Iñupiat e ambientalisti fanno causa a Trump che vuole riaprire le trivellazioni al largo dell’Alaska

nuova grana con i popoli autoctoni anche sul fronte Artico statunitense: il Center for Biological Diversity (Cbd) e il Sovereign Iñupiat for a Living Arctic (Sila), un'organizzazione guidata dagli Iñupiat che si impegna a garantire che le decisioni riguardanti l'Artico rispettino il benessere, la continuità culturale e il futuro delle comunità che vivono nell’Artico, hanno inviato un avviso nel quale annunciano l’intenzione di citare in giudizio il governo federale statunitense per aver concesso a Hilcorp Alaska LLC una proroga per le concessioni di trivellazione petrolifera e di gas scadute nell'Oceano Artico. Le concessioni riguardano il progetto Liberty Unit, che si troverebbe in acque federali.
L'Outer Continental Lands Act richiede che le parti presentino un preavviso di 60 giorni per poter intentare una successiva causa. Cbd e Sovereign Iñupiat for a Living Arctic intendono presentare la loro causa formale a marzo. Ambientalisti e rappresentanti del popolo autoctono Iñupiat ricordano che nel dicembre 2024 l’amministrazione dell’allora presidente Usa Joe Biden aveva respinto la richiesta di proroga della licenza di Hilcorp e che quindi quei contratti sono scaduti. Invece, nel novembre 2025, l'amministrazione Trump ha revocato il diniego di Biden con il pretesto di un'emergenza energetica nazionale che è del tutto inesistente.
Rebecca Noblin, avvocato senior per l'Alaska del Cbd, ha detto che «Questa revoca è chiaramente illegittima e sono profondamente preoccupata per i danni che questo progetto di trivellazione causerebbe al delicato ecosistema marino dell'Oceano Artico. L'unica vera emergenza è la minaccia per le balene della Groenlandia, i trichechi e gli orsi polari derivante dalla spinta di Trump alle trivellazioni petrolifere nel Mare di Beaufort. Questi contratti di locazione sono stati rescissi in modo leale e trasparente ed è ora di concentrarsi sulla protezione del prezioso Artico piuttosto che sul suo saccheggio per profitti a breve termine».
L'avviso inviato da Cbd e Sila al Dipartimento degli Interni e al Bureau of Safety and Environmental Enforcement evidenzia che «Il rumore dei cantieri e altre attività di trivellaziuone potrebbero disturbare l'habitat di numerosi animali artici vulnerabili, tra cui balene della Groenlandia, trichechi, foche polari e orsi polari. Una fuoriuscita di petrolio nell'Oceano Artico sarebbe praticamente impossibile da contenere e bonificare, soprattutto perché il ghiaccio marino è presente per gran parte dell'anno».
Nel 1991, la multinazionale britannica BP ha acquisito la più vecchia licenza Liberty Unit, la cui scadenza era già stata prorogata per ben 11 volte. Nel 2014 BP ha rivenduto quella licenza e la gestione del progetto Liberty ad Hilcorp. Nel 2018, la prima amministrazione Trump approvò il piano di Hilcorp per trivellare nella Liberty Unit. Il Cbd e altre associazioni ambientaliste intentarono causa contro quell'approvazione perché non considerava adeguatamente l'impatto climatico del progetto e i danni sugli orsi polari. Nel 2020, gli ambientalisti vinsero la causa e il tribunale che annullò l'approvazione del progetto. Nel dicembre 2024, il Dipartimento degli Interni Usa respinse la richiesta di Hilcorp di una proroga di un anno della licenza perché la compagnia non aveva soddisfatto i requisiti normativi, compresa la mancata presentazione di un piano di trivellazione rivisto e completato quasi 4 anni dopo che il tribunale aveva dichiarato illegittimo il piano precedente. Inoltre, Hilcorp non aveva fornito un adeguato piano di risposta alle fuoriuscite di petrolio.
Cbd e Sila spiegano che «Liberty sarebbe il primo progetto di estrazione petrolifera interamente nelle acque federali dell'Oceano Artico. Hilcorp è proprietaria delle tre concessioni che compongono l'Unità Liberty. Per raggiungere le concessioni Liberty, Hilcorp prevede di perforare orizzontalmente da un'isola artificiale di ghiaia esistente, parte del progetto Endicott, nelle acque statali».
Ora ambientalisti e indigeni Iñupiat fanno notare: «Poiché tutti i contratti di locazione di Liberty avevano superato la loro durata iniziale di 10 anni, senza una proroga, i contratti sono automaticamente scaduti». Nonostante tutto questo, la Hilcorp aveva presentato comunque un ricorso contro il diniego di Biden nel febbraio 2025 e a maggio l'amministrazione Trump aveva annullato il diniego e a novembre, l'amministrazione Trump ha concesso a Hilcorp una proroga quinquennale della licenza scaduta, fino al 2029. E nel pacchetto completo ci sono molte altre concessioni offshore in Alaska, anche a altre compagnie.
Per Emma Powell, Federal Advocacy Manager dell'Alaska Wilderness League, «Aggiungere 21 aree al largo della costa dell'Alaska al piano offshore non è solo sbagliato, ma è anche una scommessa pericolosa, con acque pubbliche insostituibili e comunità che dipendono da esse- L'industria ha abbandonato le acque artiche decenni fa perché nemmeno lei era a suo agio con i rischi associati alle trivellazioni nell'Oceano Artico e ora non è il momento di riaprire quella porta. Una fuoriuscita di petrolio nell'Oceano Artico sarebbe a dir poco apocalittica per le comunità costiere, la fauna selvatica insostituibile e il clima. Questo programma di leasing non dovrebbe andare avanti».
Ma l’attacco dell’amministrazione Trump – appoggiata dal governo statale repubblicano dell’Alaska – è a tutto campo e Athan Manuel, direttore del Lands Protection Program di Sierra Club – la più grande associazione ambientalista statunitense – già nel settembre 2025 aveva lanciato un forte allarme su quanto stava accadendo: «L'Alaska ospita alcune delle public lands più selvagge degli Stati Uniti, vitali per la fauna selvatica e sacre per le comunità native dell'Alaska. Donald Trump e i suoi alleati vogliono consegnare questi luoghi alle multinazionali inquinatrici affinché possano trivellare, estrarre e sfruttare a loro piacimento. Si tratta di una chiara minaccia per le comunità e la fauna selvatica che dipendono da questi territori. Inoltre, le azioni di questa amministrazione e dei suoi alleati al Congresso minacciano di gettare nel caos la gestione di centinaia di milioni di acri di terreni pubblici. E’ un attacco senza precedenti ai diritti comuni del popolo americano».
Sulla più ampia questione delle concessioni per estrarre petrolio e gas negli Usa era già intervenuto anche il Natural Resources Defense Council: «Sulla falsa premessa di un'"emergenza energetica nazionale", questa amministrazione ha accelerato progetti di energia inquinante, minando attivamente l'energia pulita. Gli Stati Uniti sono il principale produttore mondiale di petrolio e gas, nonché uno dei principali esportatori. Esportiamo più petrolio di Arabia Saudita, Russia, Ecuador, Venezuela e qualsiasi altro Stato petrolifero sulla mappa. L'industria statunitense dei combustibili fossili non ha carenza di risorse per la crescita futura: mantiene l'accesso a 11 milioni di acri di acque pubbliche precedentemente concesse in licenza, tre quarti delle quali rimangono inutilizzate. A meno di un anno dal suo inizio, questa amministrazione ha lanciato una campagna miope per riportarci a un sistema energetico meno sicuro, più costoso e molto, molto più inquinante. Invece di affermare una leadership energetica, Trump ha soffocato le nuove fonti energetiche più economiche e in più rapida crescita, mettendo a repentaglio la nostra capacità di soddisfare la crescente domanda di elettricità dei data center e l'auspicata rinascita manifatturiera. Il contrasto tra il piano proposto dall'amministrazione per espandere drasticamente le trivellazioni offshore e la sua crociata per distruggere l'industria eolica offshore non potrebbe essere più stridente. L'amministrazione ha bloccato i progetti eolici offshore, incluso il tentativo di bloccare Revolution Wind, che è completato per oltre l'80% e che dovrebbe alimentare 350.000 case nel Nord-Est entro il prossimo anno. Invece di fornire energia pulita, affidabile e a prezzi accessibili, questa amministrazione sta costringendo le famiglie a pagare prezzi più alti per i combustibili fossili, minacciando posti di lavoro nel settore dell'energia pulita, facendo aumentare le bollette e aggravando la crisi climatica. Dovremmo investire nell'eolico offshore, non cedere nuove aree dei nostri oceani al petrolio e al gas».
Ma l’opposizione al “Drill baby drill” trumpiano cresce in tutti gli Usa: a fine gennaio e inizio febbraio, comunità, leader locali, sostenitori del mondo imprenditoriale e del turismo e organizzazioni ambientaliste hanno organizzato un'ondata di manifestazioni pubbliche. In California, migliaia di residenti si sono presentati alle udienze pubbliche sul piano di Trump a Santa Barbara, Marin, Monterey Bay e Sacramento. Contro le trivellazioni offshore si è schierato persino dell'ex Segretario alla Difesa e direttore della CIA Leon Panetta. Nella repubblicana Florida, leader locali e cittadini hanno manifestato in molte località lungo la costa del Golfo del Messico e in quella atlantica nord-occidentale, per opporsi pubblicamente alle nuove trivellazioni offshore.
Joseph Gordon, direttore campagne di Oceana Usa, conclude: «Da costa a costa, il messaggio è chiaro come dovrebbero esserlo le nostre acque: basta fuoriuscite di petrolio. Non ora. Mai più. Oltre 300.000 persone hanno fatto sentire la propria voce per opporsi all'espansione delle trivellazioni petrolifere offshore al largo delle nostre coste durante l'ultimo periodo di osservazioni. Tra loro c'erano parlamentari nazionali e locali di entrambi gli schieramenti, inclusa l'intera delegazione del Congresso della Florida. Tra loro anche migliaia di aziende, centinaia di scienziati, decine di gruppi religiosi, leader militari statunitensi e membri della comunità costiera per i quali questa minaccia è letteralmente a portata di mano. La gente si è espressa, e ora l'amministrazione deve agire. Per la salute e il futuro delle nostre coste, l'amministrazione Trump deve ascoltare questo pressante appello degli americani di tutto il mondo e rivedere la sua bozza di piano per proteggere le nostre coste».
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