La guerra ibrida della Russia minaccia le elezioni in Ungheria

A due mesi dal voto in Ungheria, la campagna elettorale è caratterizzata dal silenzio creatosi attorno i profili social di Peter Magyar (in alcuni casi oscurati, in altri nascosti a causa dell’attivismo dei bot filo-Orbán) e dal lavoro incessante della disinformacja governativa. Quest’ultima ha raggiunto il suo punto più basso nei giorni scorsi quando, vista l’incapacità di Viktor Orbán di spostare il dibattito su temi politici, gli uomini di Fidesz sono passati al ricatto di natura sessuale. Magyar ha denunciato pubblicamente l’ultima operazione preparata dal governo per diffamarne l’immagine pubblica: soggetti legati al partito di maggioranza hanno inviato a diverse testate del paese un vecchio filmato che ritrarrebbe Magyar in atteggiamenti intimi con la sua allora compagna. Il tempismo non è casuale dal momento che il materiale è stato diffuso in concomitanza con il secondo anniversario dell’intervista di Magyar al Partizan, durante la quale l’ex membro di Fidesz denunciava, per la prima volta, la corruzione governativa. Il leader dell’opposizione non si è lasciato intimidire dalla campagna diffamatoria in stile russo: «Sì, sono un uomo di quarantacinque anni e ho una vita sessuale regolare, con un partner adulto. Ho tre figli minorenni, che sono ovviamente ignorati da questo vile governo “amico della famiglia”» ha dichiarato Magyar che ha poi concluso «Cari codardi di Fidesz, sentitevi liberi di rivelare tutto, di falsificarlo come volete, non cederò a ricatti o minacce, non cederò di fronte la mafia politico-economica ungherese e i membri della rete internazionale che la sostiene. L’Ungheria non è in vendita, non c’è prezzo per il quale deluderei i miei compatrioti». Quest’ultimo episodio in ordine cronologico, il più squallido finora, conferma quanto abbiamo scritto mesi fa: Orbán ha paura. Nei sondaggi, infatti, Tisza resta saldamente al primo posto nelle intenzioni di voto.
Il testo che segue è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, ordinabile qui.
Sono passati settant’anni dalla rivoluzione ungherese, da quando i ragazzi di Budapest alzarono le barricate per respingere i carri armati dell’invasore russo. Quei moti furono schiacciati nel sangue ma servirono a dimostrare al mondo, per la prima volta, cosa fosse realmente l’Unione Sovietica, diventando esempio per tutte quelle sacche di resistenza che hanno combattuto Mosca e i suoi regimi fantoccio. Oggi, la presenza della Russia in Ungheria è più forte che mai e senza bisogno dell’esercito il Paese è diventato, nel corso degli ultimi quindici anni, un’enclave del Cremlino all’interno dei confini dell’Unione europea.
Il responsabile di questa situazione – complice e, allo stesso tempo, strumento di Vladimir Putin – è un uomo che, paradossalmente, ha iniziato la sua carriera politica rivendicando l’eredità dei rivoluzionari del ’56. Dall’inizio del suo mandato, il primo ministro Viktor Orbán ha progressivamente spostato il Paese nell’orbita di Mosca dopo aver riscontrato l’opposizione dell’Unione ai suoi piani autoritari: i diversi richiami di Bruxelles contro la limitazione dei diritti politici e civili hanno accelerato l’avvicinamento tra i due regimi, un processo che ha colto di sorpresa lo stesso Vladimir Putin.
Negli ultimi anni, Orbán si è rivelato più lealista del re e soprattutto dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022 – nonostante un iniziale appoggio degli uomini del suo partito, Fidesz, alle risoluzioni europee contro Mosca – il primo ministro ha compiuto una netta scelta di campo in favore del Cremlino. Una benedizione per i russi che, nel corso dei primi anni del governo Orbán, hanno speso mezzi e risorse per condurre una guerra ibrida contro l’Ungheria, sostenendo l’opposizione di estrema destra – in particolare di Jobbik che, prima della sua svolta moderata, aveva anche partecipato in qualità di osservatore internazionale alle elezioni farsa nel Donbas – e conducendo una campagna di disinformazione che portasse il dibattito pubblico ungherese a sostenere le proprie tesi (nel 2015 era stata progettata l’apertura di una sede di Russia Today, noto organo di propaganda del governo russo, nel Paese).
Uno sforzo reso vano dalla complicità attiva del governo Orbán che da una parte ha adottato, spontaneamente, le parole chiave della disinformacja russa, strappandole ai presunti “media indipendenti”, e dall’altra ha consegnato il Paese alla Federazione russa attraverso accordi energetici ed economici privilegiati e con l’ingresso di agenti russi negli apparati di intelligence ungheresi.
La Russia ha conquistato l’Ungheria senza sparare un colpo e in cambio Viktor Orbán è riuscito a consolidare un potere quasi incontrastato. Ma adesso la situazione è cambiata.
Per la prima volta dopo anni, l’egemonia politica di Orbán potrebbe essere messa in discussione dalla comparsa di una figura nuova, quella di Péter Magyar. Ex esponente di Fidesz, Magyar ha fondato un suo partito, Tisza, con il quale intende cancellare l’ultimo decennio di politiche illiberali e riportare l’Ungheria nella sfera europea. Ciò che lo contraddistingue da altri esperimenti simili è il peso: forte del successo alle scorse europee (il trenta per cento dei consensi), Tisza vanta ottime percentuali nelle intenzioni di voto ed è riuscito a compattare l’opposizione in vista delle prossime elezioni politiche previste in primavera. Un dato che ha allarmato la Russia, la quale ha iniziato una feroce offensiva nella guerra ibrida contro Budapest per garantire la sopravvivenza del suo asset più fruttuoso.
La prima mossa è avvenuta lo scorso novembre, quando Magyar ha denunciato l’attacco di un’organizzazione cybercriminale contro i server di Tisza: i dati personali di oltre duecentomila sostenitori del partito sono stati rubati e diffusi online. Identità, indirizzi di casa e altri dati sensibili sono stati fatti trapelare in rete dall’organizzazione che, una volta rintracciata dalle autorità, si è scoperto avere sede in Russia. Secondo l’analisi del Robert Lansing Institute, l’operazione ha un doppio fine da inquadrare nel contesto più ampio della guerra ibrida: rendere vulnerabile Tisza esponendo i suoi simpatizzanti alle minacce degli utenti ostili – permettendo, nel peggiore dei casi, ripercussioni violente grazie ai leak degli indirizzi privati – e cercare possibili prove compromettenti per minare la credibilità del partito e del suo leader. Una campagna simile è già stata compiuta dai media filo-Orbán, con l’aiuto della Russia, già ai tempi della nascita del raggruppamento. L’ex moglie di Magyar, Judit Varga, all’epoca dei fatti ministro della Giustizia, si dimette nel 2023 in seguito a uno scandalo giudiziario. L’allontanamento di Péter Magyar da Fidesz avviene in concomitanza con il caso ed è lui a contribuire, direttamente, all’inchiesta diffondendo i nastri di alcune conversazioni di Varga che, stando alle parole del fondatore di Tisza, rivelano «il profondo sistema di corruzione che regge lo Stato ungherese». I media russi hanno comunque sfruttato il caso riscrivendolo in modo da far apparire Magyar come parte integrante del sistema corrotto; una rilettura astrusa che ha mistificato la realtà dei fatti per avallare la tesi di un’élite corrotta intenzionata a far cadere “l’indipendente” Orbán.
È il tema della corruzione, infatti, uno dei cavalli di battaglia della nuova campagna di disinformacja in Ungheria. In vista delle elezioni, riporta il Robert Lansing Institute, l’intenzione della Russia è quella di mostrare Tisza come un prodotto occidentale, eterodiretto dall’Unione europea e dalla Nato. È per questo che le manifestazioni di piazza guidate dal partito sono già state raccontate come «tentativi di rivoluzione colorata».
Il nervosismo di Mosca è comprensibile dal momento che una vittoria di Tisza ostacolerebbe i principali obiettivi del Cremlino in Europa – normalizzazione dei rapporti con l’Ue, avere un megafono per la retorica anti-Ucraina, l’affidamento su un agente statale capace di porre il veto sulle iniziative europee contro il regime. Gli attacchi cybercriminali della Russia hanno preso di mira Tisza non solo per la minaccia rappresentata dal suo potenziale successo politico, ma per i fattori che potrebbero facilitare l’operazione; le operazioni online del Servizio informazioni estero russo e del Servizio federale per la sicurezza della Federazione russa tendono a prendere di mira partiti giovani, molto attivi online ma che, allo stesso tempo, mancano di forti mezzi di difesa informatica. Elementi che ritroviamo in Tisza.
I prossimi attacchi russi, oltre agli obiettivi elencati prima, puntano a risalire ai principali finanziatori del partito e diffondere una nuova ondata di leak, questa volta delle comunicazioni interne al raggruppamento. Anche leak creati ad arte pur di screditare l’opposizione. Contemporaneamente, la campagna di disinformacja in favore di Viktor Orbán è già entrata nel vivo, con il primo ministro raccontato come martire delle mire espansionistiche del tandem Ue-Nato.
Se è presto per fare previsioni su una possibile vittoria di Péter Magyar, non lo è per prevedere una campagna martellante della Russia nei prossimi mesi. Un’offensiva che, a suo modo, fa ben sperare: il potere della più fedele tra le quinte colonne scricchiola. E nonostante un dibattito vittima della guerra ibrida di Mosca, un ampio spezzone della società ungherese vuole emanciparsi dal Cremlino. Putin sa che il rischio di perdere la sua enclave nell’Ue è concreto ed è per questo che ci aspetteranno mesi di propaganda feroce e attacchi coordinati. La Russia non si ritirerà facilmente dall’Ungheria e l’Europa non potrà rimanere impassibile di fronte a un’offensiva ampiamente annunciata. Settant’anni dopo, non possiamo commettere lo stesso errore.
Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, ordinabile qui.
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