Sussidi agricoli, urge cambiare metodo

Gen 22, 2026 - 16:30
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Sussidi agricoli, urge cambiare metodo

In molti sostengono che la Politica Agricola Comune (la cosiddetta Pac) debba essere ripensata. Forse anche completamente. Le soluzioni alternative non mancano. Come propone anche Greenpeace

Politica Agricola Comune per pochi e pure già ricchi: ecco chi sono i veri beneficiari dei sussidi Pac. Anche in Italia. È quanto emerge dall’ultimo rapporto di Greenpeace Europa che ha raccolto e analizzato i dati sui pagamenti Pac del 2024.

Nei sei Stati membri considerati (Italia, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Spagna), due terzi dei fondi sono destinati in media al 10% più ricco, mentre circa l’80% dei sussidi si concentra nelle mani del 20% più benestante.

L’Italia risulta in linea con questo trend o leggermente sopra la media, considerato che nel nostro Paese lo scorso anno il 31% dei fondi erogati è finito nelle tasche dell’1% più ricco dei beneficiari, il 69% al 10% e l’82% al 20% dei più ricchi.

Eppure, sono in molti a sostenere che i soldi della Pac potrebbero essere meglio spesi per sostenere i piccoli agricoltori e incentivare la sostenibilità.

Politica Agricola Comune: un po’ di storia

I presupposti della Politica Agricola Comune affondano le radici nel Trattato di Roma, ma è dal 1962 che essa ha imposto una visione del mondo agricolo profondamente distante dalle tante specificità del territorio italiano.

Quell’agricoltura “moderna” fu disegnata a tavolino per le enormi pianure del Centro e Nord Europa, contesti dove la massificazione e l’omogeneizzazione delle colture erano i pilastri dello sviluppo industriale e le premesse naturali per l’economia di scala.

L’Italia ha accettato di comprimere il proprio mosaico di biodiversità e le sue micro-economie locali dentro questo paradigma industriale alieno, barattando l’autonomia del nostro “saper fare” con una dipendenza dal sussidio mediata da un apparato soffocante di dispositivi, procedure e protocolli di conformità amministrativa.

Questo meccanismo ha agito come una droga a lento rilascio, anestetizzando la capacità imprenditoriale e declassando l’agricoltore da custode del territorio a mero esecutore di direttive definite su scale sovranazionali.

Fotografia di un collasso: gli indicatori della crisi strutturale

I dati reali emersi dall’ultimo censimento Istat (2020-21) sono la cronaca di un disastro che ha visto l’Italia perdere oltre il 30% delle proprie aziende agricole in soli dieci anni, scendendo a poco più di 1,1 milioni di unità.

Questa contrazione si è accanita sulle realtà sotto i cinque ettari, con punte del -40% in regioni come la Campania e il Molise, alimentando una concentrazione fondiaria fittizia dove la dimensione media aziendale sale a 11,1 ettari solo per cannibalizzazione dei più deboli.

In questo squilibrio, l’agricoltore percepisce ormai solo una frazione misera, tra il 12% e il 15%, del prezzo finale al consumo pagato dal cittadino alla cassa della Gdo, mentre i costi degli input tecnici – energia e sementi certificate – sono esplosi di oltre il 30% nell’ultimo biennio, divorando sistematicamente il reddito operativo.

Il collasso economico e la morsa della falsa modernità

Lo spazio rurale si è trasformato in un’infrastruttura tecnologica e legale che produce paradossi economici insostenibili, come l’invenduto cronico generato dalla totale mancanza di programmazione territoriale.

Su questo terreno compromesso si innesta la mutazione dell’Agricoltura 4.0, che lungi dall’essere un’evoluzione al servizio del produttore, si configura come un’architettura rigida di fotovoltaico a terra, fertirrigazione spinta e uso smodato di plastica e fitormoni.

Questa “modernità” proprietaria stringe l’azienda in una morsa definitiva: le biotecnologie e i brevetti sementieri spostano il controllo del ciclo vitale verso pochi gruppi industriali, mentre i club di prodotto vincolano l’agricoltore a standard estetici dettati dalla Gdo, annullando ogni residuo potere contrattuale attraverso royalties e debiti tecnologici.

Oltre la sussistenza: l’Agro-Hub come centrale di sovranità

Di fronte a questo fallimento, la sfida non è il rifiuto della tecnologia, ma lo sviluppo di una nuova cultura capace di piegare gli strumenti digitali alle finalità del territorio attraverso la creazione degli Agro-Hub.

Questa infrastruttura non va intesa come un semplice magazzino, ma come una vera centrale di intelligenza territoriale e logistica governata dai produttori stessi.

L’Agro-Hub agisce operativamente per ribaltare il rapporto di forza con il mercato, utilizzando i dati per coordinare le semine ed eliminare l’invenduto alla radice.

Esso diventa il motore di un sistema distributivo alternativo che costruisce bacini di consumo alimentare corti, mettendo in rete logistica leggera e piattaforme digitali per escludere l’intermediazione speculativa.

In questo modello, la tracciabilità e i sensori di campo non servono a inviare dati al Nasdaq, ma a certificare la qualità e il risparmio di risorse direttamente ai consumatori del bacino, garantendo che il valore generato resti all’interno della comunità.

Verso un’autonomia di sistema: oltre il paradigma della dipendenza

La crisi dell’agricoltura italiana non si risolve con l’ennesimo sussidio a pioggia, ma con una radicale rottura del modello di dipendenza imposto dal 1962.

Solo rigettando l’artificializzazione proprietaria e l’estrazione selvaggia di valore operata dalla Gdo, il settore può ambire a una reale autodeterminazione.

La costruzione di bacini di consumo governati territorialmente e l’adozione consapevole di tecnologie autonome tramite gli Agro-Hub non sono semplici correttivi tecnici, ma gli atti fondativi di una nuova economia politica della terra.

In questo scenario, l’azienda agricola smette di essere l’anello debole di una catena globale speculativa per tornare a essere il fulcro di un sistema sociale e produttivo capace di generare reddito dignitoso, proteggere la biodiversità e garantire la resilienza delle comunità locali.

La scommessa degli Agro-Hub è, in definitiva, la transizione da una sopravvivenza mediata dalla burocrazia a un’autonomia fondata sul valore reale del lavoro e del territorio.

Importante, in questo senso l’azione che sta portando avanti Greenpeace che chiede anche che la nuova Pac elimini gradualmente i pagamenti diretti basati sulla superficie, dia priorità al sostegno al reddito per le aziende con il maggior valore ecologico e sociale, applichi scale progressive e tetti massimi ai sussidi, e destini almeno il 50% del budget Pac ad azioni ambientali e climatiche entro la fine del periodo di programmazione.

articolo redatto da Gianmario Folini

Crediti immagine: Depositphotos

L'articolo Sussidi agricoli, urge cambiare metodo è stato pubblicato su GreenPlanner Magazine.

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