L’uscita definitiva degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi è una brutta notizia per tutti

Febbraio 3, 2026 - 07:30
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L’uscita definitiva degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi è una brutta notizia per tutti

Una settimana fa gli Stati Uniti sono definitivamente usciti dall’accordo di Parigi, il trattato internazionale per la lotta al cambiamento climatico. Il recesso formale di uno Stato dall’accordo diventa effettivo solo un anno dopo la data di ricezione della relativa notifica. Il presidente Donald Trump aveva firmato l’ordine esecutivo per il ritiro nel gennaio dello scorso anno, durante il primo giorno del suo secondo mandato. Tuttavia, è solo da questa settimana che si concretizza l’uscita dall’accordo di Parigi del principale responsabile storico di gas serra nell’atmosfera. 

Adottato nel 2015 dai centonovantacinque Paesi membri dell’Unfccc (la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), l’accordo di Parigi ha come principale obiettivo quello di contenere l’innalzamento della temperatura globale sotto i due gradi celsius rispetto ai livelli registrati in epoca preindustriale. Ogni Stato si impegna a fissare i propri limiti di emissioni, che vanno valutati e ridiscussi ogni cinque anni. L’accordo formalizza anche un patto di responsabilità tra le parti, che impegna i Paesi più ricchi e industrializzati a sostenere quelli ancora in via di sviluppo nell’affrontare le minacce climatiche. 

Gli Stati Uniti sono il primo paese a ritirarsi dall’accordo. Il presidente Trump lo aveva già fatto durante il suo primo mandato, ma nel 2021 l’amministrazione di Joe Biden ha deciso di aderire nuovamente al trattato. Il secondo ordine esecutivo di Donald Trump è arrivato il 20 gennaio dello scorso anno, con la firma del “Putting America First in International Environmental Agreements”. Tra i vari provvedimenti, quello relativo al ritiro dall’accordo di Parigi ordinava all’ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite di trasmettere immediatamente la notifica ufficiale della volontà di recedere dagli obblighi del trattato.

Secondo Trump il cambiamento climatico è una «truffa» che ostacola gli interessi nazionali degli Stati Uniti. Il presidente non ha mai nascosto di voler recuperare una «supremazia energetica» fondata sull’uso dei combustibili fossili, considerati più convenienti delle fonti di energia rinnovabile. «L’energia eolica è patetica, le pale eoliche arrugginiscono e marciscono, sono la fonte energetica più cara, il governo deve sussidiare e sono prodotte quasi tutte in Cina», ha detto durante il suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dello scorso settembre. Il suo attacco era rivolto anche al multilateralismo e al sistema Onu considerato sterile e inutile. «Qual è lo scopo delle Nazioni Unite?», aveva chiesto. 

Uscendo dall’accordo, gli Stati Uniti si disimpegnano dalle promesse di riduzione delle emissioni e più in generale, si sottraggono all’impegno globale di contrastare gli effetti del cambiamento climatico. La strategia di politica ambientale del presidente Trump ha prodotto i suoi effetti già nel corso dell’anno passato. Francesca Colón, analista senior del Center for American Progress a Washington parla di un’autentica «guerra di Trump contro l’azione climatica». 

I tagli ai fondi hanno già danneggiato la ricerca scientifica, impattando sui programmi universitari e sui centri di ricerca, molti dei quali hanno dovuto chiudere. Decurtare i finanziamenti alla ricerca scientifica non significa solo mettere a rischio la transizione verde negli Stati Uniti, ma anche sottrarre alla comunità mondiale alcune delle sue voci accademiche più autorevoli. Esperti, scienziati e organizzazioni americane hanno da sempre fornito uno dei contributi più importanti nel definire la direzione da seguire nella lotta al cambiamento climatico. Secondo Rachel Cleetus, direttrice delle politiche per il programma Clima ed Energia presso l’Union of Concerned Scientists, gli Stati Uniti potrebbero «non essere più in grado di contribuire a guidare le valutazioni scientifiche su cui i governi di tutto il mondo fanno affidamento».

A peggiorare la situazione è stato il recente annuncio del presidente Trump di voler abbandonare anche la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, il trattato internazionale dal quale è poi derivato l’accordo di Parigi. Uno scenario che aggraverebbe una situazione già critica per gli Stati Uniti, che sempre più spesso si trovano a dover fronteggiare le conseguenze di inondazioni, incendi e tempeste più intense.    

La scelta del presidente di defilarsi dalla governance ambientale segnala una logica basata sulla legge del più forte. Ma restare ai margini – o non esserci proprio – dei negoziati internazionali ha ripercussioni concrete anche sulla competitività economica del Paese. Non è solo una questione di rallentare gli sforzi globali contro il cambiamento climatico, ma in gioco c’è anche la sfida con la Cina, principale rivale degli Stati Uniti. Per la prima volta, Pechino si è impegnata alle Nazioni Unite a ridurre le proprie emissioni del sette per cento entro il 2035 e sta consolidando il suo ruolo nell’export di tecnologie green, dalle energie rinnovabili alle auto elettriche. La Repubblica Popolare resta tuttavia il maggiore responsabile di gas serra, producendo il trenta percento delle emissioni globali. 

Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi rappresenta un pesante passo indietro nella lotta al cambiamento climatico, e sembra essere solo l’inizio della strategia di Trump. Le conseguenze di questo approccio rischiano di essere devastanti, non solo per la comunità internazionale, ma anche per gli stessi Stati Uniti.

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