La corsa al caccia del futuro è la fotografia delle difficoltà della difesa europea

Al presidente Emmanuel Macron il progetto per la realizzazione di un caccia di sesta generazione che Francia e Germania stanno portando avanti assieme ricorda quanto accaduto con il lanciatore europeo Ariane-6 sviluppato dalla joint venture della compagnia europea Airbus e del gruppo francese Safran e inaugurato un anno e mezzo fa. «Ogni settimana sentivo dire che i tedeschi non avrebbero investito, che era finita, che era una catastrofe. Ce l’abbiamo fatta», ha detto in un’intervista rilasciata nei giorni scorsi a diversi giornali europei fra cui Le Monde. «È un buon progetto e non ho ricevuto alcuna comunicazione da parte tedesca che mi indichi che non lo sia», ha aggiunto commentando quanto ricostruito da Politico, ovvero che il progetto lanciato nel 2017 da lui e dall’allora cancelliera Angela Merkel sarebbe «sull’orlo del collasso», sull’onda crescente dei malumori che filtrano da Berlino nei confronti dei produttori francesi. A incidere sono i disaccordi sul peso dei due Paesi e delle rispettive aziende nello sviluppo del velivolo e alcune priorità indicate da Parigi, come la capacità di deterrenza nucleare e di operare da portaerei – questioni che non interessano troppo Berlino che né è una potenza atomica né dispone di portaerei moderne.
Le difficoltà del progetto franco-tedesco-spagnolo Future Combat Air System (sviluppato, come prime contractor, dalla tedesca Airbus Defence and Space, dalla francese Dassault Aviation e dalla spagnola Indra Sistemas) confermano le difficoltà di integrazione dell’industria europea della difesa. A trarne vantaggio potrebbe essere la cordata che sta sviluppando un caccia concorrente di sesta generazione – non soltanto un velivolo ma un “sistema di sistemi” integrato con droni, satelliti e altri sistemi d’arma: quella composta da Italia, Regno Unito e Giappone che punta, con il Global Combat Air Programme, a far volare il jet stealth entro il 2035.
Questo ha alimentato un battage mediatico che, soprattutto in Italia, sembra dare per fatto il passo indietro dal Fcas (o Scaf, secondo l’abbreviazione francese) da parte della Germania, che già quarant’anni fa (era la Germania Ovest) aveva lasciato da sola la Francia a sviluppare il Dassault Rafale come aereo di quarta generazione e mezza per lavorare con Italia, Regno Unito e Spagna all’Eurofighter Typhoon. Ma oggi non è detta l’ultima parola.
Partiamo dal contesto internazionale. Il “made in Europe” che Macron sta promuovendo non piace né all’Italia di Giorgia Meloni né alla Germania di Friedrich Merz. La presidente del Consiglio e il cancelliere, infatti, puntano su libero scambio e commercio. Inoltre, sono convinti che per trattare con Donald Trump serva un approccio meno conflittuale di quello indicato da Macron. Quest’ultimo è certo che le tensioni con Washington su Groenlandia e tecnologia sia ben lontane dall’essere state risolte una volta per tutte e sembra non riporre troppa fiducia nel presidente statunitense tanto da aver adottato una posizione più muscolare e protezionista. In questo scenario, Meloni e Merz, insieme al premier belga Bart De Wever, hanno pensato di rispondere al richiamo al «pragmatismo» di Mario Draghi convocando per oggi un pre-summit europeo sulla competitività, apripista del ritiro informale che riunirà i leader dei Ventisette al castello belga di Alden Biesen, insieme allo stesso Draghi e a Enrico Letta.
Dal contesto internazionale si passa a quello bilaterale. Queste recenti intese politiche tra Roma e Berlino sono anche istituzionali, in quanto figlie del Piano d’azione italo-tedesco siglato a novembre 2023 da Meloni e dall’allora cancelliere Olaf Scholz. Un’intesa pensata per “chiudere” quello Italia-Francia-Germania che è sì un triangolo ma non equilatero: Berlino e Parigi sono unite dal Trattato di Aquisgrana firmato nel 2019 per rilanciare e completare il Trattato dell’Eliseo del 1963; Parigi e Roma hanno siglato nel novembre 2021 il Trattato del Quirinale. In questa fase, la sintonia politica tra il popolare Merz e la conservatrice Meloni sta alimentando questo rapporto bilaterale. Tanti i temi condivisi: dalla rimodulazione degli obiettivi della transizione verde alla questione dell’approvvigionamento energetico, dalla gestione dell’immigrazione alla cooperazione tra industrie militari.
Per quanto riguarda le industrie della difesa, a fine 2024 l’italiana Leonardo e la tedesca Rheinmetall hanno dato vita a una joint venture per la produzione europea dei sistemi di difesa terrestre, con primo obiettivo la fornitura alle forze armate italiane di veicoli da combattimento quali il Main Battle Tank e il Lynx come sistema di combattimento della fanteria corazzata.
Ma da qui, non è semplice da compiere il passo che porterebbe l’ingresso della Germania nel programma a cui stanno già lavorando Italia, Regno Unito e Giappone (con le aziende capofila che sono Leonardo, Bae Systems e Mitsubishi Heavy Industries) unendo il progetto italo-britannico Tempest e il nipponico F-X. Per due ragioni.
La prima riguarda chi potrebbe entrare. La Germania lascerebbe il progetto Fcas dopo averne lamentato la trazione francese e il poco peso per entrare in un progetto a quattro da junior partner?
La seconda ha a che vedere con chi dovrebbe “ospitare”. Italia, Regno Unito e Giappone sarebbero pronti a riaprire il vaso di Pandora? Un ingresso tedesco nel programma avrebbe un peso politico enorme: certificherebbe di fatto il fallimento del Fcas e sposterebbe il baricentro della difesa aerea europea lontano da Parigi. Ma le difficoltà pratiche sono tante – a partire da Edgewing, la joint venture già costituita da Leonardo, BAE Systems e Mitsubishi Heavy Industries per gestire lo sviluppo industriale del programma, i cui equilibri su quote e work share sono stati negoziati con fatica e non si riaprono facilmente.
Non che i tre partner industriali siano esenti da difficoltà proprie, sul tema della condivisione tecnologica e sulla ripartizione del peso dei partner. Difficoltà a cui ha dato voce Guido Crosetto, ministro della Difesa, puntando il dito contro Londra. Lo stesso Crosetto, interpellato martedì alla Camera, ha precisato la distinzione: «Non penso che si sia consumato un accordo sul Gcap, penso che si sia consumato un disaccordo sul Fcas, che è un’altra cosa». Quanto a un eventuale ingresso tedesco nel programma, il ministro si è detto favorevole in linea di principio – «lo auspicherei, ma auspicherei anche un aereo europeo» – pur senza nascondere lo scetticismo sul se e quando. Ieri, invece, Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo, ha spiegato che «abbiamo la nostra roadmap e la stiamo seguendo puntuali e andiamo avanti come se nulla fosse». «Se ci sono cose che cambiano altrove noi le guarderemo ma il progetto va avanti. Non ci tocca nemmeno da lontano al momento», ha aggiunto a margine dell’inaugurazione della prima edizione del master in Space Law and Geopolitics promosso dalla Luiss.
Italia, Germania e Regno Unito hanno già lavorato assieme per il già citato Eurofighter Typhoon e per il Panavia Tornado (quarta generazione). Ma ora anche se Roma accettasse una proposta tedesca con in cambio un ruolo nel progetto franco-tedesco per il futuro carro armato europeo, Londra e Tokyo sarebbero d’accordo? Già faticano a trovare un’intesa sull’eventuale ingresso dell’Arabia Saudita, che porterebbe “soltanto” i soldi ma che è vista con un po’ scetticismo, sicuramente da Londra e Tokyo. Certo, se si riaprisse il vaso di Pandora e il Giappone, pronto a diventare il terzo Paese al mondo per spesa militare dopo Stati Uniti e Cina, dovesse cedere alle sirene statunitensi del progetto F-47 a cui sta lavorando Boeing (tema toccato nel recente incontro di Meloni con la premier giapponese Sanae Takaichi), allora le carte si rimescolarebbero. Da lì potrebbe nascere un caccia europeo di sesta generazione, e chissà magari anche con la stessa Francia, anche se con tempi ben più lunghi. Toshimitsu Motegi e Shinjiro Koizumi, ministri giapponesi rispettivamente degli Esteri e della Difesa, saranno da domani in Germania per partecipare alla Munich Security Conference e con ogni probabilità incontreranno anche gli omologhi tedeschi. Magari ne parleranno.
O magari Berlino, il cui governo viene pressato dai sindacati affinché avvii un progetto nazionale, non sta cercando “soltanto” qualche spazio in più nel progetto Fcas.
Lo sapremo tra pochi giorni, come ha dichiarato ieri il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius. La mancanza da parte tedesca di un piano e una strategia industriale coerenti per lo sviluppo del futuro jet – a differenza di quanto accade per i sistemi terrestri – lascia però la Germania senza troppe alternative.
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