Il vuoto controproducente della destra nella campagna referendaria

Febbraio 13, 2026 - 14:00
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Il vuoto controproducente della destra nella campagna referendaria

Gli esponenti della sinistra che fa campagna per il sì, nonostante sbeffeggi interni, accuse di sabotaggio e trattamento da eretica minoranza sono solo da ringraziare, almeno se si hanno a cuore più il dibattito civile e lo scontro nella sostanza piuttosto che prese di posizione stantie e tatticismi generici.

Nonostante siano paragonati a una sorta di nemici intestini, molti dei quali operanti dal di dentro, il sì che viene da e guarda a sinistra sta continuando a lottare con più coraggio degli altri, cosa oggettivamente riconoscibile, comunque la si pensi. Questo anche perché la passione civile di quei rappresentanti ha posto l’accento su un aspetto che resta particolarmente importante, nonostante l’età della politica liquidissima, e cioè il retaggio, il lascito comune, figlio di approfondimento, ricerca ed elaborazione politica in senso stretto.

La storia ci consegna infatti che teoria e prassi del processo inquisitorio fanno fede a una eredità della peggior destra autoritaria. Ricordare che la battaglia culturale per la separazione delle carriere ha origini lontane, affondando le radici proprio nel vissuto del miglior riformismo di centrosinistra nazionale, a cominciare dal riferimento primo, Giuliano Vassalli, non è da addetti ai lavori, ma restituisce un senso al fare politica e all’attivismo civico.

Continuare a sbattersi per far passare il concetto che il presupposto della realizzazione del sistema accusatorio, ossia la separazione delle carriere, aiuti oggi a sfidare la natura intrinsecamente conservatrice di fette di magistratura che agiscono come sistema chiuso, sfruttando il proprio potere corporativo, è un insegnamento storico e di realtà, anche per le generazioni più giovani e per chi è ancora in fasi di formazione politico-culturale estensivamente intese. E di questo c’è un bisogno rilevante, a 40 giorni dal referendum, quando la campagna resta di basso livello, entrando con molta difficoltà nel merito di testo e norme.

La sinistra per il sì è finora l’unico segmento che nel dibattito pubblico non sta utilizzando elementi strumentali, riuscendo a disancorarsi dall’ideologia, tentando la via della spiegazione e dell’argomentazione. Se, come accade, le tesi dei sostenitori del no «non di governo», il no degli oppositori politici, sono spesso pretestuose e fondate su tutta una serie di vaghi sospetti, piuttosto che su prove verificabili, si assiste a una falsificazione del confronto. Allo stesso modo, la comunicazione della destra, semplificatoria e banalizzante, non pare risultare efficace con riguardo alla tutela di una riforma di garanzia di questa portata. La sinistra per il sì parte invece dall’assunto che una riforma giusta resta giusta, anche se compiuta da una maggioranza sbagliata, che non si sostiene. Ciò significa che la tornata referendaria non dovrebbe in alcun modo assumere le sembianze di un voto sull’operato del governo Meloni – come ha ricordato in maniera chiara Augusto Barbera. Eppure, residui di politicizzazione dello scontro continuano a impoverire lo sfondo.

Nel frattempo, è la sinistra per il sì ad andare in soccorso a queste distorsioni, proprio perché riesce a porre l’accento non solo sul fatto che non ci sono articoli e punti della riforma che prevedono un qualche indebolimento della magistratura, ma pure che a crescere sarebbero i diritti dei cittadini, nella possibilità di essere giudicati in maniera equa. Qui sta l’essenza del riformismo: ruolo e funzione dei referendum non servono a dividere tra governanti e forze di opposizione, perché non si fa politica contro qualcuno, ma per fare qualcosa: nel caso di specie, migliorare le condizioni delle persone.

I riformisti paiono maggiormente capaci di evocare certi riferimenti, con più passione, forse addirittura, alla lunga, suscitando maggiore mobilitazione, perché si sforzano di ricordare, senza nasconderli, storia e studio dietro quel portato, senza filtri e omissioni. Il massimalismo nel metodo minimizza invece il valore del confronto, portando la partita referendaria in una dimensione di discussione al ribasso continuo: se questo è sicuramente vero per il mondo rossobruno, quello sovranista non è privo di responsabilità.

La destra di governo pare continuare ad essere sempre ostaggio di provvedimenti e politiche pubbliche bandiera da trasformare in crociate ideologiche, soprattutto ancora incapace di assumere il punto di vista dell’interesse del cittadino. preferendo a ciò la polarizzazione velenosa a ogni costo. Giorgia Meloni, e con lei il ministro della Giustizia Carlo Nordio, dovrebbero entrare in campo sgomberando la discussione da equivoci di vario genere, mutando registro e abbandonando letture da giustizialismo sterile, precisando il rifiuto di un qualsiasi interesse di controllo politico nei confronti della magistratura.

Impostare invece la lettura sul fatto che sarà il cittadino, così come il giudice, maggiormente libero, quindi più forte, a beneficiare di un sistema di giustizia più giusta, che si prefigge di scardinare il sistema correntizio di gestione ed equilibrio di potere costituito, anche grazie a due Csm separati e più in generale per il giusto principio di parità tra accusa e difesa, è e sarà la strada per un confronto serio ed onesto, all’altezza del referendum che ci aspetta.

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Redazione Redazione Eventi e News