54% dichiara di aver seguito durante l’anno scolastico «attività/laboratori dedicati all’ambiente». Ma la distribuzione non è uniforme: la percentuale è più bassa tra i residenti nella Ausl Nord-ovest (49,3%) e più alta nella Sud-est (58%). Ed è “molto significativo” l’effetto che questi percorsi hanno sulla consapevolezza: tra chi crede nei cambiamenti climatici, «il 57,6% ha fatto formazione», mentre «tra i negazionisti solo il 28,4%». Non risulta invece «significativo l’impatto della percezione dei rischi ambientali sulla propria salute».
Infine, EDIT 2025 segnala un divario anche tra indirizzi scolastici: «la quota di ragazzi che ha seguito attività/laboratori specifici» varia in modo netto «tra istituti tecnici/professionali e licei», salendo «dal 47,2% al 58,3%». Un’indicazione che, letta insieme agli altri dati, suggerisce quanto la leva educativa possa incidere sul modo in cui i giovani interpretano la crisi climatica, le sue cause e le risposte possibili.
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