L’Europa del dopoguerra non era pronta alla decolonizzazione

Febbraio 3, 2026 - 07:30
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L’Europa del dopoguerra non era pronta alla decolonizzazione

Quali sono i rapporti che si stabiliscono fra l’Europa, che è impreparata a essere postcoloniale, e i Paesi del Terzo e Quarto Mondo, come da allora verranno chiamati i nascenti stati africani e asiatici? In estrema sintesi si può osservare che: l’Europa è appena uscita dalla guerra in condizioni disastrose, in molti paesi catastrofiche: la sconfitta del nazifascismo (responsabile del conflitto mondiale) ha preteso distruzioni materiali e morali che richiederanno una rifondazione dell’Europa dal punto di vista sociopolitico, in previsione di nuovi equilibri che non prevedono un ruolo attivo europeo ma una auspicata sopravvivenza dopo una catastrofe che ha provocato sessanta milioni di morti in quasi tutti i continenti (l’umanità sa fare le cose ‘per bene’, quando vuole).

L’Europa non è solo indebolita, è infragilita gravemente, a fronte degli spaventosi costi umani ed economici necessari alla ricostruzione si trova a essere (in)volontaria protagonista di una nuova tensione politicamente importante (“guerra fredda”) che coinvolge le propaggini asiatiche, dove è stato sconfitto con eguali se non superiori costi (bomba atomica) l’imperialismo giapponese, alleato al nazifascismo italo-germanico.

Nel quadro dei nuovi equilibri che si sono venuti a creare in una situazione che non conosce stabilità, il problema della decolonizzazione si inserisce come un aggravamento nel quadro internazionale, non solo nei rapporti fra madrepatria e colonie ma nei contrappesi e nella partita di domino delle Grandi Potenze: il capitolo precedente riguardante la guerra di Indocina, ha reso già evidenti alcuni di questi tratti che caratterizzeranno i primi decenni del dopoguerra.

Innanzitutto la “continuità”, nel senso che di seguito alla mobilitazione antigiapponese la guerra fra il Viet Minh e la Francia si innesta come una prosecuzione strategico-politica delle operazioni alleate nel sudest asiatico occupato dai Giapponesi a danno delle colonie britanniche, francesi, olandesi e portoghesi; quando le popolazioni mostrano di non gradire o meglio di non sopportare il ritorno degli antichi dominatori, immediatamente prendono forma guerriglie sostenute da movimenti di liberazione (naturalmente non scevri da tratti nazionalistici) che presto si trasformeranno in veri e propri conflitti.

Il secondo “globale” elemento, caratterizzante il sudest asiatico, è il movimento comunista che prevale contemporaneamente in Cina, nella penisola indocinese e con alterni risultati in quella indonesiana; la ricaduta di tali avvenimenti sarà immediatamente percepibile nei conflitti che affronteremo successivamente in quei vent’anni che per comodo possiamo definire della decolonizzazione (1945-65), anche se strascichi impegnativi giungono senza sforzo al cuore dei Settanta.

Quindi, se nel maggio ’45 gli imperi inglese, francese, belga, olandese, spagnolo, portoghese (tutti di scala planetaria, a eccezione del Belgio congolese) sono ancora in piedi, nel giro di una manciata di mesi risorse economico-militari imponenti saranno impegnate in molte zone del mondo, ciascuna gestita secondo i requisiti che hanno dato impronta a qualche secolo di predominio.

Nessun paese europeo nell’Otto/Novecento ha rifiutato di farsi coloniale: la Russia degli Zar ha colonizzato la Siberia fino al Pacifico, perfino la Vienna del valzer non disdegnò l’idea di un’avventura messicana (oltre a espandersi nei Balcani), ma leggendo le memorie di Speer si scopre con sorpresa che anche Hitler sognava un impero coloniale tedesco, dopo l’estromissione dalle colonie africane sanzionata a Versailles; quando il Führer nel ’40 pensava di costringere la GB a trattare, offriva alla stessa la sopravvivenza dell’Impero.

Tratto da “Algeria ’60. Una difficile storia francese”, di Massimo Gori, ed. Mimesis Edizioni, 17,10€

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Redazione Redazione Eventi e News