I Paesi Bassi contro Orbán e i sabotatori dell’Ue

Le elezioni di ottobre nei Paesi Bassi hanno dimostrato che il sovranismo non è inevitabile. La vittoria del partito socioliberale D66 ha segnato un’inversione di tendenza nel Nord Europa. A fine gennaio, la nascita di un governo di minoranza con cristiano-democratici e liberali era la prova che il centrodestra europeo non è obbligato a inseguire l’estrema destra. Adesso il primo ministro riformista e moderato Rob Jetten alza l’asticella. Nell’accordo di coalizione l’europeismo non è evocato come un principio astratto: è la linea guida di un progetto politico da rafforzare e rendere operativo. Il capitolo dedicato all’Unione è insolitamente ambizioso per un programma di governo: l’Europa deve diventare più autonoma, più capace di agire come blocco geopolitico, più veloce nelle decisioni su difesa, energia, tecnologia, finanza e industria; deve superare i meccanismi che la rallentano e imparare la nuova grammatica del potere in un mondo multipolare e caotico.
Molti governi europei condividono questa posizione, almeno a parole. Ma nelle sue sessantasette pagine il documento firmato all’Aia fa un passo in più: affronta direttamente la questione degli Stati membri che minano l’Unione dall’interno. Su tutti, l’Ungheria di Viktor Orbán, quinta colonna del regime russo di Vladimir Putin in Europa.
La coalizione propone di semplificare la procedura dell’Articolo 7 del Trattato sull’Unione europea (TUE), così da rendere più agevole la sospensione del diritto di voto. Non solo, indica esplicitamente Ungheria e Slovacchia come Paesi che «minano attivamente l’Europa». E scrive che l’Ungheria, per l’atteggiamento che ha e per l’abitudine di porre veti su ogni progetto che rafforzerebbe il peso politico dell’Ue, dovrebbe perdere il diritto ai fondi europei.
Per anni l’Unione ha oscillato tra fermezza retorica e prudenza istituzionale. Contro Budapest c’è una procedura aperta dal 2018, ma è politicamente ferma. Negli ultimi anni abbiamo visto la degenerazione del requisito dell’unanimità, che ha consentito ai governi più illiberali di usare il veto come leva negoziale, bloccando decisioni su sanzioni, politica estera, aiuti all’Ucraina.
Per i Paesi Bassi questo meccanismo non è più sostenibile. E collega la linea dura sullo Stato di diritto al superamento dell’unanimità nella politica estera e di sicurezza comune. Ttradotto, ridurre la possibilità che un singolo Stato tenga in ostaggio gli altri ventisei.
In questo senso, la posizione dei Paesi Bassi è quasi un unicum nel panorama europeo. La Germania della coalizione semaforo aveva difeso con forza lo stato di diritto e sostenuto la condizionalità sui fondi, ma con linguaggio prudente e senza indicare singoli Stati. La Francia di Emmanuel Macron ha promosso l’idea di un’Europa a più velocità e di riforme istituzionali, ma evitando di nominare governi specifici.
I Paesi Bassi invece mettono tutto nero su bianco nell’accordo di governo. Perché se l’Europa – e l’europeismo – è davvero l’antidoto al populismo, come si è visto anche alle recenti elezioni presidenziali portoghesi, allora Bruxelles deve anche dotarsi di strumenti per difendersi da chi ne svuota i principi dall’interno.
La linea sull’Articolo 7 è parte di una visione più ampia, espressa nel capitolo sulla politica estera. La coalizione propone di portare la spesa per la difesa al 3,5 per cento del Pil, di rafforzare gli investimenti comuni tramite strumenti europei, di esplorare la creazione di un meccanismo intergovernativo per l’acquisto congiunto di armamenti, di costruire una cooperazione avanzata tra servizi di intelligence sul modello dei Five Eyes – l’alleanza di intelligence tra Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti. E ovviamente chiede di rendere più efficaci le sanzioni contro la Russia e altre autocrazie ostili all’ordine liberale internazionale.
L’ambizione del nuovo governo Jetten si scontra con limiti evidenti. Intanto perché si tratta di un esecutivo di minoranza, con soli sessantasei seggi su centocinquanta alla Camera. Ogni riforma richiederà maggioranze variabili e negoziati continui.
Poi ci sono i limiti, ancora più stringenti, sul piano europeo. Modificare in modo sostanziale la procedura dell’Articolo 7 o superare l’unanimità implica – per semplificare al massimo – una revisione dei trattati. Un percorso lungo, politicamente complesso, che richiede consenso tra gli Stati membri, inclusi quelli che dovrebbero essere colpiti dalle riforme.
C’è poi la dimensione diplomatica. Isolare un governo come quello ungherese è comprensibile per molti partner, ma richiede una coalizione ampia e determinata. Non tutti, in Europa, sono pronti a uno scontro frontale di questo tipo.
Negli ultimi mesi i Paesi Bassi hanno mostrato che il populismo può essere sconfitto e che il centro – anche il centrodestra – può governare senza allearsi con gli estremisti. Ora propongono di intervenire sui nodi istituzionali che da anni frenano l’Unione. Non è detto che ci riescano. Le riforme dei trattati richiedono tempo, consenso e sapienza diplomatica. Ma l’idea che l’Europa debba decidere se vuole essere un attore politico o restare un’arena di veti incrociati è già sul tavolo. I Paesi Bassi hanno scelto da che parte stare.
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